A Macea nient’altro serve che Macea

Una Panda Hobby del 1999 trotta lungo uno stradello sterrato disegnato tra file di cipressi ai piedi dello splendido borgo di San Miniato, confine tra le province di Pisa e Firenze. Si ferma incerta davanti alla prima casa che incontra e ne scende una giovane matricola di Viticoltura ed Enologia. Quel giovane sono io, nel luglio del 2010, e la persona che sto cercando nell’azienda agricola Cosimo Maria Masini è l’enologo Cipriano Barsanti, che pochi mesi prima ha tenuto un seminario sulla viticoltura biodinamica presso la Facoltà di Agraria di Pisa. La casa è in ristrutturazione, fasciata dalle polverose impalcature tubolari, sulle assi rumorose camminano un paio di muratori.

 

“Scusate, sto cercando il dottor Barsanti…”

Questi sollevano le mazze, mi guardano confusi per qualche secondo

“Barsanti…Cipriano…” incalzo timoroso

“Aaaaah! Il Cipo! Cipooooo! Cipoooo! Ti cercano!”

Cipo, penso io, tutta questa confidenza verso il dottor Bar… in quel momento compare da un grosso buco nel muro un ometto dallo sguardo vispo e il sorriso buono: “Oh! Sei arrivato? Andiamo si fa un giro in vigna”. Due ore dopo, il Cipo mi invitava a fare la vendemmia da lui.

“Eh certo che ci vengo, ma dove dormo? La casa è piena, Pisa è troppo lontana”

“E che problema c’è? Metti la tenda qui fuori no?”

E così feci, accorgendomi solo negli ultimi giorni che non era una guazza abnorme sul calare del tramonto a condannarmi a precoci reumatismi, ma l’irrigatore automatico davanti al quale mi ero improvvidamente accampato.

Fu il mio mese iniziatico nel mestiere e anche uno dei più belli della mia vita.

Una volta guadagnata la sua fiducia sul campo, il Cipo mi introdusse in quello che era il suo giardino segreto, incastonato sulle colline aspre della Valle del Serchio, a Nord di Lucca. Macea: la casa della sua famiglia, le sue vigne, la sua cantina minuscola, il suo intero universo di coltura e cultura, di cui mi sono immediatamente innamorato. Un amore e una collaborazione, una scuola di alta formazione in viticoltura artigianale, durati per i tre anni dell’università, convolati a nozze dopo la laurea, quando vi ho vissuto per altri due anni, e mai interrotti anche dopo la mia partenza da Borgo a Mozzano, alla fine del 2015. La vita è lunga, tortuosa e complicata come le strade che percorriamo e che ci portano ora qui, ora là. Ma ci sono luoghi che con la loro potenza evocativa, i loro paesaggi, le loro persone, le loro culture e storie (li chiamiamo terroir?), si trasformano in tasselli e si vanno a incastonare nel grande mosaico della nostra anima, cosicché svestono i panni di aree geografiche per divenire parti di noi le quali, si sa, ci seguono ovunque si vada.

Poesia libera per Macea

(note a margine)

A Macea nient’altro serve

per essere Macea

se non Macea

e il Cipo (1)

e un po’ di topa (2)

se non vera almeno

immaginata

agognata nel momento in cui

ci immoliamo sull’ultima

salsiccia di Aimone (3)

la trecentesima

cruda

e Tono lamenta la fine

della bottiglia

numero otto

– se a cena siamo

in tre o quattro – .

Brontola allora

e ricurvo s’alza

borbottando scompare

nella notte ventosa.

S’è primavera entra dall’uscio

la dolce folata di melassa d’acacia

frusciando e frustando le fronde imbiancate

da quella pollinea neve.

Sarà quello o sarà

l’allegro sbuffare sul ritmo di marcia

di nonna Renata che scende la scala.

Varca la soglia e retorica chiede:

“Che fate?”

Già lesta porge di sotto

la saggia mano col suo bicchierotto.

“Sì bah!” risponde il Cipo

“qui fra un po’ si va a gasolio,

se vuoi be’, mi’ ma’, è rimasto l’olio!”

Allor la bocca tende e incurva mamma

chi è lesto e furbo tosto smamma

che forse a Cune, ma certo su a Rapaio (4),

rimbomba il disappunto in grido: “Io Caio!!!”

Fio crede sia un cinghiale

forse un branco ch’è allo sbando

correndo va al fucile

e invoca il cane Brando (5).

Ma poi ritorna

Tono

e reca in mano

un Campo Caturesi (6)

vecchio d’annata

coperto d’antica polvere

protettrice del vino.

È ristabilita la pace

l’alleanza fra l’uomo

e Macea.

D’estate ora si potrebbe

addormentarsi lieti accoccolati

nel vano capiente del camino.

O in giardino

in mezzo al comodo

cespuglio di biancospino

comodo

per via del vino… (7)

O sarà Maya (8)

cane fedele

a farti strada nella notte senza stelle

fino alla tenda

sempre che il giorno un c’abbiano

giocato dentro i bimbetti, riempiendola

di gioia infantile

di spensierata vaghezza

di inquantificabile merda.

O ancora

se il sonno tarda a venire

suona una chitarra amica

ed ecco illuminarsi

un astro nuovo

ché al piano di sopra una luce s’accende.

È l’Oriente, e Giulietta è il sole?

No, è Lalla,

che le girano le palle

e ti mostra lei la via del letto

che canta da soprano

e piglia i moccoli di petto.

D’autunno è la vendemmia

e gli infiniti giorni.

D’inverno è la tortura

d’aspettar che il caldo torni

che sotto alla Capanna

– e chi c’è stato dà conferma –

manda il Serchio un ghiaccio umido

che il cuore ti si ferma (9).

Ma sempre, ad ogne tempo,

il mattino ti risveglia

ed in cima alla collina

c’è il Bargiglio che ti veglia

Corsagna ti saluta

e pure Tono, che si alza

con la mutanda ed una calza.

E tu

spostati i cadaveri di vetro

vuoti

le rosticciane (10) che presto saranno

rifatte

in padella

col sugo,

rintontito

resti immerso nel vapore del caffè

sovrastato da emozioni immani

nella certezza che anche per oggi

si tromberà domani (11).

Chiosa:

Macea non è un’azienda agricola. Poiché un’azienda per definizione ha come obiettivo la produzione di beni o servizi che generano reddito e, al di là del grado di povertà dell’imprenditore in questione, in questo caso, non è quello l’obiettivo di Macea. Macea produce Libertà. Macea produce Libertà nel suo massimo grado per i suoi abitanti e per chiunque abbia il coraggio di usufruirne, e questo beneficio non ha prezzo. Io dico che Macea è il Paradiso, e non è un luogo comune. Io ho le prove. Se Dante trova scritto sulla porta dell’Inferno “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”, chiunque partisse da Macea dovrebbe trovar scritto “Lasciate ogni speranza, voi ch’uscite”.

Note: 1 Macea è un’antica torre di avvistamento adattata ad abitazione, per cui la struttura piramidale della casa rispecchia quella della famiglia. In cima, all’ultimo piano, regna nonna Renata, la capostipite. Quindi la figlia Ilaria detta Lalla, col suo figliolo Riccardo. Cipriano detto Cipo, mio primo maestro di vitivinipoesicoltura, figlio più giovane di molto. Alla base il primogenito Antonio detto Tono, maestro di flauto ma colonna agricola portante, con la moglie Barbara e i figlioli Beatrice e Mauro, il quale portando il nome del nonno fondatore di Macea lascia intendere un destino di continuità, confermato dalla personalità precocemente ed inconfondibilmente maceana.

2 È una questione molto delicata fare riferimento alla topa conversando con persone che non sono state immerse in infusione nella cultura toscana. Ogni cultura porta con sé un linguaggio, e nel suo linguaggio i suoi significati e riferimenti. Per cui la topa non è la fica, non è la potta, non è la passera, non è la pucchiacchia. Nella maggior parte dei ragionamenti, la topa significa l’anelito vitale ad essa collegato. È un suono cupo e potente che diviene sineddoche per la donna-angelo stilnovista, in un procedimento di dilaniante dilatazione tra il volgare e il sublime, tipico della poetica popolare toscana. “Viva la topa!” viene usato in contesti che risulterebbero assurdi se venisse tradotto con “Viva la vagina!”. La topa invece può assumere in sé molto di più, diventare il contenitore metafisico della gioia di vivere, della felicità, della spensieratezza, del desiderio, dell’amore, della passione, dello stare bene insieme fra amici in una sera di vino, di musica e di stelle. La topa, insomma, è un elemento utilizzato per riportare il fuoco su un orizzonte immaginifico di Bellezza.

3 Lazzareschi Aimone, del leggendario bar-tabacchi-edicola-alimentari Parigi, che sorge accanto alla deliziosa Villa Torrigiani sulle colline lucchesi sopra Capànnori (LU). Il bar Parigi è il cuore pulsante di un’area contadina di viticoltura e olivicoltura che nella mia mente ho impressionato con l’immagine di tavolini e sedie d’alluminio fuori dalle ampie vetrate con finiture anni ’70 color ottone, su cui regnano famigliari di Moretti ghiacciata e involucri di carta da salumiere da cui spuntano come missili sfilatini traboccanti stracchino e salsiccia cruda, afferrati da mani ferme intarsiate col grasso annerito dei trattori, pantaloni pieni di tasche e scarpe antinfortunistiche sdrucite. Quella salsiccia, messa a punto in ottant’anni di esperienza; in onore della quale è stata da noi istituita una giornata di giochi griglici noti come Salsicciadi; che la moglie, Marisa, “ne mangio una al giorno e un ho mai avuto nulla!”; che “le vengono a compra’ anche da Pisa!”; che cascasse il mondo il martedì mattina Aimone al banco non c’è perché “è dietro a fa’ le salsicce”; per me quella salsiccia è la più buona del mondo.

4 Macea si erge sopra al paese di Borgo a Mozzano, sul versante occidentale della Valle del Serchio, e risalendo verso la vetta del monte Bargiglio che la sovrasta, si incontrano i villaggi di Cune e Rapaio.

5 Bandiera è la località adiacente a Macea, sede dell’Università Contadina del Capanno, di cui Magnifico Rettore è stato, per molti anni fino alla triste scomparsa, Aurelio. Luminare di Filologia Contadina, lo incontrai varie volte per i campi, la schiena curva e gli scarponi rotti, tagliati volutamente sulla punta “sennò mi dolgono iddìti”. In una brumosa mattina di primavera, che ogni filo d’erba era zuppo d’acqua, lo vidi piantar carciofi nell’orto con inusuale fatica, al che vedendomi arrivare si voltò e mi regalò una delle più grandi lezioni di vita, che quella mattina “se m’ero cacato addosso a letto avevo fatto meglio!”. Suo genero, noto come Fio, grande cacciatore come il 120% della popolazione di quei luoghi, ha sempre un fido cane che chiama Brando. Quando Brando si avvicina alla fine dei suoi giorni, gli affianca un altro cane, che chiama Dickke, a cui poi toccherà lo stesso destino e così via, Brando e Dickke, nei secoli dei secoli.

6 Il Campo Caturesi proveniva da una vigna antica, ricolma di varietà autoctone di quella valle e ormai scomparse perché mai riprodotte. Conobbi il Cipo nel 2010 che mi ero appena affacciato al mondo del vino, e assaggiando il Campo Caturesi 2004 scoppiai a piangere di un pianto sommesso ma incontrollato, come capita certe volte con il vino o con l’amore. E, come per l’amore, la prima volta non si scorda mai. Quando mi sono imbattuto nel 2008, prevedendo una sua imminente, prematura scomparsa, ho iniziato a cacciarlo per tutte le enoteche, ricomprando le poche bottiglie superstiti. Oggi sono il detentore di una dozzina di quelle gemme, numerate ed etichettate col sigillo della Turci Foundation. La vigna, che era in affitto, fu espiantata nel 2012. Una parte di me si è sradicata e ora giace con lei.

7 Questi riferimenti ad esotici giacigli derivano da ricordi di serate particolarmente impegnative sul piano professionale.

8 Maya ci ha da poco lasciati e io non posso ora descrivere il vuoto che questa perdita ha generato in me. È troppo fresca la ferita. Nel testo ricordo quando d’estate amavo piantare la tenda e dormire fra gli ulivi e lei, se sentiva che mi alzavo e uscivo nella notte, mi veniva subito incontro, sentinella di Macea, per difendermi dalle insidie dei boschi.

9 A Macea sono allevate varietà nordiche come Pinot Noir, Pinot Gris e Sauvignon Blanc. In Toscana!, diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, nella Valle del Serchio, dove in fondo al colletto c’è un freddo che gli fa una sega il riscaldamento globale. Anzi, a causa di questo i pinguini stanno migrando alla piscina dell’agriturismo, dove il permafrost è garantito 12 mesi all’anno. Gli unici ospiti che ho visto proprio felici di farci il bagno erano Danesi e Scozzesi. Il resto così così. Certe notti in cui mi sono trovato costretto a dormirci in pieno inverno, credo di aver avuto quella che gli inglesi chiamano OBE, out-of-body experience.

10 Costolette di maiale. Nella dieta maceana sono il tipico contorno grigliato della bistecca alla fiorentina. Qualora avanzino, il giorno dopo si “rifanno” in umido col pomodoro, piatto che mi rende simile alla bestia dantesca che mai non empie la bramosa voglia / e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

11 Questo famoso detto toscano è la chiosa alla nota 2. La topa, intesa come entità metafisica, si pone sempre un passo oltre il raggiungibile, come la Felicità. Così, come il raggiungimento di quest’ultima si affida alla speranza nel domani, allo stesso modo ad esso si affida la trombata, ovvero il raggiungimento della topa.

 

Foto di Barbara Piergallina e Tommaso Turci