Non si arresta il consumo di suolo in Italia: cresce più il cemento della popolazione

ISPRA ha presentato l’edizione 2020 del Rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente[1] nel corso di un convegno online.

In sintesi, i nuovi dati sul consumo di suolo in Italia non sono affatto confortanti ed evidenziano che cresce più il cemento che la popolazione: nel 2019 sono nati 420 mila bambini e il suolo ormai sigillato è avanzato di altri 57 km2 (57 milioni di metri quadrati): 2 m2 al secondo.

In totale è come se ogni nuovo nato italiano portasse nella culla ben 135 mq di cemento: uno sproposito.

In Italia ormai il 9,12% del suolo è consumato e recuperarlo è praticamente impossibile, se non in situazioni particolari e puntiformi.

© Socrates471 / shutterstock

Come se non bastasse, ad aggravare la situazione, lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico e tra le regioni italiane, la Sicilia è quella con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media.

C’è però qualche segnale positivo: la Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “Consumo di suolo 0” e si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette. In Veneto, dove sono quasi 800 gli ettari persi la tendenza è però verso la riduzione, visto che il consumo di suolo è minore dell’8% rispetto a una anno fa e del 30% rispetto a due anni.

Ma cosa significa perdere suolo?

Nelle aree già molto compromesse, come le città, si trova quasi la metà del suolo perso negli ultimi 12 mesi. Ecco spiegato il manifestarsi delle isole di calore, che a loro volta causano svariati problemi di natura sanitaria e sociale. La stessa diffusione del Covid-19 sembra ormai correlata a situazioni ambientali compromesse. Perdere suolo in città significa compromettere la vivibilità delle stesse: un controsenso.

Quando invece il consumo di suolo avviene in aree extraurbane le conseguenze sono la trasformazione del paesaggio, la frammentazione del territorio, la perdita di biodiversità, l’alterazione del ciclo delle acque, del ciclo dell’anidride carbonica, la modificazione del microclima, ecc.

© Rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente 2020

Tutto questo ci allontana dai valori considerati sostenibili, che in base alla popolazione residente richiederebbero non solo lo stop del consumo di suolo, ma un’inversione di tendenza, con un aumento delle aree naturali significativo.

Cosa possiamo fare?

Bisogna fare programmazione territoriale tenendo in considerazione che non possiamo più consumare suolo. Stiamo intaccando pesantemente una risorsa fondamentale per il nostro Paese.  Lo ha ribadito Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, che ha concluso il convegno di presentazione del rapporto constatando che stiamo bruciando la prima risorsa che consentirà all’Italia di essere competitiva in futuro.

© Rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente 2020

Quando parliamo di Made in Italy, sempre secondo il Ministro Franceschini, dobbiamo far riferimento a uno stile di vita, alla bellezza del paesaggio, alla qualità delle nostre produzioni: tutto questo dipende da come utilizziamo le risorse naturali, prima fra tutte la superficie sulla quale innestiamo ogni nostra attività. Non a caso nella nostra costituzione, l’art. 9 parla di tutela del patrimonio artistico, ma anche di quello paesaggistico.

Abbiamo quindi un dovere verso il suolo, non solo etico ma anche culturale e, per essere molto concreti, economico. Continuare ad agire come abbiamo fatto finora significa mettere a repentaglio il nostro futuro.

Proprio in questo momento, in cui ci apprestiamo a ricevere ingenti finanziamenti per rimettere in piedi il nostro Paese dopo la crisi scatenata dalla pandemia, dobbiamo avere come riferimento la ricostruzione delle aree degradate e non la costruzione su aree naturali, dobbiamo ripensare le infrastrutture, riqualificare le periferie, le aree industriali dismesse e i centri storici con edifici belli che svolgano funzioni sociali innovative. Dobbiamo recuperare i borghi e le coste per esempio con progetti territoriali innovativi e sostenibili.

Secondo Roberto Morassut, sottosegretario di Stato per il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per invertire la rotta nei prossimi anni non si può procedere solo con impegni formali e divieti. Bisogna agire sui meccanismi industriali ed economici che oggi determinano una crescita indiscriminata del consumo di suolo. Le leve sono il costo delle aree, il costo delle costruzioni e gli oneri fiscali. In pratica bisogna scoraggiare gli interventi in aree verdi, per esempio elevando le tasse per chi vuole costruire su suolo vergine, favorendo gli abbattimenti e le ristrutturazioni, facilitando interventi di miglioramento energetico, l’utilizzo di materiali innovativi con minore impatto ambientale e servizi urbani davvero utili per le persone. Dobbiamo intervenire quindi perché si faccia rigenerazione urbana dove c’è povertà e degrado.

Alberto Arossa, a.arossa@slowfood.it

 

Per approfondire:

[1] Il rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2020” di 293 pagine appena pubblicato: https://www.snpambiente.it/2020/07/22/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2020/

Il video del convegno “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” – 22 luglio 2020: https://www.youtube.com/watch?v=LB5AXkfkP1s&feature=youtu.be

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