Giù le mani dalle varietà locali!

È il nome di una petizione lanciata dall’Associazione Antichi Mais Piemontesi, realtà che unisce aziende agricole familiari di piccola scala che coltivano e valorizzano le varietà tradizionali di mais in Piemonte: Ottofile Rosso, Giallo e Bianco; Pignoletto Rosso e Giallo; Ostenga; Nostrano dell’Isola. Sette varietà da conservazione iscritte al catalogo nazionale della biodiversità agricole e alimentare dal 2004 e tutte caratterizzate dal fatto di essere a impollinazione libera, ovvero la cui selezione e riproduzione avviene in modo naturale, nei campi, grazie al lavoro delle comunità di agricoltori.

Al termine di ogni stagione di raccolto, da anni, le famiglie di coltivatori custodi di mais antichi selezionano i semi delle pannocchie migliori, conservandoli per la semina dell’anno successivo. Una “selezione massale” che da un lato rende autonomi i contadini, dall’altro consente di tramandare le varietà più resistenti, adatte al luogo e ai cambiamenti climatici proprio perché dotate di un’ampia diversità genetica. 

Gli antichi mais piemontesi in una foto dell’Associazione

Ma chi mette a rischio le varietà locali e perché i produttori chiedono di tutelarle?

Facciamo un passo indietro. Qualche mese fa, una ditta sementiera ha registrato una nuova varietà di mais. Si tratta di un “top cross”, un incrocio realizzato a partire dalla varietà locale Pignoletto Rosso – una delle sette di cui sopra, storicamente coltivata nel Canavese, a nord di Torino – con una varietà moderna, sulla base di una ricerca che voleva valorizzare e migliorare il Pignoletto. Tra i benefici registrati e decantati, la maggiore produttività in campo.

Il risultato è “un ibrido F1 diverso dal Pignoletto originale” per forma e colore della pannocchia. Ma non per nome: la denominazione registrata è infatti composta da “Pignoletto” più il nome della ditta che la commercializza. 

Quali sono i problemi della nuova varietà? 

Lo abbiamo chiesto a Loris Caretto, coltivatore custode del Pignoletto Rosso e referente di Slow Mays, la rete di Slow Food che unisce i custodi di mais locali in tutta Italia.

Loris spiega che quanto accaduto dal punto di vista legale è possibile, perché la normativa europea lascia aperte interpretazioni sulle doppie denominazioni varietali.

«A livello nazionale, nonostante esista un catalogo dove sono iscritte le varietà di interesse nazionale per la tutela della biodiversità, ciò non è sufficiente per proteggere queste stesse varietà da azioni simili».

Il produttore precisa che, sebbene sul piano legale non ci sia nulla da eccepire, è su quello etico e sociale che emergono più dubbi. Vediamoli con ordine. 

I diritti dei coltivatori

Invece di attribuirle un nuovo nome, hanno registrato la nuova varietà con il nome di quella tradizionale, proprio a richiamarne una parentela non troppo lontana. Niente di illegale, dicevamo, o perlomeno non nella forma. La sostanza è ben diversa e le conseguenze sugli agricoltori non sono da sottovalutare: oltre che subire la concorrenza di produzioni industriali, vedono compromessa anche la propria indipendenza produttiva dal momento in cui, per coltivare quella varietà e commercializzarla, andrebbero a dipendere dalla proprietà intellettuale della ditta sementiera che l’ha registrata.

Non potrebbero quindi conservare i semi, dovendoli annualmente riacquistare. 

La tutela della biodiversità agraria

Per secoli le famiglie di coltivatori hanno selezionato e tramandato i semi che meglio si adattavano, e in questo modo hanno contribuito a valorizzare e tutelare un enorme patrimonio di diversità agricola e alimentare. Varietà locali dotate di una grande diversità genetica, quindi più resistenti agli attacchi dei parassiti e che necessitano di meno acqua e meno fertilizzanti per crescere. Al contrario, le varietà migliorate rimangono le stesse per sempre e generano un notevole impatto ambientale in termini di risorse e di suolo occupato, poiché spesso vengono utilizzate nelle monocolture.

La trasparenza verso chi acquista

Al momento di comprare, se nel nome del prodotto viene citata la varietà tradizionale, a quanti di noi verrebbe il dubbio che si tratti di un ibrido? È il caso del Pignoletto: la farina e gli altri prodotti derivati dalla nuova varietà di Pignoletto top cross, infatti, vengono commercializzati con diciture fuorvianti che richiamano la tradizione rurale.

Insomma, oltre al danno derivante dall’uso del doppio nome, la beffa: la nuova varietà viene presentata come innovativa e più resistente, un mais moderno ma al contempo “tradizionale e biologico”. 

Tutto questo lede il diritto del consumatore di fare scelte trasparenti e chiare. E a ciò è da aggiungere che, sul piano nutrizionale, non c’è comparazione tra varietà industriali e tradizionali.

«Le varietà tradizionali vengono generalmente macinate a pietra e sono integrali, perché viene salvaguardato il 100% del mais, il che garantisce valori nutrizionali eccellenti – spiega Loris -. Al contrario le farine delle aziende molitrici industriali subiscono una lavorazione che separa determinate parti come il germe o altre parti esterne ricche di nutrienti, e così hanno valori nutrizionali più bassi. Quindi, per ottenere le quantità di nutrienti declamate, se ne dovrebbe mangiare molto di più rispetto al mais tradizionale». Ma ovviamente, questo non viene specificato in etichetta.

Tuteliamo le varietà locali

Oggi è successo al Pignoletto, ma domani una qualsiasi altra varietà tradizionale potrebbe subire la stessa vicenda. Per questo motivo, l’Associazione Antichi Mais Piemontesi ha lanciato una petizione online con cui chiede:

  • che il regolamento europeo sulle sementi, attualmente in discussione a Bruxelles, impedisca l’uso dei nomi delle varietà locali per la registrazione di varietà nuove;
  • alle autorità competenti di impedire la messa in commercio dei prodotti ottenuti da nuove varietà che riportano in etichetta i nomi delle varietà tradizionali da cui derivano ma da cui differiscono in modo sostanziale.

La petizione vuole gettare luce su questo fenomeno, per proteggere tutte le varietà locali iscritte nel catalogo nazionale, dal mais alle orticole, e non solo. E per garantire la tutela dei consumatori, della biodiversità e dei coltivatori che da anni custodiscono le varietà antiche di semi.

«Pensiamo sia fondamentale far capire a chi acquista qual è l’importanza delle varietà a impollinazione libera e perché è necessario tutelare la diversità agricola» commenta Loris. Che sulla petizione aggiunge: «fare comunità, fare sistema è la chiave e l’essenza stessa di una rete come è Slow Mays. Anche una firma a una petizione può significare tanto e aiutare gli agricoltori a sentirsi più sostenuti». E magari, un domani, incentivare le leggi nazionali ed europee affinché si possa modificare la discrezionalità laddove non ci siano regole scritte.

Loro sono giganti, ma noi siamo moltitudine: è uno dei motti più potenti della rete di Slow Food che lo ha sottoscritto nella dichiarazione di Chengdu. Tutte e tutti noi possiamo essere parte di quella moltitudine del cambiamento.

Clicca qui per firmare la petizione
Giù le mani dalle varietà locali!