Olio di palma, l’Europa alza la soglia per i contaminanti

La polemica sull’olio di palma torna sulla breccia. Questa volta a far discutere è la decisione di alcuni giorni fa dell’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, di rivedere al rialzo la dose giornaliera tollerabile di uno dei contaminanti che si sviluppano durante la raffinazione degli oli vegetali – in particolare, appunto, l’ormai fin troppo noto olio di palma.

Sotto la lente degli esperti ci sono la sostanza chimica 3-monocloropropandiolo (3-MCPD) e i suoi derivati, ritenuti in grado di produrre effetti nocivi sui reni e la fertilità maschile.

In sostanza, per citare le parole di Christer Hogstrand, presidente del gruppo di lavoro che ha formulato sia l’attuale che il precedente parere scientifico sul 3-MCPD, «l’Efsa ha deciso di rivedere la propria valutazione dopo che il comitato congiunto Fao-Oms di esperti sugli additivi delle Nazioni Unite [Jecfa] ha stabilito un diverso livello di sicurezza».

Non cambia il giudizio sul fattore di rischio, né quello che riguarda i potenziali effetti cancerogeni e genotossici di altri “contaminanti da processo”, come i glicidil esteri degli acidi grassi (GE). Si sposta però l’asticella della tollerabilità giornaliera, passando dagli 0,8 microgrammi per chilo di peso corporeo fissati nel 2016 agli attuali 2 microgrammi per chilo (per la cronaca, i livelli di sicurezza fissati dall’Efsa restano comunque più elevati di quelli stabiliti da Oms e Fao, che si attestano a 4 microgrammi per chilo).

È un problema? Per un consumatore medio no, ma per i grandi consumatori di prodotti contenenti oli vegetali (biscotti, merendine, snack), come i bambini, potrebbe esserci bisogno di qualche rassicurazione in più. La stessa Efsa, del resto, scrive in una nota quanto segue: «Nella peggiore delle ipotesi i neonati nutriti esclusivamente con latte artificiale potrebbero lievemente superare il livello di sicurezza». Già, nella peggiore delle ipotesi.

A suscitare altre perplessità concorre il forte sospetto che i dati su cui si è basata l’Efsa, forniti dagli stessi produttori e risalenti al 2011, siano sottostimati. All’olio di palma si attribuisce solo il 22% sul consumo totale di oli vegetali, una percentuale che non tiene conto del notevole incremento di importazioni avvenuto in tutta Europa tra il 2011 e il 2014 e del fatto che ancora oggi resta un ingrediente molto comune.

Già nel parere del 2016 l’Efsa aveva ravvisato nell’olio di palma raffinato livelli di contaminanti superiori da 6 a 10 volte rispetto agli altri oli vegetali. Su tutti questi contaminanti la Commissione Europea sta ultimando una nuova legislazione, che dovrebbe servire a regolarmentarli e a ridurne la presenza negli alimenti.

Facciamo però attenzione: stiamo sempre parlando dell’olio di palma raffinato, cioè del derivato industriale di un prodotto che in sé non fa “bene” o “male”, come si è sentito ripetere fin troppe volte nella polemica di questi anni.

Oltre a chiarire la posizione ufficiale di Slow Food sul tema, vi abbiamo già parlato di quali siano i veri problemi legati a questa monocoltura, che il dibattito pubblico ha fatto emergere solo in posizione defilata e marginale: la perdurante deforestazione nel Sud Est asiatico, lo sfruttamento dei lavoratori, i meccanismi talvolta opachi della certificazione di sostenibilità.

Effetti della deforestazione provocata dalla monocoltura della palma

La coltivazione della palma da olio è infatti indissolubilmente connessa con l’economia agricola di Malesia e Indonesia, che forniscono insieme quasi il 90% del fabbisogno mondiale.

Non stupisce che proprio questi due Paesi abbiano alzato gli scudi di fronte alla recente direttiva europea che – in nome della lotta al distruzione delle foreste pluviali – impone di eliminare l’olio di palma dalle miscele dei biocarburanti entro il 2020.

Più del 40% delle importazioni europee oggi sono destinate proprio ai biocarburanti, motivo per cui i coltivatori asiatici ora accusano l’Europa di “discriminare” l’olio di palma rispetto ad altri oli vegetali ugualmente responsabili nella deforestazione.

«I piccoli agricoltori si affidano al reddito che deriva dall’olio di palma per comprare il cibo e per mandare i figli a scuola» ha spiegato il rappresentante dei coltivatori malesiani alla Reuters, aggiungendo: «Abbiamo coltivato la palma da olio per decenni, e questo ha portato a uno sviluppo del Paese». Senza che però le industrie locali e multinazionali si curassero dell’ambiente che garantiva questo sviluppo, e men che meno delle condizioni di vita di chi ora si trova ad affrontare qualcosa come 100mila morti premature dovute solo alle esalazioni dei roghi nelle foreste.

Il problema, una volta di più, non è l’olio di palma ma ciò di cui è espressione, cioè un sistema agroindustriale che non lascia alternative alla monocoltura e allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e dell’umanità.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo