A Roma, al tavolo convocato dal Commissario nazionale Vincenzo Caputo partecipa anche un rappresentante dei piccoli allevamenti aderenti alle reti di Slow Food, ARI, Aiab Liguria, e di Veterinari Senza Frontiere
Martedì 3 ottobre si è riunita per la prima volta a Roma la cabina di regia convocata dal Commissario nazionale per la peste suina africana (PSA) Vincenzo Caputo, con l’obiettivo inziale di ascoltare i rappresentanti del settore suinicolo e di aggiornarli sulle misure prese per gestire l’emergenza. La PSA ha già portato all’abbattimento di decine di migliaia di suini negli allevamenti della provincia di Pavia e in piccoli allevamenti della zona rossa. Molti di questi ultimi hanno dovuto chiudere l’attività oppure allevare altre specie animali, sono ancora senza risarcimento o hanno avuto rimborsi irrisori.
La PSA è provocata da un virus molto stabile nell’ambiente che infetta sia i cinghiali che i suini domestici, ed è una delle cinque più gravi malattie degli animali secondo OMS. Fortunatamente non contagia l’uomo e anche le carni di animali infetti non generano problemi sanitari per le persone, ma è mortale per gli animali colpiti. Il virus permane nell’ambiente e nei trasformati di carne anche cento giorni e sparisce con la cottura delle carni solo se si superano i 65°. È evidente dunque il rischio per il settore della norcineria e della produzione di carni suine del nostro Paese, che fattura ogni anno circa 9 miliardi di euro, di cui quasi 2 miliardi in export. Dall’esordio della PSA, Cina, Taiwan, Giappone, Serbia, Cuba hanno già chiuso o limitato l’accesso ai loro mercati, temendo il contagio.
Il tavolo, che si riunirà mensilmente, è composto dai rappresentanti del settore e dalle istituzioni ma vi partecipa anche Stefano Chellini, agronomo e allevatore bio della rete Slow Food, oltre che vicepresidente di Aiab Liguria, in rappresentanza di un gruppo di associazioni: Slow Food, Associazione Rurale Italiana (ARI), Aiab Liguria, Veterinari Senza Frontiere. Chellini è stato uno dei primi allevatori costretti a macellare tutti i propri capi a inizio epidemia, nonostante fossero sani. Il suo allevamento, la Cooperativa Agricola Monte di Capenardo, si trova in Alta Val Bisagno, nell’entroterra di Genova, zona rossa.
Il Commissario Caputo, dopo la conferenza organizzata durante Cheese, ha coinvolto nei lavori della cabina di regia il gruppo che in quell’occasione aveva portato le istanze delle aziende agricole di piccola dimensione, semi-estensive o estensive, aderenti alle loro reti. Tra queste aziende, molte sono biologiche o custodi di razze suine locali a rischio di estinzione, la maggior parte produce salumi artigianali e alcune appartengono a Presìdi Slow Food.
Le richieste dei piccoli allevamenti
Chellini nell’incontro del 3 ottobre ha sottolineato che, sebbene dal punto di vista economico i piccoli allevamenti sotto i 50 capi rappresentino appena il 2% della produzione nazionale, dal punto di vista numerico corrispondono a oltre il 90% delle aziende suinicole italiane. Dietro queste aziende ci sono famiglie e filiere di qualità, fiore all’occhiello della nostra tradizione agroalimentare, situate soprattutto in aree interne e marginali, dove svolgono un importante ruolo di presidio del territorio. Non si può pensare di chiudere allevamenti o imporre la stabulazione a animali che non tollerano queste condizioni. Occorre il rispetto della biosicurezza, ma è necessaria chiarezza sulle misure da rispettare per evitare disparità di trattamento legate all’interpretazione delle singole Asl.

Una situazione che preoccupa
Confagricoltura, presente al tavolo, ha riferito di allevamenti in forte crisi a causa dei molti animali da macellare, e che non possono essere abbattuti perché non ci sono macelli autorizzati. Copagri ha indicato il contenimento dei cinghiali come una delle azioni più importanti da attuare, preoccupati perché la comunicazione, la ricerca e l’abbattimento richiedono persone e risorse. Ha segnalato la necessità di eliminare la zona di pastura costituita dai residui soliti urbani delle città.
Altri partecipanti al tavolo, tutti fortemente preoccupati di un dilagare incontrollato della PSA, chiedono maggiore uniformità tra le Regioni nell’applicazione delle norme e risarcimenti per le aziende che non vogliono o non sono in grado di adeguarsi ai criteri di biosicurezza rafforzata.

Il Commissario Caputo ha insistito sulla necessità che le Regioni facciano la loro parte, ovvero verificare la biosicurezza degli allevamenti e designare nel nord Italia i macelli autorizzati agli abbattimenti.
La prima riunione si è conclusa con la proposta del Commissario di creare tre sottogruppi di lavoro per affrontare questioni specifiche: uno per le “filiere fragili”, dove affrontare il problema del brado e semi-brado. Il Commissario ha riconosciuto che non è pensabile perdere razze autoctone o piccole realtà locali importanti per le economie di aree spesso marginali. Un altro tavolo prenderà decisioni relativamente a specifici distretti vocati dove, secondo Caputo, non è pensabile tollerare la presenza di cinghiali. Il problema della presenza dei cinghiali nei centri abitati è particolarmente grave, per la facilità con la quale il virus si può diffondere tramite scarpe o abiti infetti dei cittadini e arrivare così negli allevamenti. Si inizieranno anche ad usare sistemi di cattura per i cinghiali che sembrano essere molto efficaci. Sarà allestito anche un terzo tavolo su biosicurezza e mattatoi.
È stato annunciato da Caputo un supplemento di comunicazione, per far comprendere all’opinione pubblica e agli stessi allevatori che la PSA causa la morte degli animali tra atroci sofferenze. Solo il senso di responsabilità dei produttori nel rispettare le misure di biosicurezza può evitare la morte di molti dei loro animali. Si stanno preparando allo scopo dei video.
Chellini, a nome di Slow Food, ARI, Aiab Liguria e Veterinari Senza Frontiere, ha comunicato che si è favorevoli ai gruppi di lavoro e disponibili a parteciparvi, rimarcando l’importanza di designare per gli abbattimenti non solo macelli industriali ma anche piccoli impianti ai quali possono rivolgersi più agevolmente produttori biologici, appartenenti alle filiere locali e gli agriturismi.

Biosicurezza rafforzata: i criteri stabiliti funzionano per tutti?
Nell’incontro si è parlato molto delle misure di biosicurezza rafforzate, indispensabili per gestire la situazione, tanto che un tavolo specifico si dedicherà ad approfondire questo aspetto. Sorge però un dubbio: le norme di biosicurezza rafforzate previste, che sono state pensate per allevamenti industriali in aree ad alta densità di animali e persone, possono essere richieste ad allevamenti di piccola scala, localizzati in aree marginali e che spesso praticano il ciclo chiuso (le aziende in cui si compie l’intero ciclo di vita del suino, dalla nascita alla macellazione)?

Le piccole dimensioni, l’utilizzo di alimenti locali e di personale del posto, la localizzazione in aree decentrate e la macellazione in loco rappresentano di per sé misure di gestione del rischio, e quindi di biosicurezza. Su questo aspetto sarebbe importante riflettere e il tavolo dedicato alle filiere fragili dovrebbe lavorare in stretta connessione con il tavolo dedicato alla biosicurezza.
Sulle possibili richieste di chiusura degli allevamenti estensivi, per “evitare rischi”, la DGSante ha già chiarito che non è un obbligo chiudere gli allevamenti. Possono continuare a operare, purché rispettino le misure di biosicurezza, sottolineando che i fondi per sostenere le spese di adeguamento delle aziende sono già stati stanziati ma occorre fare in modo che le informazioni per richiedere fondi arrivino a chi ha diritto di farvi ricorso.