Rame, Vizioli – Aiab: «Si potenzi la ricerca di alternative»

L’Unione Europea ha inserito il rame nella lista dei prodotti “candidati alla sostituzione”. Nel settore biologico, dove il minerale viene utilizzato per sconfiggere funghi e malattie, il dibattito è acceso. Dopo aver precisato la posizione ufficiale di Slow Food Italia con l’intervento di Francesco Sottile, diamo spazio alle opinioni di altri esperti. All’opinione di Maurizio Gily, dottore agronomo, esperto di viticultura, consulente e divulgatore scientifico, direttore della rivista Millevigne e docente di Viticoltura all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, seguono le osservazioni di Vincenzo Vizioli, presidente di Aiab – Associazione italiana agricoltura biologica.

È il comparto più a rischio, nel caso l’Unione europea accelerasse sul divieto di utilizzo del rame (e dei suoi preparati come il verderame) nel settore primario. L’agricoltura biologica si interroga sull’utilizzo del metallo rosso fin da quando nacque in Europa, a partire dagli Anni ’50.

«Già dall’inizio si sapeva che il rame avrebbe potuto essere un problema per il nostro comparto, ma non esistevano e non esistano alternative, se escludiamo i prodotti di sintesi che noi non utilizziamo» dice Vincenzo Vizioli, presidente di Aiab – Associazione italiana agricoltura biologica.

Il sodalizio, fondato a Torino nel 1988, rappresenta e mette in rete produttori, addetti, studiosi e cittadini del movimento biologico a livello nazionale con varie attività, con supporti tecnici e logistici, con campagne di formazione e informazione. Cura contatti con realtà “sorelle” a livello internazionale.

L’Europa negli ultimi anni, mentre il bio si è diffuso sempre più, ha già provveduto ad abbassare i limiti di rame consentito ogni anno per ettaro coltivato. Oggi, il massimo è 6 kg e c’è una proposta per arrivare a 4. Un’iniziativa che potrebbe danneggiare le produzioni bio, a meno di arrivare a nuove soluzioni per combattere l’insorgenza di funghi e altre patologie comuni.

«Non siamo contrari a priori alla decisioni dell’Unione europea sulla riduzione dell’utilizzo di rame – prosegue Vizioli, in sintonia con il pensiero di Slow Food -, ma allo stesso tempo chiediamo e auspichiamo che le istituzioni continentali e nazionali si impegnino per finanziare progetti di ricerca per prodotti alternativi che possano soddisfare le esigenze delle nostre aziende, perché quando sono state varate le precedenti riduzioni, non c’è stato alcuno sforzo di innovazione dal punto di vista scientifico».

Un lavoro e un impegno che richiedono tempi medio-lunghi. «Alcuni studi sono stati portati avanti nel recente passato – aggiunge il presidente – e hanno anche fornito risultati interessanti. I prodotti testati non sono sostitutivi, ma possono essere un supporto nel tentare di sconfiggere le patologie delle piante che coltiviamo. Serve tempo, perché quando anche sarà individuato un nuovo preparato al posto del rame, dovrà essere testato, registrato e solo dopo andrà in commercio. Oggi, la principale alternativa disponibile è di carattere agronomico. Intendo dire che se si pratica al meglio l’agricoltura biologica è probabile che occorra meno rame, perché colture e suoli saranno più sani e meno predisposti alle malattie».

Se da un lato c’è apertura e disponibilità nei confronti dell’Unione europea e delle istituzioni che regolano il settore agricolo, dall’altro l’Aiab è preoccupata per eventuali accelerazioni normative. «Se da Bruxelles decidono di tirare dritto sulla riduzione da 6 a 4 kg di rame – conclude Vizioli – senza studiare nuove soluzioni e senza dare alle aziende il tempo di adeguarsi, si rischiano forti diminuzioni di produzioni bio, ad esempio per quanto riguarda i vini, soprattutto in annate con condizioni meteo particolari che favoriscono la comparsa di malattie in filari e campi».

Andrea Garassino
a.garassino@slowfood.it

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