Alto Adige, terra di grandi bianchi e… di Santa Maddalena!

Si possono fare grandi dibattiti sulle nuance del colore, gli aromi retronasali e le dinamiche di bocca ma, alla fine, quello che veramente conta e che riversiamo nel bicchiere è il vino che si è lasciato bere con più naturalezza. Dote quest’ultima universalmente riconosciuta alla Doc Santa Maddalena, una piccola roccaforte che resiste all’assioma enoico “Alto Adige, terra di grandi bianchi.”

E non solo resiste, il vino Santa Maddalena è forse il rosso più identificativo di questo territorio perché prodotto a pochi passi da Bolzano e a partire dalle due uve rosse autoctone per eccellenza: schiava (minimo 85%) e lagrein.

Un vino impastato con la tradizione altoatesina, già citato nell’Annuario vinicolo 1927-1928 di Arturo Marescalchi fra i vini rossi di pregio insieme a colossi come Barolo e Barbaresco – purtroppo ancora poco bevuto nel resto d’Italia – e al quale la 96° Mostra Vini di Bolzano, tenutasi dal 28 al 31 marzo, ha deciso di dedicare diversi momenti di approfondimento e assaggi in anteprima.

Raccontare la storia della denominazione Santa Maddalena significa raccontare la storia del suo vitigno principale: già dal nome condannata a un destino di sfruttamento, la schiava ha attraversato anni bui, in cui era venduta per un Marco al Litro al motto “Masse statt Klasse” (quantità invece che qualità), dai quali è riuscita a riscattarsi, paradossalmente, proprio grazie alla sua cattiva nomea. A partire dagli anni ‘90, infatti, tanti produttori altoatesini hanno iniziato a spiantarla a favore di vitigni internazionali, più redditizi e alla moda, e a favore della coltivazione di mele.

Uno sguardo ai dati rende bene la dimensione di questo fenomeno: fino a circa 15 anni fa la schiava rappresentava quasi il 70%, del vigneto altoatesino, mentre oggi è appena il 14%. Proprio questo lavoro di spianto, di sottrazione, è stato però la fortuna odierna della schiava, che ha resistito solo nei luoghi più vocati, come nel caso del Santa Maddalena.

La zona di produzione del Santa Maddalena si estende a nord di Bolzano per circa 200 ettari ed è caratterizzata da piccoli vignaioli, aziende familiari che coltivano piccoli appezzamenti con piante anche centenarie, e che hanno pionieristicamente iniziato a imbottigliare le uve prodotte già a partire da metà degli anni Settanta.

Questa concentrazione di piccoli vignaioli è una caratteristica unica in una provincia dove il 70% della produzione è in mano invece alle cantine sociali. I produttori del Santa Maddalena, inoltre, sono stati fra i primi del Paese a fondare nel 1923 un consorzio vitivinicolo, oggi denominato “Consorzio dei vignaioli per la tutela della produzione del vino Santa Maddalena”.

Anche quest’anno gli assaggi alla Mostra Vini di Bolzano hanno confermato i punti di forza di questa tipologia: beva aggraziata e snella, frutto croccante e succoso e grande versatilità nell’abbinamento. Un consiglio? Ci vuole una grande forza d’animo, ma non abbiate fretta di berlo subito: il Santa Maddalena ha delle inaspettate doti di invecchiamento.