Perché l’Amazzonia riguarda ognuno di noi

In Brasile l’Amazzonia sta bruciando da mesi ma sembra che ce ne siamo accorti solo oggi. Oltre 70.000 incendi hanno distrutto mezzo milione di alberi nel corso del 2019, il 145% in più rispetto allo stesso periodo del 2018, in un’annata peraltro non particolarmente siccitosa. E allora qual è l’origine? L’uomo e la sua incessante attività di deforestazione, la necessità di liberare terre per il pascolo o per la coltivazione di soia (in primis destinata, anch’essa, all’alimentazione animale), o per le miniere. E gli incendi stanno devastando la foresta anche nei paesi vicini, come Bolivia e Paraguay.

(Photo by CARL DE SOUZA / AFP)

Quanto sta succedendo in Amazzonia riguarda tutti noi. Con l’aumentare degli incendi, infatti, aumentano anche le emissioni di gas serra (secondo il servizio europeo Copernicus gli incendi hanno già prodotto 230 milioni di tonnellate di CO²), con conseguente impatto sull’aumento della temperatura globale e l’aggravarsi della crisi climatica già in atto. E si compromettono definitivamente migliaia di specie vegetali e razze animali che sono l’enorme patrimonio di biodiversità custodito da sempre nella foresta amazzonica.

Slow Food accoglie e condivide l’appello di Tainá Marajoara, attivista della rete di Slow Food Brasile. Tainá appartiene al popolo originario Marajoara, è cuoca e ricercatrice, ha vinto il premio Paulo Frota per i Diritti Umani riconosciuto dall’Assemblea legislativa dello Stato del Pará e collabora con una rete di comunità che ogni giorno nel paese lavora per promuovere un consumo di cibo buono, pulito e giusto.

«Gli incendi in Amazzonia sono il risultato di un susseguirsi di incentivi allo sterminio. Già nella sua campagna elettorale, l’attuale presidente Bolsonaro assicurava che non avrebbe dato seguito alla demarcazione delle terre indigene [l’identificazione e gestione dei confini dei loro territori da parte delle comunità indigene, ndr]; che anche i territori quilombolas [comunità fondate da schiavi africani, ndr] non sarebbero stati regolamentati e che avrebbe limitato il potere dell’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (Ibama). Le organizzazioni indigene e ambientaliste denunciano che una volta assunta la presidenza, sono state numerose le riunioni con i ruralistas [la lobby parlamentare più potente del paese, ndr] e le aziende dell’agroindustria in cui l’Amazzonia è stata presentata come una immensa miniera di biodiversità, affermando di non credere al valore della foresta. Del resto pensiamo a come è organizzato il potere politico in Brasile, in cui alcuni deputati sono anche proprietari terrieri e quegli stessi deputati approvano incentivi verso le proprie aziende agricole [una delle prime promesse della campagna di Bolsonaro, infatti, è stata la fusione dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, fortemente osteggiata dalle associazioni ambientaliste, ndr] o votano leggi per eliminare i divieti verso centinaia di pesticidi. La lobby dei latifondisti e dell’agroindustria è molto forte.

E avere potere politico significa aumentare il potere economico. E di conseguenza indebolire i giovani che vivono nelle aree marginali, i popoli e le comunità indigene. L’aumento della violenza nelle campagne è l’altra faccia del ritratto del Brasile, di quello che è descritto da una parte della stampa come un paese produttivo che sta lavorando per costruire l’immagine del sistema agroalimentare brasiliano come modello sostenibile, da promuovere. Quando invece la realtà è che l’Amazzonia è devastata dalla soia, è devastata dagli allevamenti, è devastata dalle miniere.

Il grande problema in questa situazione non è l’alimentazione in sé – che sia senza carne o senza soia – ma è la reale comprensione che ciò che mangiamo non ha solamente un impatto sulla nostra salute e che quella stessa terra che oggi è in fiamme riflette le nostre scelte di consumo.

Siano essi consumi per l’estetica, culturali, alimentari, scelte di vestiti o forme di intrattenimento. Finché non arriveremo a cambiare il nostro modello di consumo e di produzione non saremo in grado di cambiare la situazione né in Brasile né nel resto del mondo, perché la stessa terra che brucia in Amazzonia è responsabile di condizioni di lavoro precarie, inique, vicine alla schiavitù. Il fuoco in Amazzonia non è che l’espressione radicale di questo sistema.

La presenza delle multinazionali in Amazzonia rappresenta il dominio capitalista e la privatizzazione della biodiversità, come mai era avvenuto in passato. Le fonti d’acqua vengono privatizzate, vengono recintate tutte le nostre terre, viene depredato il nostro patrimonio genetico. Sempre più si incentiva il consumo d’acqua minerale imbottigliata, il cibo che viene prodotto da semi in bustina, da carne prodotta in allevamenti intensivi, ma raramente ci si rende conto che tutti questi processi sono nelle mani delle multinazionali; e che finanziare questi processi e sostenere la privatizzazione di semi, gli allevamenti di grandi dimensioni e la privatizzazione dell’acqua corrisponde a mandare in fiamme l’Amazzonia, ogni giorno. Perché sono queste stesse multinazionali, unite nel loro capitale speculativo di investimenti, a promuovere questo tipo di aggressione, non solo a danno dell’Amazzonia, ma anche dei popoli indigeni, dei popoli e delle comunità tradizionali, un’aggressione senza precedenti ai diritti umani, che distrugge le nostre tutele e difese socio-ambientali».

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