Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi

Cambiare il nostro modo di mangiare non sarà sufficiente di per sé a salvare il pianeta, ma non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare

Con la sua ultima fatica Jonathan Safran Foer ci mette subito davanti a un fatto compiuto: della crisi climatica non ce ne importa un fico secco. E per una serie di motivi che tra l’altro ci assolvono – a patto che di prenderne atto e di agire di conseguenza, subito – e che non vi sto a enumerare perché Foer lo fa molto bene. Sicché il consiglio è di leggervi il libro, anche perché Possiamo salvare il mondo prima di cena conferma le doti di grande comunicatore dell’autore newyorkese, tra i pochi a mettere penna (e popolarità) al servizio dell’ambiente. Un impegno che gli fa onore.

foto da cbc.ca

Tra i pregi del suo saggio c’è il tentativo, a nostro avviso riuscito, di farci appassionare o per lo meno interessare, alla crisi climatica. Che, ce ne rendiamo tutti conto, dal punto di vista narrativo non è proprio una buona storia – ed è lo stesso Foer a sottolinearlo – mentre «Per usare le parole dello psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, uno dei primi studiosi a capire che la nostra mente ha una modalità lenta (deliberativa) e una veloce (intuitiva): “Per mobilitare le persone, questa (la crisi climatica [ndr]) deve diventare una questione emotiva”. Se continuiamo a sentire lo sforzo di salvare il nostro pianeta come una partita fuori casa di metà campionato, non avremo speranza».

BE VEGAN BEFORE DINNER

Il messaggio è uno, forte e chiaro: non abbiamo più scuse, siamo tutti chiamati a partecipare ora a quello sforzo collettivo che salverà umanità e ambiente. Perché «chi sa come stanno andando le cose ed è disposto ad ammettere la verità più scomoda, concorderà che siamo facendo di gran lunga troppo poco e troppo lentamente e che proseguendo di questo passo andremo dritti verso la nostra distruzione». E dunque dobbiamo dare il via a quello sforzo collettivo senza il quale, di certo, non potremo assicurare una vita, così come l’abbiamo conosciuta finora, a noi e alla Terra: tagliare (e di grosso) il consumo di prodotti di origine animale. La proposta di Foer è molto semplice: be vegan before dinner, niente prodotti di origine animale almeno a colazione e pranzo, merendine incluse, il paninetto cotto e formaggio delle undici al bar conta eccome. «Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica. Dov’eri quando hai preso la tua decisione?».

A sostegno di questa tesi, Foer ci propone una bella rassegna di dati, presentati con destrezza ed estrema chiarezza. Ne riportiamo uno che ci riguarda da vicino: «Dopo aver inserito nel conteggio le emissioni che la Fao aveva trascurato (tra cui laCo2e esalata dagli animali d’allevamento [ndr]) i ricercatori del Worldwatch Istitute hanno stimato che il bestiame allevato è responsabile di 32.564 milioni di tonnellate di CO2e l’anno, ovvero del 51% delle emissioni globali annue – più di tutte le macchine, gli aerei, i palazzi, gli impianti nucleari e l’industria messi insieme. […] Possiamo considerare la nostra atmosfera come un budget e le nostre emissioni come le spese: metano e protossido di azoto sul breve periodo costituiscono spesa in gas serra nettamente maggiori rispetto alla Co2, quindi sono quelli che è più urgente tagliare. Dato che a produrli sono soprattutto le nostre scelte alimentari», dati poi approfonditi nell’accurata appendice che vi invitiamo a studiare.

Come abbiamo da anni evidenziato: il sistema alimentare è la prima causa, la prima vittima ma anche possibile soluzione alla crisi climatica. Le nostre scelte alimentari hanno un impatto enorme sul futuro del nostro pianeta e una riflessione sul nostro cibo è obbligatoria. Perché se è vero che cambiare abitudini alimentari non basterà a salvarci, è altrettanto vero che se non le cambiamo non ci salveremo.

Alla proposta di Foer noi ci sentiamo di aggiungere un aspetto: non possiamo prescindere dal domandarci quale carne, quale formaggio, quale latte, quali uova decidiamo di continuare a consumare. Da quali allevamenti provengono? Quale carne ci cucineremo per cena? Le differenze tra i tipi di allevamento non sono solo abissali per quanto riguarda il benessere degli animali allevati, ma sostanziali in fatto di impatto ambientale.

GLI INDIVIDUI E LA POLITICA

Prima di lasciarvi all’intervista che abbiamo potuto fare in occasione della presentazione del libro a Torino, vogliamo soffermarci su un altro aspetto. Foer sostiene la necessità di quell’atto individuale che si trasformi in sforzo collettivo. Ci invita quindi all’azione immediata che paragona a una grande ola che potrà salvare il mondo. Ma non tutti siamo seduti negli stessi settori dello stadio. Non abbiamo tutti le stesse disponibilità economiche, le stesse conoscenze o strumenti che ci consentono di avviare quel cambiamento necessario.

Per questo siamo convinti che per quanto ognuno di noi non possa più voltarsi dall’altra parte, non si può prescindere da un intervento politico, se non nel taglio delle emissioni, almeno a sostegno dell’educazione alimentare. A tal proposito c’è un esempio calzante citato dallo stesso Foer: «Dopo che nei supermercati Pay and Save furono messe delle frecce verdi sul pavimento che portavano alle corsie di frutta e verdura, le vendite di prodotti freschi ebbero un’impennata, perché il 90% dei clienti seguiva il percorso».

Ecco, abbiamo bisogno di quelle frecce verdi, che noi come Slow Food siamo impegnati a disegnare da tempo. Non basterà certo, ma un intervento deciso che potenzi l’educazione alimentare e a sostegno di chi fa agricoltura e alleva gli animali nel rispetto delle risorse naturali, sarebbe di sicuro aiuto.

 

L’INTERVISTA

foto guanda.it/autori/jonathan-safran-foer/

La versione italiana del tuo nuovo libro, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi, è uscita prima dell’originale inglese. C’è una ragione particolare?
Ho rapporti molto stretti con i miei editori italiani. Inoltre in questo modo gli italiani non dovranno comprare in anticipo on line l’edizione inglese.

Il messaggio focale del libro è chiaro: dobbiamo iniziare a ragionare su quello che portiamo in tavola per salvare il pianeta. Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, ma affinché funzioni, dobbiamo tutti davvero fare qualcosa. Slow Food da anni lavora per aumentare la consapevolezza di quanto sia stretto il legame tra cibo e cambiamento climatico e come tu ben spieghi, questa non è una storia facile da raccontare. Né è semplice coinvolgere le persone. Quale consiglio daresti a chi come noi prova a raccontare ogni giorno questa storia?

Organizzazioni come la vostra hanno il grande merito di aver lavorato con impegno e a lungo per diffondere questo difficile messaggio. In questo momento per fortuna si percepisce che il cambiamento sta avvenendo in modo sempre più rapido. Sicuramente si può sentire negli Stati Uniti dove ora, finalmente, è impossibile ignorare la crisi climatica. Sono aumentate le voci che ne parlano ed è cambiato il modo in cui gli scienziati comunicano. Il messaggio è chiaro. Come ribadisce anche l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite(Ipcc): anche se mettessimo in atto tutte le azioni necessarie per bloccare il riscaldamento globale, per salvare il pianeta dobbiamo comunque mangiare meno carne. Un’abitudine difficile da cambiare: mangiare carne è piacevole per la maggior parte delle persone. E, lo sappiamo tutti, è molto difficile porre fine a qualcosa che ci piace. Ma ora non siamo davanti a una scelta ma a una bomba a orologeria, bisogna smettere di parlare e agire.

Come dicevi, dobbiamo tutti fare la nostra parte. Ma non possiamo dimenticarci che non partiamo tutti dallo stesso punto. Viviamo diversi livelli di benessere, ricchezza, non ovunque c’è lo stesso accesso al cibo – pensiamo al caso estremo dei food deserts americani, ma vale lo stesso per chi sceglie sempre e solo il supermercato in città – e non tutti abbiamo la stessa formazione culturale. Cambiare dieta e impostare un regime dietetico sano per noi e sostenibile per l’ambiente è difficile persino per chi è ricco di conoscenze e informazioni. Quali interventi potrebbe intraprendere la nostra politica per colmare queste disuguaglianze e combattere la crisi climatica?

Non so se si debba parlare di intervento politico o piuttosto di lavorare nell’educazione e nelle scuole. Gli orti scolastici [1] sono un esempio perfetto e si stanno diffondendo in tutti gli Stati Uniti. Penso che sarebbe il caso di ripristinare le ore di economia domestica a scuola, una volta era una disciplina che aveva pari dignità della matematica o della storia. Durante le ore di economia domestica (che potrebbero diventare educazione alimentare e ambientale in Italia [ndr]) si potrebbe imparare a fare la spesa in una bottega, o dal contadino, e a cucinare. Queste capacità non solo sono state dimenticate, ma estirpate dalla diffusione di cibi industriali e fast food. Negli Stati Uniti, un pasto su cinque viene consumato in auto. È davvero deprimente, perché non è che all’improvviso abbiamo deciso che mangiare in auto poteva essere divertente, ma perché i nostri comportamenti sono indotti e non liberi, guidati da un cibo che sembra economico, ma non lo è.

Sì, il vero prezzo del cibo si paga da qualche altra parte, non al supermercato.

Già ed è per questo che dobbiamo riprendere le sane abitudini e rivolgerci in un’altra direzione.

foto washingtonpost.com

E poi arriva la carne. Come scrivi, le fabbriche di carne sono tra le maggiori, se non la maggiore forza distruttrice del nostro pianeta. L’aspetto peggiore è che parte di questa produzione viene sprecata. Questo è particolarmente vero negli Stati Uniti dove solo una parte dell’animale viene consumato. In Italia, invece, permane la cultura di mangiare tutto, quinto quarto compreso, taglio che non comparirebbe mai in un menù americano. Pensi di poter supportare la sensibilizzazione in questo senso?

Non è certo qualcosa che mi piacerebbe mangiare, ma credo che potrebbe essere una bella idea per chi mangia carne. Lo spreco alimentare è orribile, ma credo che anche se si mangiasse tutto l’animale, non cambierebbe un tipo di produzione che rimane inefficiente. Ma ora non stiamo filosofeggiando sul fatto che sia giusto o meno mangiare gli animali, qui si parla di nutrire otto miliardi di persone: come? Ci sono certamente molti modi per allevare gli animali che sono meno distruttivi di altri, ma il problema è che non abbiamo abbastanza spazio per allevamenti non distruttivi. Non abbiamo le risorse per nutrire il pianeta con questo tipo di agricoltura. Di recente mi hanno chiesto: “se sparissero gli allevamenti intensivi e si passasse a piccole aziende a conduzione familiare, andrebbe bene?” La mia risposta è che non è possibile perché la domanda di carne è troppo elevata. Oggi, il consumo di carne e di prodotti lattiero caseari è talmente alto che è come se ogni abitante del pianeta del 1700 mangiasse 400 chili di carne e bevesse 4500 litri di latte al giorno. Questi numeri in parte sono dovuti alla crescita della popolazione mondiale, ma anche e soprattutto all’esplosione dei consumi di carne e al fatto che diamo per scontato di poter mangiare carne a ogni pasto. Quindi intanto dobbiamo ridurre il consumo. Una volta ridotto, possiamo capire quale sia l’allevamento migliore. Ma non possiamo andare avanti con le buone pratiche se prima non riduciamo drasticamente i consumi.

Da quanto scrivi sembri arreso al fatto che non si riesca a rinunciare completamente alla carne, quindi suggerisci di evitare prodotti di origine animale due pasti su tre. Non pensi però che questi prodotti non dovrebbero venire da allevamenti intensivi per non continuare a sostenere quel modello?

Sì, perché se mangi meno carne hai un po’ più di denaro da spendere in prodotti di qualità.

Tra i suggerimenti che dai, ci sono quelli che ci indicano come poter alleggerire la nostra impronta di carbonio. Guidare un’auto ibrida, volare meno, mangiare cibo biologico e locale. Ma dici anche che nessuna di queste azioni ha lo stesso impatto di mangiare meno carne. Su quest’ultimo punto non siamo molto d’accordo: smettere di mangiare carne per mangiare cibi processati a base di soia o frutti e vegetali che provengono dall’altra parte del mondo non ci fa migliorare la situazione.

Sono d’accordissimo. Però, quel che ho provato a dire è che non basta! Non vorrei che ognuno di noi si sentisse assolto dal mangiare locale, che negli Stati Uniti è diventata una moda. Nella sfida che ci aspetta non possiamo ritenerci soddisfatti o assolti semplicemente mangiando locale. Dobbiamo adottare tutti questi comportamenti.

A partire da mangiare molta meno carne…

Non per forza il punto di partenza ma è di sicuro un punto da includere in modo assoluto.

foto globalist.it

Conosci molte persone che riescono in questa impresa?
Ho solo prove aneddotiche e la percezione delle persone che mi stanno intorno. Ci sono inoltre studi che ci dicono su quali azioni le persone si concentrano di più e sono il riciclo e il taglio della plastica. Sicuramente ottime azioni, ma non hanno lo stesso impatto che mangiar meno carne, volare meno o usare meno l’auto. Mangiare locale potrebbe essere una sorta di ombrello che racchiude queste azioni.

Nel libro parli molto del fatto che conosciamo il pericolo, ma che come Felix Frankfurter [2] non siamo in grado di crederci. In che misura i disastri climatici (gli incendi in Amazzonia, gli scioglimenti dei nostri ghiacciai) possono farci capire l’entità del problema? Ci vorrà un evento irreversibile?
Sono già capitati eventi irreversibili, ma non hanno cambiato il nostro modo di pensare. E in questo mi tiro dentro anche io, non sono migliore di chiunque altro. Ho scritto due libri al riguardo ma ancora quando la vedo penso: “ho proprio voglia di mangiarla” e qualche volta lo faccio. Quindi forse dobbiamo smettere di aspettare che succeda qualcosa di irreparabile e iniziare a darci nuove norme. Un esempio arriva da Amsterdam: in ogni evento organizzato dall’amministrazione comunale, l’opzione vegetariana è la norma. Se qualcuno vuole la carne deve chiederla in anticipo. Non si proibisce, ma si ribalta la prospettiva.

Come nel caso della donazione di organi [3].
Esatto. Queste regole creano nuovi modelli di comportamento che non richiedono a nessuno di sentirsi in colpa, malvagio o stupido. Perché non si limita la libertà e non si richiede condiscendenza.

Mangiare è un fatto privato, non è semplice dire alle persone che cosa debbano portare in tavola.
Sono d’accordo e buona parte del libro che ho scritto lo conferma. Ma una parte di me è totalmente in disaccordo, e pensa: «Ma che importano le scelte, rispetto a quello che stiamo per perdere, a che cosa serve la libertà di scelta su cosa mangiare?». Forse un giorno avremo di nuovo questa possibilità, ma al momento, non ne abbiamo bisogno.

Quando facciamo qualcosa di buono o di negativo per l’ambiente, non percepiamo immediatamente i benefici o i danni della nostra azione. Forse questo è il motivo per cui non riusciamo a entrare in sintonia con la crisi climatica e non riusciamo ad adottare soluzioni.
Sì, ma quando paghiamo invece di rubare non abbiamo nessuna buona conseguenza, semplicemente ci comportiamo da persone normali. Ho preparato brevi video di cuochi che ci raccomandano di mangiare meno carne. Nessun cuoco a cui ho chiesto un contributo ha detto di no. Vogliono continuare a mangiare e cucinare carne, ma tutti sanno che bisogna farlo meno. Se tutti siamo d’accordo che è una cosa che occorre fare allora è una cosa che tutti dobbiamo fare.

Un’ultima domanda, possiamo educare anche i nostri amici invitandoli a cena. Tu ti ricordi che cosa hai servito ai tuoi ospiti l’ultima volta che ne hai organizzata una?
L’ultima volta che ho avuto amici a cena ha cucinato per noi la mia amica Samin Nosrat (protagonista della sit di Netflix Salt Fat Acid Heat ). Ci ha preparato farro con verdure arrosto, pane fresco e pasta.

Quindi la carne non vi è mancata!
No! Persino i miei editori italiani hanno molto apprezzato. Forse siamo solo condizionati dall’idea che sarà un sacrificio. Sì, sarà un sacrificio, non giriamoci intorno. Ma le alternative ci sono eccome.

Intervista a cura di Michela Marchi e Jack Coulton
m.marchi@slowfood.it
j.coulton@slowfood.it

 

 

Questa intervista è stata realizzata Martedì 10 settembre 2019 prima della presentazione ufficiale del suo libro nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale nell’ambito di Aspettando il Salone Internazionale del libro di Torino

 

[1] Negli Usa gli orti scolastici hanno avuto nuovo vigore grazie a Alice Waters, membro del comitato esecutivo di Slow Food, che ha avviato questo progetto in California nel 1995.

[2] Nel luglio del 1943, il Giudice della Corte Suprema Felix Frankfurter intervistò Jan Karski, membro della resistenza polacca sfuggito alla pulizia del Ghetto di Varsavia, nel tentativo di avere notizie su quel che noi oggi chiamiamo Olocausto. La sua risposta alla relazione di Karksi ci fa capire molte cose: «Non posso proprio credere a quello che ha detto». Quando poi venne supplicato di dar credito al racconto spiegò meglio: «Non ho detto che questo giovanotto stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di credergli. La mia mente e il mio cuore sono fatti in modo che non riesco ad accettarlo».

[3] È stato dimostrato che il numero di donatori cresce quando l’opzione diventa non donare gli organi (siamo tutti donatori a meno che non diciamo il contrario)

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