Dialoghi per la Terra – Domenico Pompili, prefazione a TERRAFUTURA

Prefazione TERRAFUTURA Domenico Pompili firma la prefazione del nuovo libro frutto di tre incontri tra Carlo Petrini e Papa Francesco

La crisi ecologica della Terra è la crisi stessa della civiltà tecnico-scientifica e costituisce il capo d’accusa fondamentale a uno dei miti del nostro tempo: il progresso. In particolare, è messo in crisi quel modello demagogico che ha avuto come esito non solo l’accentuazione del divario tra Nord e Sud del mondo, ma più radicalmente la dequalificazione della vita umana. La questione ecologica diventa così la ‘cifra’ del disagio in cui versa l’umanità.

Ciò spiega la rilevanza del pensiero di Papa Francesco che indaga su «quello che sta accadendo alla nostra casa[1]». La sua analisi muove dalle cause profonde di natura antropologica ed etica, che stanno alla radice del disagio. In tal modo, cerca di far luce sulle matrici culturali che sottostanno all’attuale processo di crescita, con le sue palesi contraddizioni. Il dato che emerge è che la ragione della perversità di certi meccanismi in atto è costituita dalla concezione meramente economica o economicistica dello sviluppo, concepito ingenuamente quanto irresponsabilmente come un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato. Così non è. E la pandemia in corso ce ne ha offerto una prova ulteriore.

prefazione TERRAFUTURA Domenico Pompili

CRISI ETICA, SOCIALE E SPIRITUALE

Si tratta di una crisi che è etica, ma a una riflessione più attenta è pure una crisi di natura spirituale perché viene messo in questione ciò in cui gli uomini del mondo occidentale hanno riposto fiducia. In effetti, il rapporto vitale che si stabilisce tra una società umana e il suo ambiente naturale non è semplicemente il frutto di tecniche, ma corrisponde a un processo metabolico che dipende in ultima analisi dalle scelte di valore compiute dall’uomo. Infatti, la stessa tecnologia è scienza applicata giacché tutte le acquisizioni scientifiche prima o poi vengono utilizzate in campo tecnico per trarre dalla natura il massimo di beni e di risorse. Di qui la convinzione che le tecnologie e le scienze naturali – secondo Jürgen Habermas[2] – nascondano sempre precisi interessi umani e non prescindano mai da determinati valori. Tali interessi sono regolati sulla base dei valori fondamentali e delle convinzioni a cui si ispira una società e, comunque, dall’orientamento culturale prevalente.

Ne segue che la crisi ecologica non può essere interpretata come un fatto esclusivamente tecnico, ma rimanda a una crisi più profonda perché alla morte dei boschi ‘attorno a noi’ fanno da pendant le nevrosi psichiche e spirituali ‘dentro di noi’, all’inquinamento delle acque corrisponde l’atteggiamento nichilistico nei confronti della vita.

prefazione TERRAFUTURA Domenico PompiliQuale è la radice della folle corsa a un progresso così disumanizzante? C’è una risposta sola: una smisurata volontà di dominio. Tutte le acquisizioni della scienza e della tecnica vengono immediatamente convertite in volontà politica per estendere e consolidare il potere. Di qui una concezione della crescita intesa esclusivamente in termini quantitativi, senza tener in alcun conto il limite delle risorse e disattendendo completamente le istanze di carattere qualitativo, derivanti dal suo fine: l’autentico sviluppo umano. Ben diversa è la cultura che sta dietro ad altre esperienze, magari più arcaiche, dove l’elemento guida non è semplicemente la crescita, ma l’equilibrio e dove ben diverso è il rapporto uomo-natura. Saranno le civiltà occidentali a creare una sorta di concezione dicotomica tra cultura e natura, tra coscienza e mondo della vita.

Tale dicotomia conduce a una visione del tutto strumentale della natura, considerata come oggetto esterno su cui l’uomo può esercitare indiscriminatamente il proprio dominio e non piuttosto come habitat o ecosistema entro cui si svolge la vita umana, perciò come dimensione costitutiva del proprio essere e del proprio divenire.

LA REGIONE DELLA MODERNITÀ E LA “FINE DELLA NATURA”

Come si è giunti a questa situazione? Contrariamente all’opinione comune, secondo cui sarebbe stata la religione giudaico-cristiana a offrire le basi per un soggiogamento della natura da parte degli umani[3], il pensiero sociale della Chiesa lascia emergere un dato: è la scarsa comprensione del dato biblico ciò che ha nuociuto, in particolare, la censura intorno alla categoria di creazione. Non manca una sorta di controprova storica, il precetto divino “Siate fecondi e moltiplicatevi” è vecchio di almeno tremila anni, mentre la cultura espansionistica dell’Europa, che si è avviata con la scoperta dell’America, è sorta solo quattrocento anni fa.

Vanno dunque ricercate altrove le cause scatenanti di questa devastazione della natura e precisamente – come sostiene J. Moltmann – nella cosiddetta religione della modernità, ovvero nell’idea che l’uomo moderno si è fatta di Dio.

prefazione TERRAFUTURA Domenico PompiliDi fatto, l’inizio del mondo moderno segna pure l’inizio della ‘fine della natura’ e ciò, oltre che per ragioni economiche e tecniche, anche per l’immagine di Dio che dal Rinascimento in poi si impone. È una concezione unilateralmente centrata sull’onnipotenza divina, cui appartiene il mondo, dal quale si distacca tuttavia nettamente perché l’Onnipotente è colto nella sua trascendenza inaccessibile. E così a fronte di un ‘Dio’ pensato ‘senza il mondo’, si staglia ‘un mondo’ concepito ‘senza Dio’, e, quindi, privo del suo mistero e ormai preda del suo ‘disincanto’[4]. Da questa immagine distorta del divino sovranamente ‘solo’ si ricava per analogia quella altrettanto problematica dell’uomo che si concepisce ‘signore’ e ‘padrone’ della Terra. L’uomo dispone della Terra per il sapere di cui dispone perché «sapere è potere» (F. Bacone)[5]. Sono infatti la scienza e la tecnica che costituiscono gli uomini padroni e possessori della natura, come dichiara Cartesio nella sua teoria della scienza[6]. Non c’è dubbio che le correnti filosofiche che si sono affermate nei secoli XVI-XVII, in concomitanza con i grandi rivolgimenti dei sistemi socio-economici europei, hanno fornito una base razionale alla spaccatura tra cosmo e uomo, avendo ormai perduto l’autentico orizzonte biblico ed essendosi contratta l’immagine del trascendente in un senso rigidamente monoteista[7].

La domanda che si impone dinanzi alla catastrofe ecologica è la seguente: siamo padroni della natura o non siamo piuttosto parte della più ampia famiglia della natura da rispettare? Le foreste pluviali ci appartengono sul serio e quindi possiamo decidere di disboscarle e di bruciarle, oppure rappresentano la dimora di innumerevoli piante e animali, una porzione di quella Terra a cui anche noi apparteniamo? La Terra è il ‘nostro’ ambiente, la nostra ‘casa’ planetaria, oppure noi non siamo che ospiti, arrivati per ultimi in questa realtà che ci tollera con tanta pazienza e generosità?

A queste domande risponde con chiarezza la Laudato si’ nel capitolo quarto, intitolato «Un’ecologia integrale» (nn.137- 162).

«Quando parliamo di ‘ambiente’ facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati… Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS 139).

Se l’uomo è costitutivamente “essere-nel-mondo”, ne deriva che il suo sviluppo dipende anche dal corretto rapporto che egli instaura con la natura, alla quale inerisce un ordine intrinseco, fondato sulla struttura propria delle diverse categorie di esseri che la compongono e sulla mutua connessione esistente tra loro. L’invito che si ricava è tornare all’armonia con la Terra, tenendo conto del contesto post-industriale in cui ci troviamo, ormai a decisa trazione digitale, senza incorrere in indebite ‘nostalgie bucoliche’, ma anche senza indulgere a irresponsabili disastri ambientali. La dimensione globale dell’ecologia integrale richiede un nuovo approccio a questi problemi e richiede una nuova forma di pensiero: una nuova epistème, un tipo di sapere rigoroso e comprensivo.

prefazione TERRAFUTURA Domenico Pompili

LA NECESSARIA SAGGEZZA

Di questa necessaria forma di sapere i dialoghi che seguono tra Papa Francesco e Carlo Petrini mostrano l’imprescindibile ‘parametro interiore’[8], una sorta di istanza ultima, in grado di garantire l’umanizzazione dei processi storici in corso. Occorre, pertanto, elaborare una forma di sapere (vogliamo chiamarla saggezza?) che diventi sempre più patrimonio della società e che ci faccia sognare[9] un mondo diverso da come finora lo abbiamo costruito. Solo così il processo di globalizzazione, più che subito fatalisticamente, potrà essere governato sotto il segno dell’etica, cioè della saggezza.

La dimensione etica, d’altra parte, non può essere basata semplicemente su buoni sentimenti o su autentiche convinzioni personali che pure ne sono la necessaria premessa, ma è chiamata a esprimere uno sguardo realista sulla vicenda storica, cosciente dei rischi continui e delle sorprese che salgono dall’imprevedibile intreccio dei rapporti umani. La ragione etica potrà, peraltro, svolgere un ruolo mediatore e unificatore solo se arriverà a definire in modo operativo i valori e le norme morali, cercando di portare alla luce i fattori, le leggi, i meccanismi che le scienze possono e debbono studiare. L’istanza etica dovrà essere capace di creare un vero confronto interdisciplinare in modo che ciascuna branca scientifica possa offrire il suo punto di vista, individuando il suo campo gravitazionale nella dimensione personale e sociale dell’individuo umano. Infine, questo dibattito serrato dovrà essere verificato nel senso di cogliere la formazione o meno di un adeguato consenso a livello di tutti gli operatori scientifici, con la speranza di allargare alla stessa pubblica opinione le acquisizioni teoriche e pratiche. A tal proposito, la costituzione delle Comunità Laudato si’ – ormai diffuse in diverse regioni dell’Italia – è un segno concreto e una possibilità reale.

Senza chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà e tutte le competenze sarà difficile introdurre cambiamenti decisivi per trasformare il vissuto umano. Tale propettiva dal basso e singolarmente pragmatica è all’origine dell’incontro tra Papa Francesco e Carlo Petrini. Entrambi sono interessati alla Terra e al suo futuro. Di qui il loro confronto che unisce immediatezza e profondità, lasciando emergere le vie per una ecologia che cessi di essere una bandiera e diventi una scelta. Per la vita della Terra.

 

Carlo Petrini, Terrafutura Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale – Giunti e Slow Food Editore, 2020

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[1] Cfr. Francesco, Laudato si’, capitolo I, 2015

[2] Cfr. J. Habermas, Conoscenza e interesse, Laterza, Bari 1973, p. 280. A tale autore si deve anche linguisticamente il concetto di “interesse guida della conoscenza”.

[3]Tra i vari autori che chiamano in causa la teologia a proposito del discorso ecologico si può citare J.W. Forrester che afferma categoricamente: il cristianesimo è la religione della crescita esponenziale (cfr. ID., World Dynamics, Cambridge 1971) e soprattutto Carl Amery, in un libro il cui titolo è provocatorio: Fine della Provvidenza. Le disgraziate conseguenze del cristianesimo. Secondo Amery la catastrofe che ci minaccia si sarebbe formata all’ombra dell’idea giudeo-cristiana dell’illimitato dominio dell’uomo sul mondo: il “dominate la terra” di Genesi 1,28 avrebbe dato il via a una dinamica inarrestabile, i cui esiti sono il costantinismo con la crescente intromissione della Chiesa negli affari temporali, il controllo delle rendite agricole da parte dei domini ecclesiastici medievali, l’etica calvinista del profitto e, infine, la morale della produzione e dei consumi oggi vigente. Ultimamente le accuse si sono fatte più sfumate. Merito anche del largo sviluppo nel magistero sociale dei papi nella seconda metà del XX secolo: da Giovanni XXIII con la Pacem in terris (1963), a Paolo VI con la Populorum Progressio (1967), da Giovanni Paolo II con la Sollicitudo rei socialis (1987), a Benedetto XVI con la Caritas in veritate (2009), fino a Francesco con la Laudato si’ (2015).

[4] Cfr. M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni 1970

[5] A partire da Francesco Bacone e Cartesio, conoscere significa dominare: si vuol conoscere la natura che sta all’esterno al fine di padroneggiarla. E si vuol padroneggiarla per appropriarsene e farne ciò che si vuole. È un pensare con la mano che afferra: comprendere (Begreifen) – farsi un concetto o aver compreso (Begriff) – tenere in pugno (im Griff). La ragione della cosiddetta civiltà ‘tecnico-scientifica’ non s’intende più come organo percipiente, ma quale strumento di potere. Secondo Immanuel Kant, che esprimeva in concetti filosofici la visione del mondo prospettata da Newton, la ragione delle scienze naturali del mondo moderno «vede soltanto ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno» e intende «costringere la natura a rispondere alle sue domande». La ragione umana si pone di fronte alla natura come un giudice nell’interrogativo di testimoni in contraddittorio. Per Francesco Bacone, l’esperimento è la tortura cui si sottopone la natura perché risponda alle domande che noi le poniamo e così ci palesi i suoi misteri”. Cfr. J. Moltmann, Dio nel progetto del mondo moderno, Queriniana, Brescia 1999, p. 136.

[6] R. Descartes, Discorso sul metodo, Laterza, Bari 1965, p. 169

[7] Cfr. A. Autiero, Esiste un’etica ambientale?, in M. Mascia, R. Pego-

raro, Da Basilea a Graz. Il movimento ecumenico e la salvaguardia del creato, Gregoriana Libreria Editrice, Padova 1998, pp. 3-30

[8] Se lo sviluppo ha una necessaria dimensione economica, poiché deve fornire al maggior numero possibile degli abitanti del mondo la disponibilità di beni indispensabili per ‘essere’, tuttavia non si esaurisce in tale dimensione. Se viene limitato a questa, essa si ritorce contro quelli che si vorrebbero favorire. Le caratteristiche di uno sviluppo pieno ‘più umano’, che – senza negare le esigenze economiche – sia in grado di mantenersi all’altezza dell’autentica vocazione dell’uomo e della donna, sono state descritte da Paolo VI […] Uno sviluppo non soltanto economico si misura e si orienta secondo questa realtà e vo- cazione dell’uomo visto nella sua globalità, ossia secondo un suo para- metro interiore” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis, pp. 28-29).

[9] Dar voce a una nuova immaginazione del reale è quanto si propone l’Esortazione Apostolica post-sinodale Querida Amazonia che reca la data del 2 febbraio 2020, quando il virus cominciava già a serpeggiare nel nostro Belpaese. Agli osservatori la scelta del Sinodo pan-amazzo- nico (Roma, 6-27 ottobre 2019) e poi dell’Esortazione di concentrarsi sul bioma Amazzonia era parsa priva di rilevanza globale. In realtà, dietro di essa si cela la più importante posta in gioco. Siamo in una fase ancora in piena pandemia globale in cui è più facile comprendere che “tutto è connesso” (LS 16; 91; 117; 138; 240 ) e che l’essere umano non è un individuo isolato, ma una persona in relazione. Una svolta sociale e culturale che preluda a una “transizione ecologica” (Gael Giraud) sarebbe in grado di riorientare anche lo stesso servizio ecclesiale, nella direzione di ogni essere umano e di tutti gli umani.

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