Albana Dei, ovvero tutto quello che c’è da sapere sull’Albana di Romagna

L’Albana Dei – bella manifestazione dedicata ai vini ottenuti con uve albana (vitigno a bacca bianca che ha in Romagna la sua patria d’eccellenza), ideata da Carlo Catani e Andrea Spada e giunta all’ottava edizione – è la migliore occasione per fare, ogni anno, il punto della situazione sulle espressioni di questa varietà.

(chi volesse saperne di più sull’albana può cliccare qui e leggere un post di qualche anno fa…).

Quest’anno poi l’evento è stato organizzato in maniera pressoché impeccabile, nonostante le “difficoltà” generate dall’emergenza sanitaria. La degustazione riservata agli addetti del settore, in particolare, ha proposto più di 60 etichette in assaggio: un’occasione unica per “testare a fondo” le varie espressioni enologiche di questa varietà.

Dagli appunti presi durante la degustazione e dal successivo confronto “aperto” con alcuni colleghi invitati – così come dagli spunti emersi durante il convegno che ha fatto seguito agli assaggi “L’Albana è già realtà. Storia, leggenda e visione in un calice di vino” – sono maturate una serie di veloci impressioni e alcuni sintetici ragionamenti, che propongo qui in forma originaria e in ordine sparso.

– L’Albana appartiene, per stile e caratteristiche, alla famiglia dei vini bianchi dell’Italia centrale, che non sono mai verticali e dritti (con forte e ben avvertita vena acida) ma solidi e ampiamente gustosi; poi semmai è la componente sapida che fa la differenza in termini di complessità e di dinamica gustativa, non l’incisività acida, che comunque è presente ma non così predominante.

– L’Albana veramente buona, per me, è quella timida al naso, gustosa e asciutta in bocca. È un “vino di gusto” (come ha perfettamente suggerito Giampaolo Gravina) e da pasto. Un vino gastronomico, come si direbbe oggi… Quindi bisognerebbe proporla e promuoverla dove siano apprezzate queste sue qualità.

– Mi hanno convinto veramente poco (così come a molti colleghi) le versioni esotiche di Albana, morbide, quasi zuccherose e con intense sensazioni di mango all’olfatto. Sembrava che il nuovo frutto esotico della Romagna non fosse più il kiwi – ancora presente ma non più coltivato come un tempo nelle campagne romagnole – ma il mango. Le ho definite le “Albana da Papeete”, (con o senza presenza di Salvini…:-) ): sanno di Malvasia aromatica di Candia, talvolta di Sauvignon. In poche parole sono probabilmente accattivanti ma profondamente false.

– Meglio semmai quelle in stile Mosella – altrimenti detto Riesling style – intensamente acide e agrumate, certamente incisive ma comunque poco vere, poco corrispondenti alle caratteristiche primarie della varietà (non c’era la minima traccia di tannini, che l’albana possiede in abbondanza…).

– Se poi – volendo continuare nel gioco dei frutti del territorio – la strada della vinificazione per via ossidativa dell’albana si percorre con uve molto mature ecco che salgono prepotenti al naso belle note di albicocca matura, quasi confettura: un frutto che appartiene decisamente di più alla Romagna. Nei trattati storici, e nelle esperienze di ricerca fatte al tempo, l’albicocca è il marcatore comunemente associato all’albana della Serra, ovvero al biotipo (dei 5 riconosciuti) dal grappolo abbastanza spargolo e allungato originario del comprensorio di Imola. Alcune etichette provenienti proprio dall’imolese mi hanno affascinato: albicocca intensa al naso e tannini perfettamente estratti e risolti in bocca!

– In generale tra la via ossidativa – con vinificazioni in ambiente ossidativo ben controllate e ragionate – e la strada riduttiva (no a qualsiasi contatto con l’ossigeno e temperature di vinificazione piuttosto basse), che origina in genere profumi esotici e terpenici, privilegerei senza dubbio la prima: il mio gusto propende per quella strada, ma mi rendo conto che forse le masse dei consumatori – in particolare quelli in bermuda e infradito, sulle spiagge assolate della Riviera – tendono all’opposto…

Alla fine vorrei elencare una serie di elementi positivi che a mio avviso hanno contribuito, negli ultimi anni, all’evidente e sempre più tangibile esplosione qualitativa dell’Albana, a quel fenomeno che scherzando (ma non troppo) tra colleghi abbiamo definito “Albana Pride”.

  • La riduzione della superfice vitata (rilevata negli ultimi decenni) ha giocato senza dubbio a favore della qualità.
  • Al contempo è maturata una più precisa ricerca e valutazione agronomica su come coltivare questo vitigno, e su quali cloni investire.
  • Si registra la crescita della rivendicazione della Docg: un’inversione di tendenza (rispetto agli ultimi lustri) decisamente significativa.
  • Bisognerebbe fare un monumento a chi ha pensato alla strada della macerazione sulle bucce per l’albana, ovunque essa venga compiuta.
  • Questa modalità di vinificazione è cresciuta in un momento felice, in cui nel mondo si assiste alla “rivincita dei tannini” nei vini bianchi.
  • E infine, ricordando il triste panorama che presentava la Docg Albana di Romagna 10-15 anni fa, non si può che concordare con chi ha detto che “quando si tocca il fondo ci si inventa per forza qualcosa…” 🙂