Barbara Nappini: impastiamo per costruire significato e bellezza

Nel 2007 ho cominciato a fare il pane. E questo ha assunto per me importanza anche in una dimensione interiore, quasi spirituale: ha significato riflettere sullo spreco quotidiano di un cibo sacro che attualmente, nella stragrande maggioranza dei casi, è buono solo per poche ore; ha significato imparare a valutare le farine e le coltivazioni dalle quali provengono (ho coltivato io stessa grani tradizionali in un campo catalogo vicino casa); ha significato approfondire la magia della fermentazione e lasciarsi affascinare dal potere della “Pasta Madre”. Da allora pervicacemente conservo e uso pasta madre in un barattolino di vetro, in frigorifero. È la mia porta per ricollegarmi alla vita pulsante, quando me ne sento lontana.

Il pane appena sfornato è bello. E buono. Kalos Kai Agathos, bello e buono, inscindibilmente.

Per tutto ciò mi ostino a conservarla, a impastarla, a ravvivarla quando da troppo tempo l’ho trascurata, in definitiva ad amarla. E lei, ogni volta che la ingaggio, ricambia questa energia d’amore generando un’esperienza dolce che sa di casa, di terra, di rituale ancestrale.

Wendell Berry, agricoltore e filosofo americano, ci esorta a fare ogni giorno qualcosa “che non può essere misurato”, almeno non in una logica di performance: come costruire significato e bellezza, difficile da misurare con cifre e numeri.

Lo sanno bene gli amici di “Forni e Fornaie”: produrre pane, cibo, quindi seminare, coltivare, raccogliere, è un atto rivoluzionario. È espressione di autonomia e di consapevolezza riguardo il diritto delle popolazioni – e degli stati – di decidere del proprio regime alimentare. Il cibo deve essere adeguato agli esseri umani sotto il profilo nutrizionale, ma anche ambientale e culturale, rispettoso di un sistema valoriale, di credenze religiose, di rituali identitari. D’altronde le tradizioni alimentari sono intrinsecamente connesse coi luoghi, col clima, col microclima, con la conformazione geografica e geologica, con l’ubicazione relativa di un territorio: l’adeguatezza culturale e quella ambientale di un regime alimentare sono indissolubilmente intrecciate. Tutto questo afferisce alla “sovranità alimentare”.

pane e pace
Pane di Monte Sant’Angelo, Presidio Slow Food – © Archivio Slow Food

Concetto coniato per la prima volta dal movimento internazionale Via Campesina, durante la sua Conferenza internazionale svoltasi a Tlaxcala, in Messico, nell’aprile del 1996 che prevede un legame indissolubile tra cibo e politiche del cibo, produzione agricola, ecosistemi, accesso alle risorse, territori e comunità che quei territori li abitano, la loro cultura e identità. La sovranità alimentare è strettamente legata alla biodiversità e valorizza il lavoro legato alla produzione alimentare di piccola e media scala, spesso svilito e nascosto, ma che al contrario produce quantitativi rilevanti di cibo nel mondo.

Nel 2014 un rapporto faro della Fao calcolava che nove su dieci dei 570 milioni di aziende agricole nel mondo erano aziende a conduzione familiare e producevano approssimativamente l’80% del cibo mondiale.

Eppure, questo tipo di agricoltura viene tutt’oggi definita come “alternativa”, e narrata di conseguenza. C’è un lavoro importante da svolgere sulle parole: perché se è vero che il nostro pensiero influenza il nostro linguaggio, è vero altrettanto il contrario, cioè che le nostre parole condizionano i nostri pensieri e il nostro sentire. Allora, se il linguaggio deve essere al servizio della verità e non degli interessi specifici di alcuni, si devono indagare le parole, si devono scegliere accuratamente e dove mancano inventarle: difendere il linguaggio dal dominio di pochi affinché sia al servizio di tutti. Perché è proprio questo il punto: il bene comune o il privilegio di alcuni.

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Grano marzellina, Presidio Slow Food  – © Archivio Slow Food

Da decenni Slow Food si occupa di sovranità alimentare supportando e promuovendo “sistemi locali del cibo”: produzioni alimentari fortemente legate ai territori, basate sulle connessioni che generano comunità: si tratta di progetti territoriali collettivi in grado di combattere lo spreco alimentare, di valorizzare la produzione di piccola e media scala e di proteggere la biodiversità. Si tratta di sistemi capaci di catalizzare trasversalmente portatori di interesse diversi su un territorio, in favore del bene comune. Sistemi di produzione a bassi input esterni e ad altissimo tasso di RELAZIONI, competenze, creatività e buone pratiche. E le comunità si mettono in relazione tra di loro, e generano le reti. Come la rete Slow Grains, una rete internazionale. Le reti diventano moltitudini.

Si tratta di un’esperienza di visione politica: ciò che riguarda tutti.

Produrre pane, produrre cibo, è un atto fortemente poetico e gioiosamente disobbediente: apre un dialogo che ci permette di cambiare il modo in cui concepiamo il nostro cibo quotidiano in una prospettiva di pace collettiva globale.

Si semina per NOI, non per ME.

Oggi è necessario tenere insieme e non dividere: tenere insieme saperi tecnici e tradizionali, scienza ed etica, visione globale e valorizzazione delle diversità territoriali, lucida analisi e intelligenza affettiva, ricerca e bellezza.

Produrre cibo, fare il pane, fare l’olio, coltivare un piccolo orto o un intero campo di grano è autodeterminazione e convivialità. Ci restituisce potere creativo e ci rende liberi.

Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia