Addio Anna Bologna

Ho sempre avuto l’impressione che essere moglie di quell’incredibile vulcano di idee e di emozioni che fu Giacomo Bologna, indiscusso padre della barbera di qualità, non fosse per nulla facile. Conoscendo Anna, vedova del compianto Braida (soprannome con cui sono conosciuti tutti i Bologna di Rocchetta Tanaro), e avendo chiacchierato con lei in numerose occasioni, ho avuto la certezza che la loro era prima di tutto una splendida storia di amore.

 

Si sposarono quando lei aveva appena 18 anni (siamo nel 1965): «Ero praticamente una bambina – puntualizza Anna con la nostalgia di chi ricorda una tappa importante della propria vita – e i festeggiamenti del matrimonio mi proiettarono in un mondo per me assolutamente sconosciuto». Il banchetto delle nozze durò due giorni interi con tanto di banda jazz che suonò instancabilmente nella piazza di Rocchetta Tanaro. Poi trascorsero la luna di miele ad Amalfi, ospiti di un curato monferrino che era stato trasferito lì e dovettero dormire nella canonica. Dopo qualche giorno ritornarono in treno e ad attendere la coppia alla stazione di Cerro Tanaro, a due passi da casa, trovarono una schiera di amici di Giacomo che lo reclamavano per continuare i festeggiamenti: «A quel punto mi disse di proseguire» – racconta Anna – «e di andare alla trattoria dei suoi genitori. Giunsi lì a mezzogiorno, nel pieno del servizio, e mia suocera mi cinse subito con un bel grembiule e mi spedì in sala a lavorare. Finii a mezzanotte e mio marito non era ancora tornato a casa, lo rividi verso le due di notte, accompagnato da tutti i suoi amici, che si erano bevuti il Tanaro e mi disse che mi volevano conoscere. Sbottai dicendogli di non comportarsi mai più così. Allora lui prese dal comodino una foto della mia cresima, ero appena dodicenne in abito bianco con le mani giunte in segno di preghiera, e la portò ai suoi compagni di bagordi assicurandogli che si dovevano accontentare di quell’immagine. Mi fece talmente arrabbiare questa storia, che da allora in poi seguii mio marito sempre in tutte le sue mille imprese, perchè capii profondamente la sua incredibile voglia di vivere».

 

In effetti, i venticinque anni passati insieme furono vissuti a pieno. Talmente ricchi di avventure e incontri da sembrare ad Anna: «Lunghi il doppio. O meglio per fare tutto quello che abbiamo fatto in quegli anni il giorno doveva essere di quarantotto ore». Fino agli anni Ottanta oltre agli impegni della cantina, entrambi lavorarono instancabilmente nella Trattoria dei genitori di Giacomo, lei curava il servizio, lui era l’oste perfetto. Un vero e proprio anfitrione capace di stregare gli avventori che si fidavano di lui quasi fosse loro padre. Con la morte di Caterina Bologna, sua suocera, l’osteria venne chiusa e tutte le energie vennero convogliate nella produzione vinicola. Proprio in quegli anni Giacomo ritenne che fosse giunta l’ora di nobilitare un vitigno operaio come la Barbera e nel 1982 venne presentato a Vinitaly il Bricco dell’Uccellone. «Fu un momento che non mi dimenticherò mai» – continua Anna – «vedevo che i sogni di mio marito iniziavano ad avverarsi. Lui aveva sempre sostenuto che dalla Barbera potesse nascere un grandissimo vino e finalmente raccoglieva quanto seminato. In quattro giorni vendemmo tutte le bottiglie prodotte e ritornammo a casa così felici da camminare a tre metri da terra».

 

A Natale del 1990, dopo una breve malattia, il marito Giacomo morì. Un colpo tremendo per Anna, tutto sembrò crollarle addosso. La vicinanza dei figli Beppe e Raffaella, il forte desiderio di portare avanti i progetti che con il marito aveva messo in piedi, è stato più forte delle fatiche che dovette superare e dello scetticismo di molti. Quasi nessuno si aspettava che lei potesse raccogliere una sfida tanto grande. Fino ad allora il marchio Braida e Giacomo Bologna erano inscindibili: la maggior parte non riusciva a pensare un futuro senza la sua presenza, il suo carisma e soprattutto la sua energia. «Dopo pochi mesi dalla morte di Giacomo iniziarono a fioccare le offerte di acquisto, evidentemente non si fidavano di me e dei miei figli.

 

Fino a quel momento ero stata la spalla di mio marito, mio malgrado dovetti recitare da protagonista. Non fu facile ma i grandi amici di Giacomo mi diedero una mano, non potrò mai dimenticare l’affetto di persone come Aldo Conterno, Maurizio Zanella e Quinto Chionetti». La poca fiducia che il mondo del vino aveva nei suoi confronti invece di abbatterla la rianimò, tanto che mise da parte il progetto della nuova cantina già pronto e approvato da suo marito, perchè esteticamente non la convinceva, e costruì una nuova struttura ritenuta più funzionale. Poi decise l’acquisto di nuovi terreni, in pochi anni l’azienda passò da meno di dieci agli attuali 56 ettari di vigneto. Beppe e Raffaella così diversi si compensarono magnificamente e infusero nuova linfa in quella che è diventata una delle realtà più fiorenti del Monferrato e non solo.

 

A due anni dalla morte di Giacomo, quando la gente del paese aveva capito di che pasta era fatta e che nonostante le mille difficoltà l’impresa dei Braida non solo era ancora in piedi, ma addirittura stava prosperando, l’atteggiamento di tutti nei suoi confronti mutò. Per i clienti e gli abitanti di Rocchetta era sempre stata Anna di Belveglio – il suo paese di origine – ma nel 1992 iniziarono a chiamarla con il nome che da allora non l’ha più abbandonata: Anna Braida. Un’investitura popolare che vale più di mille discorsi e che lei ricorda ancora con commozione ed orgoglio.