I 25 anni di Cantine Astroni e una verticale dei vini simbolo dei Campi Flegrei

Venticinque anni di Cantine Astroni: a fine febbraio una due-giorni di festa per l’azienda delle famiglie Varchetta e Vernazzaro.

Da sx: Vincenzo Varchetta, Franco De Luca, Adele Elisabetta Granieri e Gerardo Vernazzaro

Un traguardo non da poco, quello dei 25 anni, anche se nel caso di Cantine Astroni c’è una lunga storia familiare precedente al 1999, anno della fondazione. Vincenzo Varchetta, infatti, fece il suo ingresso nel mondo del vino già nel 1891; gli succedette poi, appena dopo il secondo conflitto mondiale, il figlio Giovanni. Oggi al timone c’è la quarta generazione: l’enologo Gerardo Vernazzaro, «il più vecchio dei giovani», insieme con Cristina Varchetta, hospitality manager (premio speciale per l’accoglienza in cantina a Slow Wine 2024), e Vincenzo Varchetta, anch’egli enologo.

Gerardo Vernazzaro

L’azienda opera in pieno contesto metropolitano e si prende cura dei vigneti a piede franco che si trovano sulle pendici esterne del cratere degli Astroni. Proprio il Bosco degli Astroni, un tempo riserva di caccia Borbonica e oggi oasi naturale WWF in cui è possibile ammirare il fenomeno della c.d. inversione vegetazionale, è stato uno dei luoghi visitati durante il tour organizzato per il 25° anniversario di Cantine Astroni. Prima tappa alla Solfatara di Pozzuoli, perdurante testimonianza dell’attività di quella “terra ardente di origine vulcanica in cui si combinano storia, mito, poesia, archeologia e bellezze naturali“. E poi ancora l’Eremo dei Camaldoli fondato da Giovanni d’Avalos nel 1585, con oltre 130 ettari di bosco di castagni, roverelle e frassini, e una vista pazzesca sul golfo di Napoli.

Certo, s’è parlato ovviamente (anche) di vino, con una doppia verticale in dieci annate delle etichette più “semplici” di casa. La Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice, “bianco figlio del fuoco e del mare“, e il Piedirosso dei Campi Flegrei Colle Rotondella, protagonista del laboratorio dal titolo “la semplicità è una complessità risolta“, hanno sorpreso (quasi) tutti, regalando emozioni anche in annate tanto insospettabili quanto complesse. E tanto più che nessuno dei due vini è stato pensato per l’invecchiamento.

Un racconto appassionante attraverso le interpretazioni liquide delle diverse annate con la lente dell’esperienza sul campo e dell’incessante ricerca di soluzioni (innovative e migliorative) al passo coi tempi.

La Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice

La 2022 profuma di glicine e frutta tropicale, c’è una nota erbacea in primo piano; la bocca ha discreta densità e una buona spinta acido-sapida. La 2021 è più fine nel ricamo floreale, ma di contro ha sorso più intenso e saporito, anche più caldo, con un finale amaricante decisamente gastronomico. Ricca anche la 2020, materica e appena più dorata al colore, che ha beva di gran carattere sapido. Irruenta la 2018, che è acida e piena al tempo stesso, mentre la 2017 è più torbata, forse appena magrolina sul centro bocca. Occhio alla 2016, incredibile per tensione acido-sapida, che è dritta e verticale, inconfondibilmente marina e assolutamente intrigante pur se nervosetta, o forse proprio per quello. Un po’ più in debito di ossigeno la 2015, annata in cui non ha piovuto praticamente mai e a partire della quale le fecce fini sono state progressivamente mosse in misura inferiore. Complicata, ma per motivi diversi, e più “avanti” nell’evoluzione la 2014, risultato della raccolta di uve non perfettamente mature e di scarsissime piogge tra settembre e ottobre, con un grado di ossidabilità molto più alto. Più dolcina e sottile la 2013, che ha bocca placida e rilassata.

Il Piedirosso dei Campi Flegrei Colle Rotondella

Se non c’erano dubbi sulla tenuta della Falanghina, le dieci annate di Piedirosso hanno riservato risultati positivi difficilmente pronosticabili, anche in considerazione del fatto – e bene ha fatto Gerardo Vernazzaro a sottolinearlo – che per quest’uva che sta ai Campi Flegrei come il pinot nero alla Borgogna manca(va) un vero e proprio modello viticolo di riferimento. Che poi è anche il motivo per cui i risultati degli ultimi anni, in fatto di innalzamento della qualità media, sono stati davvero stupefacenti. A voler tacere delle difficoltà intrinseche derivanti dall’essere il piedirosso – «superficialmente profondo ma non profondamente superficiale», ne ha parlato così lo stesso Gerardo –, una varietà complicata già in partenza con il pericolo di riduzioni sempre dietro l’angolo. La 2022 rappresenta un incredibile punto di approdo, un nuovo riferimento letterario per il Piedirosso moderno: agile, saporito, nitidamente floreale, ha un naso di sottile speziatura, e un sorso saporito e di grande dinamismo. Scorrevole e sottile, ma di grande presa al palato, è il prototipo del vino rosso da gustarsi anche con qualche grado in meno di temperatura di servizio. Molto diverso, per dire, dal caldo 2021, che ha carattere di maggiore mediterraneità, ma è più scuro nelle sensazioni gusto-olfattive, sanguigno, forse pure più ruvido, con una leggera impuntura vegetale. Sul 2020: è vero che c’è una volatile appena sopra le righe, ma la bocca… caspita se ha succo! E dire che s’è fatta una gran fatica in vendemmia, con un periodo di raccolta complicato dalle intense piogge. Lusinghiero anche il risultato della 2019, dal fascino balsamico di mirto e un sorso più crudo. Di maggior rigore interpretativo il 2018, molto verticale in bocca, mentre il 2017 ha qualche profilo ossidativo, ma è sanguigno e appagante al sorso. Le cose si complicano con il 2016, in cui la sapidità sembra andare per conto proprio, mentre il 2015 ha gran fascino e sembra proprio un altro vino. Il 2014 è piuttosto aggressivo nella parte tannica, ma è il 2013 a stupire tutti per la beva di grande distensione: a conti fatti tra le bottiglie più interessanti di giornata.