A proposito del Magliocco: Magno Megonio in verticale

Il pubblico pollentino è stato molto contento di assaggiare, prima volta per alcuni, un vino da magliocco in purezza, il vitigno calabrese che ha vissuto una vita all’ombra del più famoso gaglioppo, principe della Doc Cirò Rosso, ma che al suo corregionale non ha nulla da invidiare e che anzi negli ultimi anni sta facendo molto parlare di sé.

Ammetto di essere andata a leggere qualche notizia in più prima della degustazione e riporto qualche riga dal volume Vitigni d’Italia, edito da Slow Food Editore: «…È una delle varietà note in Calabria già dal Medioevo, citata nel 1601 dal Mirafiori e diffusa prevalentemente sul versante della costa tirrenica. Dopo un lungo periodo di oblio, durante il quale ha rischiato di scomparire, recentemente è stato riscoperto e valorizzato, e messo a dimora anche nella parte ionica. È importante non confonderlo con il Magliocco Canino rispetto al quale, nonostante l’affinità del nome, si mostra diverso per morfologia e diffusione geografica.»

Grande merito di questo evitato rischio di scomparsa va riconosciuto alla famiglia Librandi che dalla metà dello scorso secolo ha fatto di recupero, ricerca, innovazione i temi centrali del proprio impegno. Basti pensare al giardino varietale, la collezione ampelografica che Nicodemo Librandi e Nicola Scienza hanno realizzato: oltre 180 varietà autoctone studiate, e microvinificazioni su oltre 20 differenti di esse.

Durante queste sperimentazioni il magliocco, seppur di difficile coltivazione, ha subito convinto per delicatezza, profumi e carattere, tanto da indurre i Librandi a realizzarne una versione in purezza, proprio da quelle uve “messe a dimora anche nella parte ionica”.
Ne abbiamo assaggiate cinque annate in compagnia di Raffaele Librandi, terza generazione della famiglia calabrese che ha tenacemente operato per dare lustro alla viticoltura della propria regione e meritata notorietà all’estero, e di Jonathan Gebser, redazione Slow Wine.

Dal 1998, prima annata di produzione, il Magno Megonio ha avuto una vita molto stabile con circa 18.000 bottiglie in commercio e un metodo produttivo assodato: fermentazione in acciaio, macerazione di massimo 15 giorni, barrique per 12 mesi e sei ulteriori di riposo in bottiglia.

Seppur, come accennato, sia inusuale vederlo nel Cirotano, le vigne di magliocco che danno vita a questa etichetta così cara ai Librandi sono a dimora nella tenuta Rosaneti, in Val di Neto – che ne è Indicazione Geografica –, su terreni posti tra i 50 e i 200 metri di altitudine; a valle partono sabbiosi per divenire salendo argilloso-calcarei. Fondamentali al loro sviluppo l’influsso sia del mare sia della Sila.

 

Veniamo al nome: Magno Megonio era un centurione romano vissuto nel secondo secolo d.C. che già all’epoca coltivava la vite in questa zone e che decise di lasciare in eredità testamentaria ai cittadini le proprie vigne.

Passando alle annate, ci spiega Raffaele, non ci sono grosse differenze da sottolineare: ad esclusione della 2002, esse sono state tutte calde e abbastanza uniformi. Nella zona gli aumenti delle temperature non hanno ancora influito in modo incisivo sulla produzione di vini così mediterranei, mentre invece stanno preoccupando ultimamente fenomeni estremi e imprevedibili quali le gelate in una zona che non ha mai subito tali eventi.

 

2013: molto giovane al primo impatto, ha certamente il frutto in primo piano. Bella la struttura ma con densità fine; è agile e non pesa sul palato. L’acidità non è spiccata e chiude con una nota amarognola, ammandorlata. I tannini sono morbidi e aiutano la beva.
Da questa prima versione ben si percepisce come mai sia usato storicamente per dare morbidezza al gaglioppo, ben più ruvido.

2012: più snello del primo, vista l’annata più fresca a piovosa, vira leggermente di più verso sentori legnosi e tostati che con gli anni dovrebbe comunque smaltire: la materia meno robusta ha di fatto digerito peggio il legno. Ha energia e piacevole struttura al palato.

2009: molto regolare l’annata e senza stress. Sicuramente è il vino che ha colpito di più la platea; è a un punto molto bello della sua evoluzione: disteso, con la dolcezza del frutto che passa dall’adolescenza e dalla ribellione iniziale ad una adulta armonia. Ha morbidezza tattile e completezza espressiva. Belle le note mediterranee.

2002: anno che tutta l’Italia vinicola non ricorda piacevolmente. È una versione più dritta e diretta del Magno Megonio. In questo assaggio il frutto scuro cede il posto alle spezie e alle note terrose. Il naso inganna, è un po’ chiuso ma in bocca si apre poi in una nota intrigante che ricorda i bordolesi. Nonostante sia appena più corto e meno intenso degli altri non è di certo meno interessante.

2001: annata classica e regolare. Appena versato nel bicchiere appariva parecchio chiuso e introverso, ritrovando però nel corso della serata splendida forma nonostante l’età. Il tannino è più denso ma ancora ben integrato.