100/100 a go go. Tesoro mi sono ristretti i numeri!

Ho grande stima del lavoro di Antonio Galloni, che pur non conoscendolo personalmente considero uno dei più seri e capaci giornalisti americani (il migliore sul Piemonte). A proposito, caro Antonio, noi il 24 febbraio presentiamo la guida a New York, se avessi voglia di fare un salto ci si conosce!

Fatta questa doverosa premessa, che a molti di voi non interesserà più dei vestiti indossati da Achille Lauro (anzi decisamente di meno), vorrei entrare nel merito di quanto desidero esprimere nelle poche righe che seguiranno. Si tratta molto semplicemente di una riflessione sui punteggi dei vini.

Slow Wine, di cui celebriamo i dieci anni di vita, decise fin dal principio di non ricorrervi, non tanto per scelta dovuta a snobismo ma piuttosto come pensiero legato al fatto che un numero ci pareva poco adatto a esprimere la complessità di un vino. Insomma, una scelta fortemente riduttivista che rischiava di impoverire una materia che, invece, ci pareva ricca e complessa.

Ora, a distanza di due lustri, il mio dubbio è anche un altro. Vorrei spiegarlo partendo dalla scimmiottatura del titolo di un celebre film: “Tesoro mi sono ristretti i numeri”.

E torno ad Antonio Galloni. Ho letto questa mattina con estremo interesse il suo lungo e approfondito articolo sul Barolo 2016, su cui mi trovo sostanzialmente in accordo, considerandola come fa lui una delle ultime grandissime annate (forse solo la 2019 la supererà, tra quelle più recenti?).

Su Facebook ho notato come numerosi barolisti abbiamo iniziato a condividere i punteggi, e i 100/100 mi paiono numerosi, almeno 4 tra quelli che ho avuto modo di incrociare. Si sprecano poi altri punteggi altissimi. Non contesto i nomi dei grandi vignaioli, che per ora ho visto aver raggiunto così alte vette aritmetiche. Burlotto, Chiara Boschis e Vietti sono sempre stati “premiati” da Slow Wine; quindi non posso che essere anche contento di questo incrocio di gusti che ci vede concordi.

Il punto è un altro, che ormai la scala è molto corta, nelle grandi denominazioni si parte ormai dal 90, al di sotto il valore è davvero un po’ meschino e chi riceve un under 90 si offende. Ma questa non è solo una tendenza di Galloni, basti vedere i 100/100 che James Sukling ha elargito ai Brunello 2015: ben 11 (qui i gusti, a onor del vero, divergono non poco tra noi e lui). Su 187 etichette, la metà è oltre il 95…

La domanda sorge spontanea quindi, i numeri che già poco si adattano a raccontare una materia complessa come il vino, se poi sono così limitati, come fanno ad aiutare il consumatore e il lettore nella scelta? Tra un 99 e un 98 non c’è poi un abisso, o dobbiamo abituarci, invece, a interpretare in modo differente la matematica?

Su questo tema ho trovato arguto e ben scritto anche il contributo di Carlo Macchi, che vi invito a leggere, perché esprime più o meno quanto ho scritto, ma in maniera ancora più approfondita, visto che WineSurf (il suo sito) da anni utilizza i numeri per offrire un giudizio ai suoi lettori. Aggiungo anche un articolo di un altro bravissimo collega, Ernesto Gentili che su L’AcquaBuona si faceva le nostre stesse domande oltre un anno fa.

I punteggi quindi? Sono arrivati al capolinea per eccesso di abbondanza o, invece, questo sensazionalismo dei numeri conquisterà sempre nuovi appassionati?