«Per cambiare il mondo, dobbiamo per prima cosa riuscire a immaginarne uno migliore». Intervista a Elena Joli

La professoressa Elena Joli è un patrimonio nazionale di cui possiamo (e dobbiamo) essere davvero orgogliosi.

Fisica teorica, ha studiato i buchi neri all’Università di Bologna e all’École Normale Supérieure di Parigi. Ha conseguito un Master in Comunicazione della scienza alla SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) a Trieste. Da oltre 10 anni è autrice di manuali di fisica e materiali digitali per la scuola con l’editore Zanichelli di Bologna, lavora come docente di fisica nella scuola secondaria superiore e collabora come science editor con la casa editrice Dedalo di Bari. Fa parte dell’editorial board della rivista di divulgazione scientifica Sapere.

Nel febbraio del 2018 è stata selezionata per partecipare al progetto australiano Homeward Bound, che ha portato 77 scienziate provenienti da tutto il mondo in una spedizione di 4 settimane in Antartide, coniugando scienza, comunicazione, leadership e tutela dell’ambiente.

Le abbiamo chiesto di aiutarci a capire che cosa significhi davvero cambiamento climatico e come possiamo affrontare e mitigare i suo impatto nel nostro quotidiano. Buona lettura.

 

Professoressa Joli, sono solo «capricci del tempo», o il cambiamento climatico è un fenomeno in atto?

Credo che i dati raccolti e analizzati negli ultimi decenni parlino chiaro, e non lascino spazio a posizioni dubitative. Per migliaia di secoli la concentrazione dell’anidride carbonica (uno dei principali gas serra, insieme al metano e al vapore acqueo) nell’atmosfera della Terra ha oscillato fra 200 e 380 ppm (parti per milione). L’osservatorio di Mauna Loa nelle Isole Hawaii nel maggio del 2018 ha registrato una concentrazione di 411 ppm. Le immagini satellitari del satellite ESA Cryosat mostrano che l’Artico, questo nostro santuario naturale di prezioso ghiaccio, si è ridotto negli ultimi 20 anni di un’estensione pari a circa 10 paesi grandi come l’Italia messi insieme. La calotta glaciale dell’Antartide occidentale si sta sciogliendo a un ritmo quasi triplicato nell’ultimo decennio, secondo un articolo pubblicato sulla rivista Nature nel giugno di quest’anno. I poli sono dei regolatori termici naturali, e l’alterazione del loro funzionamento si fa sentire anche da noi, alle medie latitudini.

Gli eventi estremi climatici come alluvioni (si pensi a quello che ha colpito le isole Fijii, all’uragano Irma in Florida, solo per citare i più recenti) e siccità (per esempio gli incendi dei mesi scorsi negli Stati Uniti occidentali) non sono una novità, è vero: ma sono destinati ad aumentare di intensità e di frequenza. Secondo la definizione di Paul Crutzen (premio Nobel per la chimica) e dell’ecologo Eugene Stoermer, stiamo vivendo in un nuovo periodo geologico, l’Antropocene, dominato dalla specie umana.

Che novità ci porta dall’Antartide? Siamo senza futuro o c’è ancora ancora spazio per intervenire?

Molti dei progetti di ricerca in Antartide riguardano proprio il riscaldamento globale e l’impatto delle attività antropiche sul clima. L’Antartide è ormai diventata il simbolo della velocità con cui il pianeta cambia: tutti abbiamo negli occhi le immagini di enormi distacchi di piattaforme glaciali antartiche (si pensi al recente super iceberg Larsen C). È un ecosistema ancora in gran parte incontaminato, dove gli effetti del riscaldamento globale sono fra i più evidenti del pianeta, ecco perché è così importante la ricerca in questo luogo remoto e ostile. Tutti i modelli fisici di evoluzione climatica concordano oggi su un dato: la temperatura della Terra si è innalzata di poco meno di 1°C in media dalla Rivoluzione Industriale nel XIX secolo a oggi. E gli effetti di questo aumento di temperatura sono studiati nelle stazioni di ricerca antartiche monitorando la recessione dei ghiacci, l’innalzamento del livello degli oceani, eseguendo studi di climatologia continentale e oceanica. È necessario e urgente intervenire: sarebbe necessario non solo azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050, come affermato nell’ultimo recente report dell’IPCC dell’ottobre 2018, ma anche costruire impianti e progettare sistemi per “sequestrare” (cioè sottrarre) l’anidride carbonica attualmente già presente nell’atmosfera.

Quali suggerimenti possiamo inviare a ci governa e alle istituzioni internazionali?

“A pale blue dot” Source: NASA/JPL

Per prima cosa, mantenere e rispettare le decisioni dell’accordo di Parigi del dicembre 2015, considerarle vincolanti, come impegno e scelta etici. Il problema è il tempo, bisogna dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2020. Vorrei raccontare una breve storia che racchiude una semplice e toccante verità. Nel 1990, la sonda spaziale Voyager 1, dopo 13 anni dal suo lancio, raggiunge i confini del Sistema Solare, a sei miliardi di km dalla terra. Da quella posizione, rivolta verso la Terra, scatta una foto ( “Pale Blue Dot” la vedete qui a fianco). In quella foto, fra bande luminose dovute alla diffusione della luce sulle ottiche della macchina fotografica, si intravede un minuscolo puntino leggermente azzurrato (il “pallido puntino blu” del titolo della celebre foto). Carl Sagan, astronomo e divulgatore americano, guardando quella foto dice

«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. […] La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Ma è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. […] Incarna la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido puntino blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.» Ecco, vale la pena ricordare oggi quelle parole, sono più che mai vere.

Che cosa può fare ognuno di noi nel quotidiano?

L’etologa e antropologa inglese Jane Goodall diceva «ogni singolo giorno della vita abbiamo un impatto sul mondo che ci circonda. I nostri comportamenti fanno la differenza, e dobbiamo decidere che tipo di differenza vogliamo fare». Dobbiamo impegnarci affinché quotidiani comportamenti virtuosi (iniziare a eliminare l’uso di incarti, borse, contenitori di plastica, avere cura dell’ambiente in cui viviamo, preferire la bicicletta o una camminata all’automobile ove possibile, consumare prodotti locali e il più possibile provenienti da filiere sostenibili, ecc) diventino una buona abitudine.

La somma di centinaia, migliaia, milioni di piccole azioni “possibili” può contribuire a fare la differenza: è importante porsi obiettivi concreti alla nostra portata, per non avere scuse! Come spesso ripeto ai miei studenti, non possiamo fare tutto, ma ognuno di noi può fare qualcosa.

In Antartide, forse complice l’ambiente insolito e ostile, la lontananza dai propri affetti, ho respirato un meraviglioso clima di collaborazione, condivisione e spirito di gruppo: siamo davvero più forti insieme.

Approfittiamo della sua specializzazione in Comunicazione della scienza: come facciamo a suscitare interesse su un fenomenoche pare non coinvolgere nessuno?

Uno degli obiettivi del progetto internazionale Homeward Bound che ha portato me e altre 77 donne con formazione scientifica in Antartide è proprio quello di creare una voce corale per partecipare più attivamente all’orientamento delle politiche ambientali. È importante tenere alta e viva l’attenzione sul problema del riscaldamento globale che riguarda tutti noi, come individui e come abitanti del pianeta Terra, volgendo però l’attenzione sui progressi che sono già stati fatti in termini di comportamenti quotidiani e azioni che possono rendere la nostra vita più soddisfacente e più sana. Possiamo farlo, dobbiamo farlo. Dipende da noi. Pessimismo, notizie catastrofiche e catastrofiste spesso generano una sorta di inerzia, di deresponsabilizzazione collettiva, come se non ci fosse più nulla di concreto da fare. Invece non è così, le nostre azioni possono davvero contribuire a migliorare il presente e il futuro del nostro impatto sull’ambiente. Qualche hanno fa, una celebre copertina della rivista Time recitava «Be worried. Be very worried» – su uno sfondo nero, un solitario orso polare appariva bloccato su una sottile lastra di ghiaccio. Una comunicazione apocalittica e minacciosa riguardo al clima produce nel pubblico come unico effetto la l’inerzia, l’immobilità. Per cambiare il mondo, dobbiamo per prima cosa riuscire a immaginarne uno migliore.

Intervista a cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

 

Scopri Food For Change la campagna di sensibilizzazione internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e sistema alimentare, perché la produzione di cibo è la prima causa, vittima e anche possibile soluzione al riscaldamento globale.

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