Se scoppia il Sessantotto dei contadini

Buttare via il frutto del proprio lavoro è il segno di una disperazione e di una esasperazione che non sono più contenibili all’interno del normale dibattito pubblico. Molto spesso, purtroppo, è l’unico modo che i contadini hanno per farsi ascoltare. Lo abbiamo visto in questi giorni con i pastori sardi, ma rischiamo di vederlo ancora e, forse, sempre più spesso. Alcune lotte e istanze si sono già unite approfittando dell’attenzione suscitata dal versamento del latte sardo e altre, presumibilmente, si uniranno ancora.

Presidio del Fiore Sardo © Alberto Peroli

Dagli olivicoltori strozzati da un mercato asfittico e dalla xylella ai cerealicoltori siciliani che si vedono il grano pagato al prezzo di trent’anni fa, solo per citare i casi di questi giorni.

Quello che questi episodi ci raccontano è un sistema alimentare che sacrifica il benessere di chi produce trasformando la materia prima in commodity e comprimendo sempre di più i margini di guadagno per il settore primario.

Quello a cui stiamo assistendo, se non si cambia rotta, potrebbe essere l’inizio di un “Sessantotto dei contadini”, la cui voce non deve più essere ignorata. Contadini che oggi chiedono di emanciparsi da un modello di mercato in cui a guadagnare sono solo i grandi agglomerati industriali che trasformano la materia prima, la distribuiscono o fanno le due cose insieme.

E se tanto più veemente è la protesta, tanto prima si ricorre a misure tampone, bisogna però sottolineare che sussidi o acquisti di emergenza non possono rappresentare la soluzione, anche perché si tratta di misure che alla lunga non fanno altro che perpetrare la situazione iniziale. Non solo, ma i sussidi sono fatti di soldi pubblici, cioè di denaro dei cittadini. È chiaro allora che se da una parte abbiamo l’impressione di pagare poco il cibo al supermercato mentre dall’altra paghiamo i sussidi necessari alla sopravvivenza di comparti schiacciati da quella stessa grande distribuzione, la contraddizione c’è ed è pesante.

Eppure le soluzioni per un’agricoltura a misura d’uomo ci sono, e molto spesso sono praticate da tantissimi già oggi, in ogni regione d’Italia. La prima chiave è la biodiversità, la valorizzazione delle differenze territoriali e tradizionali.

Antiche varietà di grano duro di Lansarin e Gaffaya © Oliver Migliore

In ogni angolo del nostro Paese troviamo specie autoctone, razze ancestrali, varietà uniche che si sono adattate al territorio e che danno vita a eccellenze irripetibili che possono generare giusto reddito, se conosciute e promosse. Poi c’è la multifunzionalità. Non è più pensabile che un’azienda agricola si focalizzi esclusivamente su un prodotto, perché in questo modo si rischia di essere in scacco delle dinamiche perverse del mercato, a dipendere da speculazioni su cui non si ha nessun controllo.

L’azienda multifunzionale è il futuro.

Capace di coltivare prodotti differenti, di usare le deiezioni dei propri animali come fertilizzante per i campi in cui si coltiva il fieno o il grano, di essere al contempo fattoria didattica la domenica e punto di vendita diretta in settimana, magari anche di offrire ospitalità agrituristica. Infine, altro punto centrale è l’integrazione di fasi diverse della filiera. Chi riesce a trasformare in casa il proprio prodotto ha maggiori margini di guadagno oltre che maggiore soddisfazione e riconoscibilità, così come chi riesce a praticare un’agricoltura circolare.

 

Questo è lo scenario a cui tendere per dare un futuro promettente ai giovani in agricoltura. E le istituzioni, la politica, giocano un ruolo per niente marginale. Un esempio recente è la legge regionale n.1 del 2019 (ne abbiamo parlato con l’assessore Ferrero qui), approvata a gennaio di quest’anno dalla regione Piemonte. Una legge che sostiene questo modello di agricoltura e prova a offrire strumenti utili a perseguirla. Una legge ben fatta, che certamente si può replicare altrove.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da La Stampa del 20 febbraio 2019

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