Altri contadini

A fine 2019 Internazionale pubblicò un lungo e inquietante articolo tratto dal The New York Times sulla rete di corruzione concernente i fondi europei per l’agricoltura. Secondo l’inchiesta condotta in nove paesi dell’Unione Europea, il sistema di aiuti monetari a supporto dell’agricoltura alimenta di fatto i governi sovranisti dell’Est Europa.

 

«La politica agricola europea è la prima voce in bilancio dell’Unione e rappresenta il 40% delle spese» dice l’articolo. E sapete chi sono i maggiori beneficiari di questa truffa su scala internazionale? Proprio quei paesi, cosiddetti sovranisti, che mettono in discussione l’Unione stessa: Ungheria in testa.

 

Secondo l’indagine il primo ministro ungherese Viktor Orbàn usa i fondi agricoli “per finanziare un sistema clientelare che arricchisce i suoi amici e la sua famiglia, protegge i suoi interesse politici e penalizza i suoi rivali”. La provincia scelta è quella di Fejér, dove Orbàn è nato, sulla quale sono piovuti milioni di euro e addirittura un amico del politico di destra è diventato tra gli uomini più ricchi del paese.

 

Nella Repubblica Ceca “il beneficiario più noto è Andrej Babiš, imprenditore agrario miliardario e, dal 2017, primo ministro. Nel 2018 le sue aziende hanno raccolto 38 milioni di euro di sussidi“. Rimando alla lettura completa dell’articolo per rendersi conto di uno scandalo non troppo diffuso nonostante la gravità della situazione.

 

Non siamo messi meglio in Italia dove, a metà Gennaio, è apparsa su tutti i giornali la notizia dell’arresto di 94 persone, appartenenti ai clan mafiosi messinesi, ree di aver intercettato i finanziamenti destinati all’agricoltura, per un valore di 5 milioni di euro circa, e dirigerli verso imprese colluse con il sistema mafioso.

 

Ma in tutto questo i contadini dove sono? Semplicemente non ci sono o meglio non sono contemplati; tagliati fuori da un sistema che da una parte, in maniera ipocrita, afferma di voler aiutare l’agricoltura, dall’altra permette una variegata e organizzata appropriazione indebita di quei flussi di denaro ottenuti dalla tassazione pubblica.

 

Sempre Internazionale, circa un anno fa, dette voce agli agricoltori orvietani “circondati” dagli insediamenti estensivi dei noccioleti, resi possibili anche dai finanziamenti europei, e minacciati dallo stravolgimento “industriale” di un paesaggio composito e ricco di biodiversità.

 

Non c’è niente di nuovo a dire la verità: dal feudalesimo alla nascita degli stati nazionali, dall’età delle rivoluzioni fino all’affermazione del capitalismo finanziario e tecnologico, i contadini sono rimasti ai margini della società, visti con diffidenza da parte delle classi dominanti che temevano ora la rivolta, ora la richiesta di diritti che avrebbero intaccato se non il benessere almeno i privilegi ottenuti proprio grazie allo sfruttamento fondiario.

 

Eppure sono dietro l’angolo: i contadini. Sono un’immagine senza contorni e confusa, come accennata da un finestrino di un treno ad alta velocità, che la noncuranza della storia, la freddezza dell’economia e il cinismo della politica hanno tentato di restituire oggi in una forma edulcorata a mo’ di abbellimento dei paesaggi fiabeschi della campagna italiana. Non è proprio così.

 

Nell’introduzione al suo bellissimo saggio Un volgo disperso. Contadini in Italia nell’Ottocento, Adriano Prosperi prende in prestito la definizione di contadini coniata da Pierre Bourdieu quale “classe oggetto”. Dice Prosperi “Così i contadini, sia come individui sia come la complessa realtà sociale che furono, il loro mondo morale, la loro cultura materiale, sono rimasti sullo sfondo, quasi invisibili. L’odierna società di massa che nella sua maggior parte discende proprio da loro stenta a ricordarne i tratti. La rappresentazione della realtà sociale è una costruzione sociale, come ci ricorda Bourdieu. E lo sguardo che la società del mondo urbanizzato occidentale porta sulla natura, con la sua percezione del mondo agricolo come mondo “naturale”, tende a cancellare la presenza dei lavoratori della terra mentre proietta sull’agricoltura i colori di un’arcadia di cartapesta. Di fatto, quello represso e cancellato che si nasconde nel fondo del nostro passato è un mondo disamato oggi quanto disprezzato e, al tempo stesso temuto ieri”.

 

Un mondo quello dei contadini raccontato, descritto e giudicato sempre da altri come emerge dagli studi di Prosperi. I preti (la chiesa) prima e i medici condotti (lo Stato) poi, furono gli unici interlocutori storici di una popolazione misera, analfabeta e rassegnata (il termine rassegnazione viene usato spesso nelle statistiche e nelle relazioni di fine Ottocento, destinate ai prefetti, come parola rassicurante sull’eternità dello stato subalterno del contado) a essere malnutrita, a lavorare senza posa e a vivere ammassata agli animali e ai propri escrementi causa, insieme ad aria malsana e ad acqua putrida, di numerose malattie.

 

Lo sguardo gettato sui lavoratori della terra per tutto l’Ottocento fino a lambire il secolo delle due guerre rivela una situazione inimmaginabile nella quale si fa fatica a distinguere il tratto umano da quello bestiale. L’alimentazione (quasi ovunque di mais guasto), gli ambienti di vita e la mortalità infantile erano al limite del grottesco tanto che, in piena dottrina evoluzionista, anteprima di un razzismo che porterà di lì a trenta anni agli orrori del nazismo, si paventò per i contadini l’ipotesi di una razza biologicamente inferiore.

 

Fu la visibilità incontenibile di un’altra classe di lavoratori a porre l’attenzione sul risentimento degli sfruttati verso le ingiustizie sociali. Con la progressiva industrializzazione del paese la classe operaia, riunita nei movimenti socialisti di inizio Novecento, diventò portatrice dei bisogni degli ultimi e quindi, per la prima volta nella storia del paese, i contadini ebbero una voce testimone del dramma dello sfruttamento. Fu troppo tardi.

 

La guerra e la crescita dei poli industriali nel settentrione dispersero la popolazione contadina nelle grandi città, in cerca di una vita migliore, lasciando la terra ai proprietari fondiari, più o meno gli eredi o gli stessi che beneficiarono della distribuzione delle terre nell’opera di unificazione, meramente politica, del paese. Lo sviluppo dell’agroindustria accelerò un processo irreversibile di meccanizzazione e omologazione del prodotto agricolo, annichilito più tardi dai feticci industriali che cambiarono il sapore e i gusti degli italiani riuniti tutti insieme di fronte alla nuove armi di distrazione di massa: la tv, il capitalismo americano e la sua macchina pubblicitaria.

Per puro interesse il capitalismo finanziario ha mirato a inibire la conoscenza contadina concentrando i saperi di secoli in poche multinazionali capaci di influenzare le ricerche scientifiche che negli anni hanno interessato la selezione genetica delle colture, imponendo una sorta di oligopolio sulle sementi brevettate. Consideriamo, appunto, i semi; tangibile assicurazione sul futuro di questo pianeta. Il genetista Salvatore Ceccarelli ha dimostrato, attraverso una ventennale esperienza sul campo, come la conoscenza contadina sia necessaria nella selezione genetica delle piante, cereali in particolare. Attraverso la cosiddetta selezione genetica partecipativa prima e il miglioramento genetico evolutivo poi ha evidenziato il pregio della diversità genetica (miscuglio) rispetto agli ibridi di laboratorio. Nel suo bellissimo libro Mescolate contadini, mescolate, Ceccarelli sintetizza i vantaggi riportando la risposta di un vecchio contadino eritreo al direttore generale di un istituto di ricerca: «Riporta nelle mani dei contadini quella scienza che ci fu tolta molti anni fa». Oltre i pregi di questi miscugli sperimentati dal genetista quali la biodiversità, la resistenza alla siccità, il sapore; uno dei meriti più grandi di Ceccarelli è quello di aver restituito la parola al volgo disperso, ai contadini.

 

La desertificazione dei suoli causata dalla chimica, il cambiamento climatico, la crisi economica e quella dei valori sono stati i teneri incentivi di un lento e contemporaneo ritorno alla terra o almeno di una diffusa coscienza ecologica. Il percorso a ritroso di una nuova generazione di contadini ha trovato i campi lavorati da altri contadini: immigrati per lo più con la stessa povertà addosso dei loro ottocenteschi predecessori, con la stessa immane fatica da affrontare tutti i giorni. Oggi come allora la distanza tra noi e loro è segnata dalla loro marginalità, invisibili agli occhi di noi cittadini abituati da secoli all’esistenza di una classe oggetto.

 

Le notizie e i fatti di questo post sono tratti da Internazionale 22/28 Novembre 2019, www.internazionale.it, Adriano Prosperi Un volgo disperso, Einaudi 2019; Salvatore Ceccarelli Mescolate, contadini mescolate, Pentagora 2016