All’ombra delle Dolomiti crescono i vigneti

È da qualche tempo che seguiamo con attenzione lo sviluppo di un’onda vitivinicola nel territorio bellunese, uno sviluppo che vede diverse nuove realtà crescere all’ombra delle Dolomiti: alcune le abbiamo già incontrate, altre le stiamo conoscendo.

Abbiamo visitato vigneti posti anche ad altezze cosiddette “eroiche”, lungo il Piave – il fiume sacro alla Patria – cantine poste in cima a colline che sono quasi montagne, con panorami mozzafiato; cantine condotte con rigore, passione e grande attenzione alla sostenibilità e al territorio; ma soprattutto abbiamo assaggiato vini decisamente interessanti.

In uno degli ultimi tour ho incontrato quattro cantine diverse fra loro per posizione, conduzione, tipologia di uve e vini prodotti che testimonia definitivamente come quest’area possa rientrare nei nuovi territori vitivinicoli italiani.

Saranno le condizioni climatiche che cambiano, sarà l’interesse per questo settore che smuove gli animi e le fatiche, sarà questa voglia crescente di agricoltura fra i giovani, fatto sta che un territorio dove la viticoltura era sparita a causa dell’emigrazione – o per preferire il lavoro in fabbrica – sta tornando alla vite con coraggio ed entusiasmo.

 

Accompagnata da un gruppo di soci della Condotta Slow Food di Belluno, la prima tappa mattutina di un bel sabato assolato è stata da FILIPPO DE MARTIN, in quel di San Gregorio delle Alpi di cui avevo già raccontato (clicca qui per leggere il post). Il professore contadino ha ormai raggiunto una serena, o quasi, consapevolezza di quello che questi territori possono esprimere, ci sono vigne che si avvicinano ormai ai dieci anni, la sperimentazione di alcuni vitigni ha dato vita a vini mirabili.

Ricordo un fantastico Riesling Secco Col de Oro oggi purtroppo non più prodotto: vini non sostenibili a livello di costi/fatica e benefici.  Molta soddisfazione invece dai vitigni resistenti solaris e bronner in primis e dallo chardonnay con cui viene prodotto il Surlie.  Abbiamo assaggiato Case Lunghe un elegantissimo bianco fermo da uve solaris in purezza, da viti di oltre otto anni, si esprime al naso con note affumicate, probabilmente per un effetto muffa nobile botritis cynerea, poi l’albicocca e del tropicale molto fine, spunta dell’agrumato che in versione morbida si ritrova al sorso. Intrigante anche il Via Sonora da vitigno bronner a 700 metri di altezza dove si ode solo il cinguettio, un vino che ama il bicchiere perchè si esprime lentamente, con continui cambiamenti di registro gustativo, leggero sentore di idrocarburo e sapidità netta e lunghissima in bocca, da innamoramento.

 

Spostandoci di poco troviamo la piccola realtà di SASS DI MURA, azienda agricola biologica creata da Edda Bonifacio e Mauro Zanini, un progetto di vita più che solo di vigna. Sono sei gli ettari di vigneto abbandonati e recuperati, a 500 metri di quota, di una realtà in divenire, la vinificazione ancora appoggiata ad altre cantine, ma con tre vini di grande personalità, espressivi del territorio, per un unico vitigno, il pinot nero.

Il “sass” si evidenzia tutto al sorso e nel colore rosa, che ricorda tanto la roccia dolomitica, nelle acidità decise, di questo pinot nero vinificato in purezza; così come nel Rosa, il surlìe rosa che profuma di fragoline di bosco e lamponi, e infine nel Rosè Pas Dosè spumante senza sboccatura, fine e delicato, che sa di geranio e rosa a cui segue un’esplosione di frutti di bosco. Si aggiunge a questi Blanc un bianco fermo cuvèe, con macerazione sulle bucce, di traminer, chardonnay e bronner, delicatissimo, dal sorso morbido, con note di resina e la solita sapidità identitaria.

 

Dalla destra Piave ci si sposta sulla riva sinistra, saliamo a Colderù frazione di Lentiai dove si trova CRODA ROSSA, nata nel 2013 dall’ispirazione di Paolo Remini, laurea in agraria e imprenditore del territorio che ha deciso, assieme alla moglie Martina Vergerio, di utilizzare terreni ben esposti, dove una volta la viticoltura era presente, per riportarla in vita con approccio sostenibile e attento. Le vigne guardano il fiume Piave che scorre sotto, nella Val Belluna, panorama di una bellezza mozzafiato: la scelta cade prevalentemente sui vitigni resistenti per abbattere l’utilizzo di fitosanitari.

Due ettari di vigneto biologico a Lentiai, con viti di solaris, poi alcuni filari di souvigner gris, inoltre una piccola vigna a Feltre con terreni in riva al Piave recuperati, a Pavana, varietà autoctona che cresce proprio nel ghiaione, su rive con pendenze impossibili di oltre il 60%.  Si vinifica i vini fermi con il supporto di De Bacco, cantina che ha fatto un po’ da precursore in questo territorio e di cui abbiamo raccontato (clicca qui per leggere il post già pubblicato). Per la vinificazione degli spumanti il supporto arriva dalla zona di Valdobbiadene, ma il progetto della nuova cantina sta prendendo forma.

Già, quindi, una buona gamma di vini,  tre spumanti di cui un metodo classico, un vino bianco fermo e due rossi da uve cortis. Abbiamo assaggiato attorno al tavolo lo charmant, il Derù spumante brut di solaris teso di acidità al palato, sapidità ovviamente ben presente così come le aromaticità eleganti di frutta del vitigno, poi il memorabile Vinti3, charmant da souvigner gris biologico. Passaggio gustativo ai vini fermi, il bianco di souvigneir gris, Sasera 2018, trascorre un anno in legno per restituire complessità olfattiva garbata, senza esagerazioni, nuance di camomilla, di rosa gialla, idrocarburo e tarassaco in progressione e le note agrumate che si ritrovano al gusto, freschezza e piacevolezza. Quindi due vini rossi, uno da vitigno resistente cortis, chiamato Le Sort vibrante al sorso, rusticità di facile beva, profuma di ciliegia e mora e note di castagna, tannino il giusto per un finale che ricorda le erbe officinali, un vino che condisce il piatto. Più complesso L’ombra del falco 2018, merlot che fa un po’ di appassimento e tonneau e gira su registri sensoriali più morbidi, accattivanti, struttura dinamica grazie all’altitudine di impianto.

 

Ultima tappa della giornata, rimanendo sempre a Lentiai, proprio nel borgo di Colderù, si va da PIAN DI COLLE, Fattoria vitivinicola e spazio ideale anche per i bambini accolti dall’asinello: Fabio Remini e Chiara Perotto diventati contadini per passione coltivano in modo bio circa 3 ettari di piccoli  appezzamenti a quasi 500 metri di altezza, dove il clima è impegnativo e le rese per ettaro molto basse, per un totale di 1500 bottiglie.  Vigneti circondati dai boschi, panorama che incanta, vigne illuminate dal sole al mattino presto: qui si coltiva principalmente pinot nero, prima vendemmia nel 2015 e poi prima vinificazione diretta nel 2018.

Altri vigneti a Incrocio Manzoni bianco con piante molto belle da gestire, che danno grandi soddisfazioni, da cui si ricava Felice  e un vigneto a solaris finito di impiantare nel 2017 a 800 metri. Cantina in costruzione, ma a me è bastato il panorama per pensare di tornarci, anche perché c’era un vino solo pronto, il Sol del Canevel un rifermentato in bottiglia da uve solaris, leggera torchiatura e poi travaso in bottiglia ad aprile: freschissimo, come una cascatella torrentizia, originale nella sua rusticità, ideale in estate, seduti sulla panchina, con i piedi alti a guardare il Piave.