9 ragioni per cui il cibo deve essere protagonista di Cop27

E del perché non avremo futuro senza la trasformazione del sistema alimentare

 

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Il sistema alimentare globale è responsabile di 1/3 delle emissioni globali di gas terra

Se è innegabile che il sistema alimentare globale e industrializzato affermatosi negli ultimi 50 anni abbia aumentato rese e produttività (insieme allo spreco alimentare che produce 8-10% delle emissioni globali di gas serra) è vero anche che il costo che paghiamo tutti è troppo alto.

Inquinamento, erosione del suolo, paesaggi devastati, contributo alla diffusione di epidemie, risorse prosciugate, collasso della biodiversità.

La crescita esponenziale dell’uso in agricoltura di derivati dal petrolio (fertilizzanti e pesticidi, combustibili) e la terrificante estensione delle monocolture non solo hanno devastato l’ambiente ma hanno compromesso la sopravvivenza delle piccole e medie imprese, di quella agricoltura familiare che in realtà sfama il pianeta.

In particolare, sono tra gli 11 e i 19 miliardi di tonnellate le emissioni all’anno che il rapporto Ipcc attribuisce al sistema alimentare, dallo sfruttamento del suolo alla produzione agricola, all’imballaggio e alla gestione dei rifiuti.

I sistemi alimentari sono responsabili del 60% della perdita di biodiversità, di circa un terzo dei suoli degradati e del over sfruttamento di almeno il 90% delle popolazioni ittiche commerciali.

Per le fonti: Cambiamento climatico e sistema alimentare – Documento di posizione, Slow Food 

La produzione industriale di carne rappresenta il 57% di tutte le emissioni del sistema alimentare

Dobbiamo arrenderci e riconoscere l’evidenza: il maggior responsabile delle emissioni imputabili al sistema alimentare è la sproporzionata e ormai oltraggiosa produzione di carne.
Non c’è futuro per questo pianeta se non riduciamo e drasticamente la produzione e il consumo di carne azzerando quello proveniente da allevamenti intensivi.

Le emissioni generate dall’allevamento del bestiame sono multiple, e dovrebbero comprendere quelle dovute alla deforestazione e dal cambiamento della destinazione d’uso dei terreni, come ad esempio eliminando boschi e foreste che assorbono carbonio per creare spazio per gli allevamenti e le monocolture a loro necessarie.

La maggior parte delle emissioni sono generate dunque dalla produzione di mangimi e dai ruminanti, in particolare le vacche che emettono metano, agente 23 volte più efficace dell’anidride carbonica nel contribuire al riscaldamento del pianeta.

 

La produzione di 1 kg di carne bovina porta all’emissione di gas serra pari alla quantità di anidride carbonica emessa da un’automobile media europea ogni 250 km.

E per finire l’ultimo dettaglio: l’allevamento è di gran lunga il più grande utilizzatore antropogenico di suolo. La superficie totale occupata dal pascolo è pari al 26% della superficie terrestre priva di ghiaccio. La superficie totale destinata alla produzione di foraggio ammonta al 33% del totale dei seminativi.

In tutto, la produzione di bestiame rappresenta il 70% di tutti i terreni agricoli e il 30% della superficie terrestre del pianeta

Fonti Cambiamento climatico e sistema alimentare – Documento di posizione, Slow Food
nature.com 

Per saperne di più visita la sezione di approfondimento sull’allevamento Slow Meat

Il sistema alimentare è a rischio

Il sistema alimentare è allo stesso tempo vittima e carnefice. L’agricoltura, in particolare quella su piccola scala e familiare, è la prima a essere colpita dal clima che cambia. I sistemi alimentari sono minacciati da fattori diretti quali i livelli di temperatura e la distribuzione delle precipitazioni, ma anche da effetti indiretti, come disequilibri degli ecosistemi e perdita drammatica della biodiversità.


Aumentano le malattie, i parassiti migrano e colpiscono zone diverse del pianeta. Gli agricoltori stanno già affrontando siccità devastanti, interrotte da inondazioni improvvise. Si innalza il livello del mare, e l’acidificazione degli oceani li rende ostili alla vita. Stiamo assistendo a una desertificazione inarrestabile. Questi fattori influenzano le rese, i costi di produzione e i prezzi finali, minando la nostra sicurezza alimentare e la sopravvivenza delle comunità rurali e di quelle costiere.

Tutto è connesso

Questo sistema alimentare ingiusto e la crisi climatica sono legati a doppio filo alla maggior parte dei problemi mondiali attuali: conflitti internazionali, standardizzazione culturale, malattie croniche, migrazioni, pandemie. Perdita di sicurezza alimentare e crisi conseguenti.

Avere un approccio olistico è fondamentale.

Dobbiamo riconoscere la stretta interconnessione degli aspetti sociali, ambientali e culturali della produzione e del consumo alimentare, percepiti come caratteristiche distinte.
Protezione della biodiversità, sviluppo delle economie locali e la produzione su piccola scala insieme alla salvaguardia dei saperi locali, tradizionali e delle comunità in cui si sviluppano, sono tutte azioni legate alla difesa dai cambiamenti climatici.

La politica deve avviare un radicale cambiamento sistemico

Cambiare il nostro sistema alimentare è necessario e richiede un intervento politico a livello internazionale. Consumatori e agricoltori possono influenzare il mercato attraverso le loro scelte, ma pormuovere «scelte responsabili dei consumatori» non è sufficiente

I governi devono smettere di concentrarsi sulle tecnofixies e adottare un approccio precauzionale. Dovrebbero investire fondi pubblici per sostenere i sistemi di agricoltura agroecologica, una lotta decisiva e reale contro gli sprechi alimentari, il sostegno all’agricoltura familiare e artigianale, la riduzione della produzione di carne nelle aziende agricole intensive, la protezione del suolo e il recupero di quelli degradati invece di sovvenzionare la produzione industriale su larga scala che si basa su concimi a base di petrolio. E di regolamenti atti a imputare alle aziende la responsabilità delle loro emissioni.

Per combattere l’ingiustizia sociale

Sono i Paesi industrializzati i primi responsabili del cambio climatico, ma i primi a subirne gli effetti e in modo grave sono i Paesi meno responsabili e più fragili. E non solo per questioni ambientali. Ma che uno stato sia ricco o meno, sono i cittadini più poveri i più vulnerabili privi dei mezzi per difendersi dagli effetti del cambiamento climatico. Le previsioni e gli studi sul tema non ci confortano: rispetto a uno scenario in cui le temperature rimangono le stesse, sarà esponenziale l’aumento di persone a rischio fame, milioni di nuovi poveri in tutto il mondo. Anche in Italia.

Fermare la dipendenza da combustibili fossili e chimica di sintesi

Secondo il rapporto della Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC) i fertilizzanti a base di azoto costituiscono la fonte principale delle emissioni imputabili all’agricoltura, con una percentuale del 38%. La produzione di ammoniaca richiede molti combustibili fossili. Una volta che gli agricoltori applicano fertilizzanti nei campi, la maggior parte dell’azoto scorre nei corsi d’acqua e rilascia gas serra nell’atmosfera. I loro residui nel suolo sono tossici per l’ecosistema e per la nostra salute.

Servono politiche a tutela di bisogni e conoscenze delle comunità locali e delle popolazioni indigene

Slow Food difende e trae nutrimento dai saperi tradizionali, fonte di conoscenza e know-how al centro dell’apprendimento tecnico e scientifico. Se protetta, può diventare un elemento vitale nei sistemi economici locali e contribuire a diffondere metodi di produzione e consumo alimentari rispettosi dell’ambiente e della cultura di un territorio. La partecipazione degli agricoltori è un elemento essenziale per garantire la diffusione di pratiche sostenibili e, per questo motivo, la condivisione orizzontale delle conoscenze tra gli agricoltori è di importanza cruciale.

Biodiversità

Coltivare, allevare e ripristinare biodiversità significa invertire un modello di produzione che continua a generare disastri ambientali e sociali, minando le fondamenta della sicurezza alimentare non solo delle generazioni future, ma ormai anche di quelle presenti. E invece i sistemi di produzione del cibo, in tutto il mondo, continuano a ridurre il loro tasso di diversità in termini di specie, varietà e razze, e ad aumentare il loro impatto sull’ambiente e sul clima. E così scompaiono a ritmi impressionanti varietà vegetali e razze animali selezionati in millenni di storia dell’agricoltura, ecosistemi e specie selvatiche, saperi tramandati da generazioni.

Oggi, il 90% del cibo che consumiamo proviene da 120 specie. Solo 12 specie vegetali e cinque razze animali forniscono più del 70% di tutto il nostro cibo.

Tre quarti della diversità genetica delle colture agricole sono scomparse negli ultimi cento anni. Senza biodiversità, la natura stessa è destinata all’estinzione.