Quale futuro per i popoli indigeni?

«Le comunità indigene sono ancora troppo colpite da povertà e discriminazione. Sono i popoli più leggeri sulla terra, non inquinano, e per contro le risorse che per loro significano sussistenza, sono quelle messe a rischio dai cambiamenti climatici e dalle scelte economiche delle potenze mondiali. Bisogna invertite le tendenze e lavorare in un clima di collaborazione», ha dichiarato Ivan Simonovic, assistente segretario generale delle Nazioni Unite per i diritti umani, ieri alla Conferenza mondiale sui popoli indigeni. Il meeting del Palazzo di Vetro di New York ha rappresentato l’occasione per fare il punto su quanto fatto durante gli ultimi vent’anni per sostenere o per lo meno smettere di vessare questi popoli. Non si può dire che si possa esultare per i risultati degli ultimi vent’anni di impegno: la nascita del Forum permanente sui popoli indigeni (28 luglio 2000) e l’approvazione della Dichiarazione universale sui diritti dei popoli indigeni (13 settembre 2007). La Carta dei diritti infatti è stata applicata con grandi diseguaglianze da Paese a Paese: «Fino a ora quanto ho sentito sono dei bei discorsi, ma posso affermare che quanto viene detto alla fine rimane sulla carta e non viene mai applicato. Non credo che la giornata di oggi farà davvero la differenza. Ci rimane solo questa bella vetrina per farci sentire dalla comunità internazionale» ammonisce senza remore Patricia Gualinga, della comunità Sarayaku in Ecuador (Amazzonia).

Il risultato dell’incontro internazionale è un documento condiviso con il quale i Governi presenti si sono impegnati a consultare, collaborare e soprattutto ottenere il consenso dei gruppi indigeni prima di realizzare progetti che potrebbero influenzare in qualche modo le loro terre o le loro risorse naturali. La promessa (come spesso succede) è di aumentare gli investimenti per migliorare l’accesso all’istruzione, le strutture sanitarie e l’organizzazione socio-economica dei popoli indigeni troppo spesso discriminati e vittime di violenza. Secondo l’Unione interparlamentare, gli indigeni costituiscono il 5% della popolazione mondiale, ma sono anche il 15% dei gruppi più svantaggiati. Essi rappresentano un terzo del miliardo di persone che vivono in estrema povertà, sfrattati dalle loro terre e privati della loro forza identitaria.

Noi di Slow Food diamo il nostro contributo tessendo le tele della rete Indigenous Terra Madre, perché non ha senso difendere razze, prodotti e biodiversità senza tutelare chi li tutela, produce, valorizza. Ne parleremo sabato 25 ottobre al Salone del Gusto alla conferenza Cibo ed economie locali per uno sviluppo sostenibile, lezioni delle comunità indigene di Terra Madre, un momento in cui fare proprie le conoscenze delle popolazioni native  e prenderle come guida per il futuro di tutti.