(Slow) Smart City, riprendiamoci le nostre città a partire dal cibo

Più della metà della popolazione mondiale vive oggi in città. Un dato impressionante se si pensa che nel 1900, cioè poco più di un secolo fa, la popolazione urbana era il 10%.

E le cose non sembrano migliorare: le previsioni per il 2050 parlano del 75% di cittadini sul totale della popolazione. Uno sconquasso antropologico che affonda le sue radici nell’idea stessa di progresso, in quel paradigma di crescita infinita e senza regole che si è imposto in Occidente: è la modernità stessa a essere urbana. Il rurale, naturale, sparisce dalle nostre vite e tutto ciò che sta fuori dall’area metropolitana viene inglobato, trasformato in mera funzione, in risposta alle necessità cittadine, o meglio ancora viene adeguato all’organizzazione urbana del mondo. Possiamo invece ripensare il tessuto urbano e l’area metropolitana a partire dal recupero di quella ruralità perduta? Immaginare e soprattutto progettare le nostre città pensando di riconquistare gli spazi in cui vivere la modernità con maggiore umanità?

Perché la modernità si è dimenticata di porsi una fondamentale domanda: se tutti viviamo in città, chi e come ci nutrirà? Com’è e sarà prodotto, distribuito, venduto consumato e (vergognosamente) sprecato il cibo che arriva nelle nostre metropoli?

Il modello di produzione industriale ha in pratica fagocitato ogni aspetto della nostra vita e, ciò che più preoccupa, ha relegato agricoltura e aree rurali a un ruolo marginale, con una rimozione del rurale, non solo fisica, ma anche intellettuale. Tanto che «gli ambiti agricoli sono percepiti e trattati dalla pianificazione urbana e territoriale come spazi “non ancora urbanizzati”» (Andrea Calori, «Coltivare la città» Slowfood n 44). Eppure, fino a pochi decenni fa, «le aree agricole ai margini delle città avevano uno stretto legame con il centro, e molte parti interne delle stesse città erano coltivate e adibivano a funzioni importanti come il mantenimento del clima nelle stagioni calde. Oggi invece l’immagine più diffusa che abbiamo dell’agricoltura in città è limitata agli orti urbani che, soprattutto in Italia, sono “marginali” i tutti i sensi: spesso abusivi e collocati in luoghi come i bordi delle ferrovia o in aree periferiche degradate» (Andrea Calori, «Coltivare la città» Slowfood n 44). E la stessa educazione ambientale difficilmente lascia spazio a quella educazione alimentare che in chiave multidisciplinare garantisce a bambini e ragazzi quella formazione necessaria per leggere il mondo da altri punti di vista, privilegiando gli aspetti sociali e ambientali a quelli produttivistici.

Che cosa è successo? E come riappropriarci di quegli spazi e di quell’identità rurale, di quel sapere contadino che ci consentiranno di affrontare le sfide di un futuro certamente urbanizzato e in balia dei cambiamenti climatici?

 Agricoltura e città condividono gli stessi natali. La storia

Come ben ci racconta Carolyn Steel architetta e autore di Hungry City: How Food Shapes Our Lives, Cambridge University (Città affamate, come il cibo dà forma alle nostre vite) «questo processo di urbanizzazione è iniziato 10000 anni fa in Mesopotamia quando due straordinarie invenzioni hanno avuto luogo: l’agricoltura e l’inurbamento. E non è un caso che queste attività condividano i natali, città e agricoltura sono legate, hanno bisogno l’una dell’altra». Seguiamo con lei il percorso storico: addomesticare il grano ha consentito ai nostri antenati di avere una fonte di cibo sufficiente per la nascita di insediamenti permanenti. E i cicli del raccolto hanno dominato la vita delle città per tutta l’epoca preindustriale: non solo il cibo era coltivato e allevato all’interno dello spazio cittadino, ma le strade, gli spazi pubblici erano l’unico luogo dove il cibo veniva venduto e comprato. Bisogna immaginare città piene di cibo, luoghi in cui non era certo difficile ignorare da dove venisse il pranzo della domenica, probabilmente stava belando giusto qualche giorno prima fuori dalla propria finestra, come ci dimostra l’immagine di Smithfield 1830.

 

Smithfield 1830

 

Arriva la ferrovia e tutto cambia

Solo dieci anni dopo arriva la ferrovia e i primi passeggeri sono maiali e pecore: all’improvviso questi animali non arrivano più al mercato cittadino sulle proprie zampe, ma vengono macellati da qualche parte in campagna, lontani dagli occhi e lontani dal cuore.

Questo cambia tutto: la città può crescere in ogni forma e direzione, non ha più vincoli geografici che limitavano crescita e accesso. Basta guardare come Londra come si sviluppa nei novant’anni successivi dall’arrivo della ferrovia: da piccolo raggruppamento informe facile da sfamare, a uno informe allargamento e “sbrodolamento” che sarebbe molto difficile sfamare se il cibo fosse trasportato a piedi o a cavallo.

Con le automobili giunge anche l’emancipazione totale della città da qualsiasi rapporto visibile con la natura. E alla nascita di alimentari che ci hanno reso dipendenti da modelli insostenibili e dannosi, per noi e il pianeta: allevamenti intensivi, monocolture, uso indiscriminato di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti di sintesi che infertiliscono il solo, prodotti che viaggiano per i continenti, refrigerati e ben incellofanati che consumano acqua ed emettono inutile gas serra con i conosciuti e terribili effetti su clima, ambiente e nostra salute.

Che cosa possiamo fare?

Non è una domanda nuova. «Già se lo chiedeva Tommaso Moro nella sua Utopia 500 anni fa» suggerisce Steel. Moro descrive una serie di città semi indipendenti, distanti una giornata di cammino, dove tutti amavano coltivare, e facevano crescere verdura nei loro giardini, e consumavamo tutti insieme pasti comunitari. Un’altra visione utopistica molto famosa è quella di Ebenezer Howard e le sue Città Giardino: stessa idea, città semi indipendenti e intorno terra arabile collegate dalla ferrovia. Ci hanno provato a realizzarle, ma hanno fallito. Perché? Ci risponde ancora Carolyn Steel: «C’è un problema di fondo con queste visioni utopiche, ed è che sono utopistiche. Moro aveva scelto questa parola di proposito perché ha una doppia derivazione dal greco: può significare un “buon-luogo” (eu buono + topos luogo) oppure un “non-luogo” (ou no + topos luogo), ovvero un ideale, una cosa immaginaria che non possiamo avere. E allora come strumento concettuale per ripensare all’abitare umano propongo la Sitopia dal greco antico sitos cibo e topos luogo, perché per pensare alla questione dell’abitare umano e di come vogliamo immaginarci il nostro futuro urbano ci dobbiamo rendere conto che già viviamo in una Sitopia, il nostro mondo è guidato dal cibo e se ne prendiamo consapevolezza possiamo usare il cibo come uno strumento potente e straordinario».

Dall’Utopia alla Sitopia

A partire dalla conoscenza, formando persone che sappiano riconoscere che cosa mangiano. Ritroviamo i mercati, chiediamo e mettiamo in pratica politiche che possano rinnovare il patto con la campagna. Agiamo sulla filiera valorizzando la qualità e incentivando l’acquisto diretto, anche nella ristorazione, facilitando le forniture e mettendo in campo campagne di sensibilizzazione. Sono tante le città che hanno avviato programmi di agricoltura urbana per il sostegno alla produzione: la città di Gent ha per esempio coinvolto i ristoratori nella diffusione di un marchio locale di qualità e nella promozione di un’opzione vegetariana nei menù dei ristoranti e bar, dopo averlo incluso nelle mense scolastiche. Vancouver attraverso la creazione di 50 cucine comunitarie favorisce l’incontro degli abitanti dei quartieri per cucinare insieme e sviluppare socialità.

Lusaka ha coinvolto le donne nell’elaborazione di un programma di avviamento al commercio alimentare. Toronto ha sviluppato un percorso con gli abitanti dei quartieri per l’elaborazione dell’elenco di prodotti sani da commercializzare all’interno dei negozi convenzionati contro i fooddesert. Si può lavorare affinché l’agricoltura divenga una via più sostenibile di progettare e vivere le città, immaginando sistemi alimentari che tengano presente sicuramente le esigenze e gli stili di vita urbani, ma anche e soprattutto le sfide che il futuro ci propone.

E il futuro si immagina a partire dall’educazione dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, iniziando, perché no, dalla coltivazione di un orto didattico affiancato da seri programmi di educazione alimentare e ambientale, affinché si possa anche parlare di prevenzione e salute. Un percorso che necessariamente deve allargarsi a tutto il territorio circostante e la regione affinché il tutto non si riduca a mero marketing amministrativo.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti

Slowfood 44, «Food and the city», febbraio 2010, e in particolare Andrea Calori, «Coltivare la città».

Ted.com

Foodcities.org

www.hungrycitybook.co.uk

atlantedelcibo.di.unito.it

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