Dalla Cina al Ghana passando per l’Italia. Petrini: «restituiamo al pomodoro un gusto più buono, pulito e soprattutto giusto per tutti»

Quando ci sediamo a tavola, un esercizio molto difficile per ognuno di noi è cercare di conoscere quanti chilometri ha fatto e come circola il cibo che abbiamo nel piatto.

Questo processo cognitivo, che noi tutti possiamo implementare più volte al giorno, risulta però determinante se vogliamo cambiare quelle dinamiche violente e perverse che governano buona parte del sistema alimentare.

Da questo punto di vista, è doveroso partire da un assunto che, piaccia o no, risulta evidente: oggi le merci viaggiano a prescindere dalle condizioni di sicurezza dei lavoratori, senza badare alla qualità organolettica dei prodotti o alle forme di depauperamento dei terreni; spesso trascurando la salubrità degli alimenti, minacciando così anche la salute di chi se ne ciba.

Ragion per cui, sarà capitato sovente a ognuno di noi di essere venuto in contatto – inconsapevolmente – con merci prodotte attraverso sistemi lavorativi disumani, pratiche di coltivazione o allevamento nocive o metodi di trasformazione e commercializzazione vietati dal nostro stesso sistema legislativo.

petrini pomodoro

Per capacitarsi di quanto tutto questo ci sia vicino, voglio prendere come esempio un prodotto che sicuramente, salvo intolleranze o gusti personali, ciascuno di noi si è trovato nel piatto almeno una volta negli ultimi due giorni, e del quale, ultimamente, si sta facendo un gran parlare: il pomodoro.

Partiamo col dire che, senza ombra di dubbio, questo prodotto – che nella storia gastronomica italiana arriva buon ultimo (tanto è vero che entra per la prima volta in una ricetta scritta nel 1692 e persino il ricettario fondativo di Pellegrino Artusi ne accenna pochissime volte) – è diventato sinonimo di italianità.

Talvolta però, tutta questa esaltazione del “made in Italy” cela dietro di sé scenari paradossali e allo stesso tempo fortemente preoccupanti. Infatti, è bene sapere che non tutto il pomodoro che arriva sulle nostre tavole è prodotto in Italia (quello che produciamo non basterebbe a soddisfare nemmeno la domanda interna).

I trend di mercato ci dicono che le importazioni del frutto rosso sono in costante aumento: nel 2023, solo dalla Cina (maggiore importatore in Italia, come in tutta l’Ue) c’è stato un aumento del 50%.

Fin qui nulla di troppo sbagliato. Ma è entrando nel merito di queste importazioni che si scoperchia il vaso.

Il pomodoro cinese arriva nella Penisola a un prezzo talmente inferiore (per via di un costo della manodopera infinitamente più basso e un utilizzo della chimica non equiparabile ai limiti imposti dall’Ue) da non rendere competitivo il prodotto italiano.

Ecco che per guadagnarsi fette di mercato, in Italia c’è chi si affida a logiche criminali di caporalato (infatti, il costo del lavoro è la voce con maggiore incidenza nel bilancio di un’azienda agricola), andando a minacciare ulteriormente il popolo di migranti-braccianti che nel nostro Paese passa dall’essere ipocritamente “segreto” (li vediamo quotidianamente con i nostri occhi aspettare i furgoni su cui salgono la mattina presto, ma ci voltiamo dall’altra parte) a riempire tristemente le pagine di cronaca senza ottenere il men che minimo diritto.

petrini pomodoro

Pomodori cinesi in Ghana, passando per l’Italia

E pensare che, tra le tante storie di vita dei migranti, è anche possibile trovare alcuni giovani africani che qui si sono ritrovati a fare lo stesso mestiere che conducevano nei loro territori: triste ironia di un destino che – a ben guardare – non è nemmeno troppo fortuito. Capita, infatti, che lo stesso pomodoro cinese venga inscatolato in Italia e venduto, sottoforma di pelati o concentrato, in Ghana o in altri Paesi africani dove vi è una forte tradizione gastronomica legata al pomodoro (ancor più della nostra dal punto di vista temporale). In questi Paesi, difatti, fino a 20 anni fa vi era una fiorente economia legata alla coltivazione e alla vendita del pomodoro fresco.

L’arrivo di prodotti cinesi, etichettati con il tricolore, con una shelf life più lunga e dal prezzo, anche qui, estremamente inferiore, ha generato un effetto dumping tale da estinguere la produzione di pomodoro locale. Ed ecco che c’è chi a causa di tragiche condizioni economiche (aggravate da una crisi climatica galoppante e contesti di conflitto per nulla trascurabili) si è trovato costretto ad attraversare deserti e mari per cercare maggiore fortuna.

La perversione di questi sistemi legati a doppio filo con la produzione agricola fa sì che, non solo si ritrovino lontano da casa a fare lo stesso lavoro che avrebbero portato avanti vicino ai loro cari, ma di farlo in condizioni di lavoro ai margini della schiavitù, senza diritti, senza soldi e condividendo una casa (questa sì di fortuna, e non più la loro) con altre decine di lavoratori stagionali.

E pensare che ad aver generato questo effetto paradossale e scellerato è una logica di italian sounding portata avanti coscienziosamente dalle stesse aziende italiane. Quello che voglio dire è che se ci sono i margini per guadagnare andando a vendere in Italia o altrove dello scatolame – facendo dumping ai pomodori africani – significa che il prodotto importato e venduto come italiano non può che basarsi su degli infimi standard, sotto ogni punto di vista.

Come si esce da una schizofrenia del genere? Come si può fermare un vortice che a più riprese genera esclusivamente schiavitù e sofferenza, accentrando ogni tipo di profitto verso la coda della filiera alimentare?

Queste sono le vere domande che stanno alla base del concetto di sovranità alimentare. E se dietro alla facciata del “made in Italy” noi vogliamo mascherare questo stato di cose, non stupiamoci se alcune aziende, forti del loro savoir faire, spostano interi stabilimenti per produrre pasta “italiana” con grano comprato direttamente sui territori.

Il disordine regna sovrano. Consapevoli di tutto questo, credo sia doveroso iniziare a porsi maggiori domande e modificare le nostre scelte. Solo così potremo restituire a un prodotto come il pomodoro, divenuto ormai una commodity, un gusto più buono, pulito e soprattutto giusto per tutti.

Carlo Petrini
da La Stampa di mercoledì 26 giugno

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