Gli allevamenti semibradi di tutta Italia sono costretti ad alzare recinzioni per proteggersi dai cinghiali selvatici potenzialmente contagiosi. Migliaia di maiali sani sono già stati macellati. Le razze autoctone, già a rischio estinzione, rischiano grosso.
Viaggio (in due puntate) nell’emergenza dovuta all’epidemia di peste suina africana, un pericoloso passo indietro verso l’allevamento in stalla.
Dall’inizio di gennaio l’Italia è piombata nell’incubo della peste suina africana, una malattia che colpisce cinghiali e maiali ma innocua per l’uomo. «Si tratta di un virus molto resistente e altamente contagioso – spiega Bartolomeo Biolatti, veterinario e rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo –. È sufficiente calpestare con gli stivali gli escrementi di un animale infetto e poi entrare in contatto con dei maiali senza igienizzarsi le calzature per rischiare di diffondere il virus». E la mortalità degli animali è elevatissima, pressoché del 100%.

I casi accertati (al 10 aprile 2022) sono 91 in due regioni: 57 in Piemonte e 34 in Liguria. È stata predisposta una zona infetta (chiamata “zona di restrizione II”) che tocca parte delle province di Alessandria, Genova e Savona, al cui interno vi sono tutti i comuni dove sono stati rinvenuti cinghiali positivi al virus, e una zona buffer concentrica, larga dieci chilometri intorno alla zona infetta. Tutti i casi positivi riguardano cinghiali selvatici: in altre parole, nessun maiale risulta finora essere stato contagiato. Ciononostante, le conseguenze sull’allevamento dei suini e sulla relativa filiera alimentare sono molte. Tra queste:
- Nella zona infetta è stato imposto l’obbligo di macellazione di tutti i maiali allevati allo stato brado e semibrado (oltreché familiare, cioè quelli allevati per autoconsumo). Si tratta di migliaia di maiali sani.
- Sempre nella zona infetta, è obbligatoria la programmazione delle macellazioni dei suini presenti negli allevamenti di tipo commerciale (ovvero industriale), anche in questo caso animali sani.
- Per tutte le tipologie di allevamento (brado, semibrado, commerciale) sono vietate la riproduzione e il ripopolamento per 6 mesi.
- È vietato vendere e trasportare al di fuori della zona infetta i prodotti ottenuti dai maiali allevati nella zona infetta.
- In tutto il territorio nazionale è stata resa obbligatoria la recinzione degli allevamenti semibradi.
La situazione contingente è preoccupante ma lo è ancora di più se la consideriamo in prospettiva. L’epidemia di peste suina africana sta mettendo in pericolo l’allevamento allo stato brado e semibrado, due pratiche di allevamento non solo maggiormente rispettose del benessere animale, ma necessarie per poter allevare razze autoctone.
C’è (anzi, c’era) un grande prato verde
L’allevamento allo stato brado prevede che gli animali vivano liberamente, procurandosi in buona parte del cibo autonomamente, pascolando. È questo aspetto che lo distingue da quello semibrado, dove invece la mano dell’allevatore interviene in modo più significativo nell’alimentazione dei capi, soprattutto nel corso delle stagioni più fredde. L’allevamento intensivo commerciale, infine, è caratterizzato dai capannoni nei quali gli animali trascorrono tutto il tempo della loro vita, uscendo al massimo in piccoli recinti insufficienti a garantire un movimento adeguato. Le differenze di queste tipologie di allevamento sono evidenti, così come gli effetti sul loro benessere e sulla qualità dei prodotti derivati dalle loro carni.

Angelo Ferrari, direttore sanitario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta e Commissario straordinario per l’emergenza peste suina africana, è consapevole delle conseguenze dell’epidemia sull’allevamento all’aperto: «Viva l’allevamento semibrado, ma in questo momento è a forte rischio» ci ha detto. Viste le norme in materia di sicurezza sanitaria, infatti, nelle aree dove è arrivata l’epidemia ci vorrà molto tempo prima di poter riprendere ad allevare allo stato brado o semibrado senza recinzioni. Forse anni. «In questo periodo dobbiamo contenere la peste suina africana all’interno di un’area ben definita e pensare a una nuova tipologia di allevamento. Il brado e il semibrado senza recinzioni potranno esistere anche in futuro, ma prima dobbiamo eliminare la malattia. O la eradichiamo o la manteniamo endemica: se la manteniamo endemica, il brado e il semibrado ce li scordiamo».
La soluzione, almeno in questa fase, secondo Ferrari è la posa di una recinzione che scongiuri il rischio che i cinghiali malati possano uscire dall’area infetta e raggiungere altre aree del nostro paese. «La preoccupazione dell’Unità di crisi nazionale sono gli sforamenti di casi di cinghiali positivi ritrovati a est verso Arquata Scrivia e a ovest verso Ovada, oltre le autostrade (A7 e A26, ndr) che fino a oggi rappresentavano una sorta di barriera artificiale» che bloccava il passaggio agli animali selvatici.
«Il mio augurio – ha aggiunto Ferrari – è che questa situazione faccia sì che si chiuda un capitolo e se ne apra un altro dove, sia nell’allevamento allo stato semibrado sia in quello industriale, vi sia un impetuoso scatto in avanti per quanto riguarda la qualità della tipologia di allevamento».