Slow Meat
Consumi di carne, allevamento intensivo e monocolture: un legame indissolubile
Gli attuali consumi di carne in Occidente sono insostenibili. Le conseguenze sono gravi per tutti: per la nostra salute, per il clima e per il nostro pianeta. Senza parlare delle condizioni degli allevamenti intensivi, vere e proprie fabbriche di carne che ignorano il benessere animale pur di soddisfare la crescente domanda del mercato.
Dal 1960 a oggi, la produzione di carne è aumentata di cinque volte e se, come sostiene la Fao, il consumo globale di carne raddoppierà entro il 2050, ovvero da oltre 250 milioni a 500 milioni di tonnellate di carne consumate ogni anno, il sistema non può reggere.

Questa impennata della produzione è legata a una profonda trasformazione dell’allevamento, che si è specializzato, slegato dalla terra e trasformato in industria.
A sua volta, l’allevamento industriale è legato a doppio filo alla diffusione delle monocolture e di pratiche agricole che deteriorano la fertilità del suolo, compattandolo e inquinandolo con fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi. La maggior parte della soia e del mais coltivati nel mondo sono destinati alla zootecnia e sono Ogm.
Tutto il sistema – dalla produzione di semi a quella di fertilizzanti chimici, dei pesticidi, delle pompe idrauliche, dalla genetica animale alla produzione di mangimi, dai prodotti farmaceutici all’allevamento, alla macellazione e alla distribuzione e perfino alle compagnie nautiche che trasportano mangimi e farine attraverso il globo – è controllato, a livello globale, da una manciata di multinazionali, che continuano ad accrescere il loro raggio di azione grazie ad acquisizioni e fusioni.

I costi nascosti del sistema zootecnico globale riguardano anche la salute umana.
Gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause dell’antibiotico resistenza. Lo spandimento eccessivo delle deiezioni nei campi inquina le falde. Le emissioni di ammoniaca generano gran parte del particolato atmosferico (PM 2,5), ovvero le cosiddette polveri sottili. Il consumo eccessivo di carni lavorate, inoltre, per via dell’uso di conservanti (nitriti e nitrati in primis), dell’alto contenuto di sale e di alcuni metodi di trasformazione (come l’affumicatura) è legato a malattie cardiovascolari, ipertensione e ad alcune forme tumorali.
L’allevamento industriale ha separato gli animali allevati dalla natura, trasformandoli in mezzi di produzione con un’unica ragione d’essere: produrre nel modo più efficiente e veloce possibile. Li ha privati di spazi adeguati dove soddisfare i loro bisogni etologici, li ha mutilati, li ha sottoposti a trattamenti preventivi per evitare lo sviluppo di malattie da affollamento, ha adattato la loro alimentazione a esigenze di maggiore produttività diminuendo l’erba e i fieni e aumentando cereali e soia. Il risultato di questa tipologia di allevamento è una vita di stress e sofferenza.
Slow Meat
Con la campagna Slow Meat Slow Food invita a preferire consumi ragionati e fare scelte pensando anche all’impatto sull’ambiente, al benessere degli animali e alla tutela del lavoro. Slow Meat è anche una campagna che sostiene il lavoro dei produttori di piccola e media scala che rispettano il benessere degli animali e cercano di pesare il meno possibile sull’ambiente.
Slow Meat: mangiamo meno carne, di migliore qualità
In questo modo, creeremmo enormi benefici per la nostra salute, il sistema alimentare e la qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua.
Quanta carne mangiamo?
Negli ultimi anni, i consumi di carne sono cresciuti in modo esponenziale in America e in Europa, e purtroppo sono aumentati in Cina, in India e, in generale, nei Paesi in cui cresce una nuova classe media e in cui si registra una forte crescita demografica…
Perché ridurre il consumo di carne?
Limitare il consumo di carne è importante per molte ragioni: fa bene all’ambiente, fa bene alla nostra salute, fa bene agli animali… fa bene a tutti!
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