«Non c’è legame tra Pil e felicità»

La MasterClass di Serge Latouche rapisce la platea di Terra Madre Giovani

WFTP Tamara Gysel LATOOUCHE-105916«Se vogliamo essere felici dobbiamo sapere limitare i nostri bisogni, i nostri desideri». Non è un invito qualsiasi quello che Serge Latouche, economista, antropologo e filosofo, rivolge ai ragazzi accorsi a Milano per Terra Madre Giovani – We Feed the Planet. Un discorso appassionato in cui dimostra a tutti come la società in cui viviamo, fagocitata da un’economia che ha come fine la crescita infinita, non è, e non può essere una società felice perché: «Non c’è legame tra Pil e felicità, oltre un certo livello il benessere non cresce più e per di più i costi dovuti alla crescita superano i benefici». E lo dimostra l’Happy Index Planet, dato elaborato dalla New Economy Foundation prendendo in considerazione l’impronta ecologica, la speranza di vita e il sentimento oggettivo di felicità. Ai primi posti tra i più felici troviamo paesi come Vanuatu e Costa Rica, mentre gli Stati Uniti, i maghi della crescita, sono al 160mo posto. L’Italia si piazza al 60mo posto, non certo un risultato di cui andare fieri: «Per essere felici dovremmo imparare ad autoregolarci, una capacità che ci regala la condizione di una vera abbondanza».

E invece, produciamo più di quello che consumiamo, con un impatto ambientale devastante. Pensiamo al suolo che distruggiamo, alla terra che avveleniamo, ai rifiuti che produciamo, all’aria che inquiniamo, all’acqua che consumiamo. «Pensate che più il 40% del cibo prodotto va a finire nei rifiuti. E come se non bastasse, noi occidentali siamo il 20% della popolazione mondiale e imperterriti consumiamo 86% delle risorse. Rubiamo ai nostri figli».

L’obiettivo lanciato dal padre della teoria della decrescita è quello di costruire una società prospera ma senza crescita, cercando l’abbondanza frugale. E invece il modello imperante continua a essere quello della crescita a tutti i costi, fomentata da «Governi che hanno rilanciato la macchina della crisi da cui ancora non siamo usciti. La concorrenza è un altro nome della guerra di tutti contro tutti».

Con questo sistema abbiamo distrutto l’agricoltura cinese scacciando dalla terra 800 milioni di agricoltori e inducendoli ad ammassarsi nelle metropoli inquinate. Per contro, «l’industria cinese mangia l’industria europea, che a sua volta divora quella cinese. Si tratta il lavoro come merce. Ma il lavoro non può essere una merce, va rispettato, è la base della vita degli uomini»

Così come la terra, non si riproduce come un gadget qualsiasi: stiamo privando del futuro i nostri figli dopo aver distrutto la capacità di rigenerazione della biosfera, messo in difficoltà l’agricoltura familiare che sfama il pianeta.

Citando Beccaria aggiunge: «La società dell’opulenza tradisce la promessa della modernità ovvero la massima felicità per il massimo numero di persone. La corsa sfrenata alla crescita e alla produttività tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta ha generato un progresso fittivo, il benessere non è aumentato, le diseguaglianze si sono acuite. E le società in cui si sviluppano disuguaglianze sono società infelici: anche i ricchi non possono viverci sereni».

L’alternativa? La decrescita, uno slogan provocatorio certo, ma l’accezione vuole essere tutt’altro che negativa. La strada è ritrovare la capacità di autolimitarsi per controllare il consumo delle risorse. Perché la vera scarsità è data dalla mancanza di aria pulita, acqua buona, terra produttiva e diversità di culture e sapienze, che da sempre ci insegnano buonsenso e regolatezza. Il segreto della decrescita sta nel reinventare una società di abbondanza frugale, intesa non come privazione, ma piuttosto come riscoperta del vivere il nostro territorio di appartenenza, del ristabilire un legame con la terra, la capacità di conoscere il cibo che ogni giorno portiamo in tavola, riscoprendo il senso delle stagioni e valorizzando il rapporto con cui quel cibo lo produce.

Come passare dalla teoria alla pratica? «Lo stiamo già facendo – risponde Latouche – iniziative come Terra Madre Giovani rappresentano la resistenza alla società dei consumi. Buono, pulito e giusto sono le parole d’ordine della decrescita, Terra Madre l’esempio: un movimento che è partito dal basso ma che va molto lontano. A costo di sembrare passatisti pensiamo di proteggere i tesori locali, è un protezionismo buono, da fare a livello nazionale e internazionale, anche per combattere accordi come il Ttip che minacciano i proprio voi produttori di piccola scala»

Vanna Sedda
press@slowfood.it

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