Quanti pesticidi possiamo ammettere nel cibo? Zero

Molte associazioni e organizzazioni che muovono i propri passi intorno alle problematiche ambientali hanno finito più recentemente per occuparsi di agricoltura. Non è una moda, è l’acquisita consapevolezza che se vuoi provare a incidere nel contrasto al cambiamento climatico e nella salvaguardia del pianeta devi iniziare da un profondo cambio di paradigma nella produzione agricola.

Ormai i cittadini stanno iniziando a stancarsi di sentirselo dire e forse dovrebbero cominciare a chiedersi perché tutto ciò non avvenga se è così conclamata la relazione tra produzione agricola e crisi climatica.

© Markus Spiske Unsplash

E la confusione aumenta nel momento in cui due mesi di crisi sanitaria con un’emergenza pandemica hanno messo in evidenza, con la medesima forza, l’importanza dell’agricoltura quale settore primario irrinunciabile per la sopravvivenza umana.  Abbiamo, quindi, ripreso a chiederci quale agricoltura, sapendo che appena questa emergenza sarà finita ci ritroveremo di nuovo a confrontarci con il clima che abbiamo lasciato e che continua a prendersi la scena con manifestazioni che non trovano precedenti nella notte dei tempi.

Eppure sembra che la transizione ecologica, quella che oggi è scritta anche nelle prospettive del Green Deal della Commissione europea, non riesca a fare breccia e rimanga lì ad ansimare in una salita ripida in cui la vetta è sempre più lontana.

Transizione ecologica significa accettare che dobbiamo cambiare modo di fare agricoltura, dobbiamo cambiare modo di accedere alla produzione, di accedere al cibo, di consumare cibo.

E per fare tutti questi cambiamenti non possiamo accettare che ancora oggi si discuta sul ruolo dei pesticidi e su quanta presenza ne possiamo ammettere nei cibi che consumiamo. La risposta è una: non ne possiamo ammettere, zero! Qualcuno insiste a sostenere che le porzioni residuali che la normativa ammette non siano dannose per l’uomo ma nessuno si ferma a considerare cosa significhi per l’essere umano l’assunzione della summa di residui che il cibo può contenere.

E nessuno mette mai nel conto delle analisi residuali che spruzzare pesticidi è un delitto per l’ambiente, per il suolo, per l’acqua delle falde, per la salute degli agricoltori.

Se solo si riuscisse a fare una “multiresiduale” in grado di mettere insieme tutti questi fattori forse, ma rimane sempre forse, si riuscirebbe a comprendere che questo paradigma va cambiato. È di qualche giorno fa il report dell’Efsa che affronta e minimizza il problema dei residui e dell’effetto combinato sulla salute dell’uomo; un report che molte organizzazioni ambientaliste hanno definito molto superficiale anche grazie a un’analisi puntuale svolta da specialisti del settore.

Roveja © Alberto Peroli
La vendemmia in Roero, azienda Valfaccenda ©www.valfaccenda.it

Molto si è scritto su questo tema specifico nei giorni scorsi, rimane il tema generale dell’insensatezza di questa continua difesa della chimica di sintesi in modelli agricoli ormai non più sostenibili. Continuare con questi percorsi che lasciano ambigue risposte alla salute dell’ambiente e dell’uomo non da l’idea di transizione ecologica. Se da un lato parliamo di contenere seriamente l’applicazione dei pesticidi e degli erbicidi per sostenere un modello di agricoltura che, a partire dai padri fondatori dell’agroecologia, riesca davvero a trovare un equilibrio con la biodiversità visibile e invisibile, con la fertilità del suolo, con la salubrità delle acque e dell’aria che respiriamo, allora dobbiamo veramente smetterla di fare il gioco dei residui che possono essere ammessi e di quelli che non possono.

Abbiamo bisogno di un cibo e di un ambiente senza residui, di consumatori che si debbano preoccupare solo di come valorizzare al meglio ciò che comprano senza doversi districare tra etichette oscure e fuorvianti. Abbiamo bisogno di metter via tutta quella chimica di sintesi che serve solo a garantire modelli di produzione monocolturali, talvolta in ambienti poco vocati, senza aver rispetto della stagionalità. Avevamo bisogno di uno stile di vita che tenesse in considerazione, in primo luogo, il rispetto delle produzioni di prossimità ma abbiamo lasciato che la deriva della globalizzazione ci travolgesse spostando l’asticella dal benessere dei popoli e dell’ambiente al benessere di pochi e dell’economia decontestualizzata.

La domanda è e rimane quale spazio ci sia per dare sostanza a questa ambita transizione. La Commissione europea sembra essere irremovibile in tal senso, la proposta di Pac è dissonante ma può diventare un importante tappeto di prova, l’infinito tessuto europeo dell’agricoltura familiare, di piccola scala e multifunzionale attende di poter giocare un ruolo tale da poter dire la propria e dimostrare, a chi non volesse ancora crederci, che se si gioca ad armi pari il modello agroecologico e sostenibile può vincere facendo vincere produttori, consumatori e ambiente.
Tutto in un colpo solo.

Francesco Sottile
f.sottile@slowfood.it

Dal manifesto del 21 maggio 2020

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