Petrini alla Fao: «Non c’è lotta contro la fame se i contadini non sopravvivono»

Era il 26 settembre 2015 quando i governi di 193 Paesi varavano l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, inglobando 17 obiettivi in un grande programma d’azione con 169 traguardi. Gli obiettivi per lo sviluppo dovevano dare seguito ai Millennium Development Goals che li hanno preceduti su una serie di questioni importanti come lotta alla povertà, eliminazione della fame e contrasto al cambiamento climatico.

Celebrando la Giornata mondiale dell’alimentazione a Roma, la Fao ha fatto ieri il punto sulla situazione. Il direttore generale dell’organizzazione, Josè Graziano da Silva, parla senza mezzi termini di un salto all’indietro: «Le ultime cifre dimostrano che la fame nel mondo è aumentata: lo scorso anno una persona su nove ha sofferto la fame, ed è più o meno lo stesso livello registrato nel 2012. La nostra lotta alla fame è andata indietro di cinque anni».

Tra le grandi promesse non mantenute dai governi c’è quindi, almeno per ora, quella legata all'”obiettivo due”, che oltre all’azzeramento della fame pone anche una serie di traguardi in tema di sicurezza alimentare e agricoltura sostenibile: «L’obiettivo due non riguarda solo la fame ma il tema più ampio della malnutrizione: 1,9 miliardi di persone sono sovrappeso, 600 milioni obese. Altri 2 miliardi soffrono invece di deficienze croniche di nutrienti».

Per ciascuna area del mondo, la Fao ha affidato a una personalità pubblica il compito di assicurarsi che la lotta alla malnutrizione non resti lettera morta: è questo, spiega da Silva, il compito degli “ambasciatori speciali di buona volontà”.

Nella giornata di ieri, per la prima volta si sono riuniti gli ambasciatori del progetto Fame Zero: insieme a Carlo Petrini, nominato ambasciatore per l’Europa, c’erano il nigeriano Kanayo Nwanze, ex presidente dell’Ifad, la parlamentare dominicana e attivista Guadalupe Valdez, l’attrice libanese e popolare presentatrice di programmi televisivi sul cibo Darine El Khatib e in collegamento la principessa thailandese Maha Chakri Sirindhorn, che ha lavorato a un programma di refezione scolastica nel suo Paese.

Rivolgendosi agli studenti della St George’s British International School e dell’università di Roma Tre, e a quelli che hanno seguito i lavori da Accra, Budapest, Il Cairo e Santiago del Cile, Carlo Petrini ha ricordato innanzitutto il senso dell’esperienza di Terra Madre, lanciata da Slow Food a partire dal 2004: «Cinquecento milioni di realtà familiari producono il cibo per oltre il 70% dei viventi, eppure sono quelle che soffrono di più la malnutrizione e la fame. Qui sta il vero paradosso. Vogliamo parlare di lotta alla fame mentre i contadini muoiono di fame?».

Nel 2008, sottolinea il presidente di Slow Food, per la prima volta nella storia dell’umanità gli abitanti delle città hanno superato gli abitanti delle campagne: «Crescono le metropoli, crescono le città, mentre le campagne perdono i loro giovani. Eppure anche in futuro continueremo a mangiare ciò che mangiamo oggi: non mangeremo comunicazione, non mangeremo politica astratta».

Se non si può garantire alla generazione dei Millennials di essere la prima generazione della “fame zero”, insomma, bisogna almeno fare in modo che il ritorno alla terra rappresenti per alcuni di loro un’opzione di vita felice, un’opportunità concreta.

Perché questo possa accadere, continua il fondatore di Slow Food, occorre innanzitutto creare connessioni tra produttori agricoli e abitanti delle città: occorre cioè trasformare i semplici “consumatori” in “coproduttori”, passando per un lavoro di educazione e informazione.

«Oggi purtroppo sappiamo poco: da dove arrivano gli alimenti, come sono trattati, quali prodotti chimici ingeriamo. I grandi budget pubblicitari sono in mano alle multinazionali e i governi non hanno soldi per implementare l’educazione alimentare nelle scuole: la massa di pubblicità assunta quotidianamente anche dai bambini, in compenso, è enorme».

Riguardo al raggiungimento degli obiettivi Onu entro il 2030, l’invito, espresso con una citazione di Gramsci, è a essere «pessimisti con la ragione e ottimisti con la volontà».

In occasione del lancio dell’Agenda 2030, la Fao ha stimato che servirebbero 267 miliardi di dollari per sfamare gli oltre 800 milioni di esseri umani denutriti. Sembra una gran cifra, ma non lo è se consideriamo che rappresenta appena lo 0,3% del Pil mondiale: la spesa militare globale, per fare un confronto, era di 1686 miliardi nel 2016.

Ai giovani, conclude Petrini, spetta quindi il compito di lavorare oggi per poter avere domani una maggiore libertà di scelta: «È inutile nascondersi: vi lasciamo un mondo che non funziona, un sistema alimentare che non funziona. Spetta a voi giovani correggerlo, a voi intervenire».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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