Se l’Europa si dimentica del glifosato

In Europa, dopo il rinnovo dell’autorizzazione al glifosato, stati e città ne hanno proposto il bando. Ma si prosegue a macchia di leopardo, con troppe incertezze ed eccezioni. Intanto, spunta l’ipotesi di manipolazione degli studi usati per il rinnovo

In Germania il Laboratorio di Farmacologia e Tossicologia Lpt di Amburgo è sotto accusa per aver commesso frodi sui risultati delle sue ricerche: sostituzione di animali morti con animali vivi, tumori diventati “infiammazioni” e distorsione dei dati per compiacere i clienti.

Come ricorda l’indagine di Corporate Europe Observatory, Pan Germany e Global2000, il nostro sistema di autorizzazione per le sostanze chimiche si basa sul principio che le aziende devono dimostrare scientificamente che i loro prodotti non presentano rischi per la salute pubblica e l’ambiente. È quindi anche loro responsabilità commissionare a laboratori certificati gli studi tossicologici necessari per l’autorizzazione. Come garanzia contro la manipolazione e la falsificazione, le autorità di tutto il mondo si affidano al certificato di “Good Laboratory Practice” (GlpP), che prevede rigorosi requisiti di documentazione e regolari controlli interni ed esterni. Tuttavia, lo scandalo che coinvolge il laboratorio tedesco, in possesso di questa certificazione, dimostra che la fiducia negli studi commissionati dalle aziende non è giustificata, e suscita dubbi sulla procedura di valutazione della sicurezza dei pesticidi e in particolare sul rinnovo dell’autorizzazione del glifosato da parte dell’Europa nel 2017.

È evidente che gli studi hanno un’enorme importanza economica e che c’è un grave conflitto d’interesse. La pressione, anche mediatica, messa in campo dalle aziende produttrici è fortissima.

Il diserbante glifosato apparve sul mercato nel 1974 come Roundup; da allora il brevetto Monsanto è scaduto e varie aziende lo producono. Nel 2015, l’Agenzia di Ricerca sul Cancro dell’Oms ne ha dichiarato la “probabile” cancerogenicità.  Un meta-studio di Università americane di un anno fa ha affermato un “legame convincente” tra esposizione al glifosato e insorgenza del linfoma non-Hodgkin, un cancro che origina dai linfociti. Migliaia di persone negli USA sono in causa e chiedono il risarcimento dei danni a Bayer-Monsanto.  In alcuni casi che hanno fatto scalpore, l’azienda è stata condannata a pagare.

In Europa, dopo il rinnovo dell’autorizzazione, diverse città e regioni hanno scelto autonomamente di bandirlo o di restringerne il campo di applicazione. La prima regione italiana a farlo è stata la Calabria, anche se il recente cambio di Governo sembra mettere in discussione questa decisione. Altre, come Toscana e Veneto, si sono espresse per il bando. In generale, in Italia è vietato usare glifosato in luoghi pubblici e impiegarlo in agricoltura prima del raccolto.

Ma la messa al bando del glifosato prosegue a macchia di leopardo, con troppe incertezze ed eccezioni. Per esempio, negli Usa ci sono stati recenti divieti da parte di città e istituzioni, tra cui Key West, Los Angeles, le Università della California. In Europa, il parlamento austriaco ha votato un divieto totale del glifosato che però è stato poi ritardato, in Francia, Macron ha dichiarato che lo avrebbe vietato «non appena sarà disponibile un’alternativa, al più tardi entro tre anni»; ma dopo di allora ha anche detto che questa scadenza può essere rispettata solo all’80%. In Belgio e in Olanda, è vietato solo per l’uso non professionale. In Repubblica Ceca e Danimarca ci sono limitazioni in base al momento del raccolto. Insomma, è quanto mai necessario che l’opinione pubblica faccia sentire la sua voce e che non vengano meno l’attenzione e la pressione. Le alternative esistono, la politica deve applicare coerentemente il principio di precauzione e proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente.

Di Paola Nano
p.nano@slowfood.it

pubblicato su il manifesto il 27 febbraio 2020

 

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