Rivoluzione verde addio. Il futuro si chiama agroecologia

La rivoluzione verde è finita e il futuro si chiama agroecologia. Noi lo ripetiamo da sempre, ma questa volta l’affermazione arriva addirittura dal segretario generale della Fao José Graziano da Silva.

A prescindere dai risultati conseguiti in passato è sempre più evidente che il modello promosso dall’agro-industria ha fatto il suo tempo. Sostituendo i servizi ecosistemici con fattori derivanti dall’industria chimica e focalizzandosi sulla semplificazione delle colture – se non proprio sulla monocoltura – l’agricoltura intensiva ha reso i contadini del tutto dipendenti da risorse esterne al sistema agricolo.

Ma il costo di fertilizzanti e pesticidi non si paga soltanto in denaro.

Dovrebbe peraltro essere ormai chiaro che la malnutrizione non è un problema di produttività, ma di distribuzione e tutela delle risorse. Pochi mesi fa, infatti, la stessa Fao aveva reso noto come dal 2012 non si sia più registrato alcun progresso nella lotta alla fame. Ora si tratta di cambiare mentalità.

Dobbiamo comprendere, ad esempio, che la sopravvivenza delle specie è preziosa anche alla luce dei servizi che la natura rende all’umanità. In questa prospettiva giungono notizie tutt’altro che rassicuranti.

Poche settimane fa, la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità (Ipbes) ha pubblicato i risultati di una ricerca di tre anni che mette in luce come il declino della biodiversità sia drammatico e la causa principale in Europa è proprio il modello agricolo dominante.

Solo negli ultimi 30 anni gli insetti sono diminuiti di quasi l’80%, mentre per un recente studio del Cnrs la popolazione di uccelli nelle campagne francesi negli ultimi 15 anni è calata del 30%.

Dati e conferme che impongono un cambio di rotta immediato anche a chi, fino a oggi, ha preferito far finta di nulla o spostare il confronto sul terreno ideologico.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 22 aprile 2018

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