«Un cibo prodotto secondo natura è un cibo ad alta vitalità», intervista a Fausto Iori, Ad di NaturaSì – seconda puntata

Quella tra NaturaSì e Slow Food Italia è molto di più di una semplice partnership commerciale, è un’autentica alleanza tra due realtà accomunate da valori importanti: il rispetto per il cibo e per la Madre Terra che ce lo dona, per l’ambiente e per chi lavora.

«In questo momento ci accorgiamo di quanto sia importante essere vicini alla Terra e all’alimentazione sana. E d’altra parte dobbiamo aiutare chi produce cibo sano, chi fa un’agricoltura sana, rurale e locale. È per questo che due realtà, NaturaSì e Slow Food, hanno deciso di lavorare insieme, di collaborare in maniera forte, con un obiettivo chiaro: dare valore a prodotti sani, biologici e che abbiano una valenza culturale, un legame con il territorio, che privilegino la tradizione» così Fausto Iori sintetizza l’incontro di NaturaSì con Slow Food.

 

Un percorso che parte da lontano:

«NaturaSì nasce con una missione ben precisa: promuovere una sana agricoltura per offrire una sana alimentazione, sostenendo così una sana economia. Con una missione del genere non ci si ferma mai, c’è sempre da migliorare. Pensiamo alle sfide che si dovranno affrontare a causa dei cambiamenti climatici, il lavoro da fare per la rigenerazione delle sementi o per il minor utilizzo di acqua, solo per citare alcune tra le principali problematiche. Per non parlare poi degli sforzi legati al riconoscimento del giusto prezzo per i prodotti: remunerazione soddisfacente per i lavoratori e un prezzo equilibrato per i consumatori.

IL VERO COSTO DEL CIBO A BASSO PREZZO

NaturaSì è un ecosistema: partiamo dalla rigenerazione dei semi che forniamo ai nostri produttori, trasformiamo direttamente i prodotti o ci affidiamo ai nostri partner, abbiamo sviluppato un sistema di distribuzione e una logistica interni, sicuramente la più completa che c’è nel nostro Paese, per arrivare ai 500 punti vendita in Italia.

Quando si dice che il biologico è caro, ricordo una ricerca della Fao che evidenzia come il costo vero di un prodotto agricolo che tenga conto dell’impatto ambientale, dell’inquinamento indotto è almeno due volte quello che si paga. Un costo notevole che pochi riuscirebbero a sostenere.

Non dimentichiamo un’altra cosa: che un cibo prodotto secondo natura è ad alta vitalità, quindi dal punto di vista nutrizionale garantisce tutti i nutrienti necessari con minori quantità di ingerite. Se è vero che un prodotto ad alta vitalità è espressione di miglior equilibrio nutrizionale, di maggiore salute, significa che l’investimento della sanità pubblica per la prevenzione e le cure si abbassa. La strategia Farm to Fork evidenzia il beneficio sistemico di una sana agricoltura che porta a una sana alimentazione».

STRATEGIA FARM TO FORK: VERSO LA TRANSASIONE ECOLOGICA DELL’AGRICOLTURANaturaSì e Slow Food Italia

Una riforma quella europea alla quale si guarda con molta speranza perché ha l’obiettivo di guidare la transizione dell’agricoltura verso pratiche più sostenibili: punta a ridurre l’uso di pesticidi chimici e fertilizzanti e a introdurre pratiche rispettose dell’ambiente. Un processo essenziale se vogliamo dare un futuro al nostro pianeta, ma in molti non la pensano così. Pensano all’agricoltura come settore produttivo a cui si possano attuare i parametri dell’industria. Sarà la volta buona, da troppi anni si parla di cambiamento, forse ora non ci sono più scappatoie: «Tutte le persone legate all’ecosistema bio, le 80.000 aziende e i clienti dei 500 punti vendita in Italia, ad esempio, rappresentano un movimento non marginale.

Nelle nuove generazioni, poi, c’è una sensibilità verso la sostenibilità maggiore. Il movimento nato intorno a Greta è una realtà difficile da fermare. È vero che gli interessi delle multinazionali da una parte o certi eventi di portata globale dall’altra possono rallentare i tempi di attuazione, ma lottare per fermare la tendenza alla sostenibilità produttiva è un fallimento, non tanto e non solo economico perché il mondo sta andando in un’altra direzione. Le nuove generazioni non sanno cosa vuol dire certificazione biologica, ma sono convinte che i prodotti debbano essere coltivati in maniera naturale, senza chimica, rispettando l’ambiente.

Il biologico, che all’origine era anche uno stile di vita, con la legge è diventato un regolamento e adesso i giovani lo rivedono come un movimento. Io credo che non dobbiamo focalizzarci sui nomi ma sui concetti, sugli ideali. Se non andiamo in questa direzione siamo sconfitti sia dal punto di vista ambientale che economico».

Ma le nuove generazioni sono cresciute andando in punti vendita dove trovavano sempre tutto in qualsiasi momento, non luoghi in cui si perpetua una falsa rappresentazione della realtà e del mondo: «La distribuzione del futuro non è quella rappresentata da grandi punti vendita dove trovi sempre tutto. Dieci anni fa negli Stati Uniti sono venuto in contatto con le Community supported agriculture (Csa). Essi sostenevano che l’agricoltura deve essere difesa e aiutata dalla comunità, perché alla comunità l’agricoltura serve. Da questo principio sono nati vari modelli caratterizzati da modi diversi di agire sintetizzabili in due situazioni: un gruppo di agricoltori che si mette insieme per trovare cittadini che li supportano o un gruppo di cittadini che si unisce per cercare contadini che gli forniscono il necessario.

LA DISTRIBUZIONE

In realtà tutte le sperimentazioni che sono state fatte evidenziano un problema: la distribuzione. O si ha la fortuna di abitare vicino a un’area agricola o deve esserci un sistema logistico distributivo funzionante altrimenti la catena non regge. Nelle grandi città è necessario mettere in piedi sistemi di distribuzione.

Non possiamo però pensare a cattedrali in cui c’è tutto e tutto è artificiale. Il Covid ha dato valore ai negozi di prossimità e si è capito che non servono migliaia di referenze, ma poche che rispettano alcuni principi: prodotti sani da filiera corta. Bastano negozi di trecento quattrocento metri quadri. Le mega aree di migliaia di metri quadri non reggono più. Oltre che per l’eccessiva occupazione di suolo, questi spazi devono essere riempiti di prodotti e allora salta il principio della stagionalità e della prossimità, allora devi avere le arance tutto l’anno e non importa se in alcune stagioni queste affrontano viaggi assurdi.

Chi può davvero avere la bussola in mano in questo mondo? Il cittadino.

Acquistare le arance solo da dicembre ad aprile e scegliere altri prodotti durante il resto dell’anno indurrà chi vende a non proporle più per 12 mesi all’anno. Il vero modo per combattere la degenerazione alimentare che viviamo da anni è la cultura, la consapevolezza e la coscienza del cittadino-consumatore. Questa è un’altra grande sfida e confido che le nuove generazioni ci aiuteranno sempre di più a pensare naturale, a pensare stagionale. La distribuzione sarà all’interno dell’azienda agricola, noi stiamo sponsorizzando gli spacci aziendali, o nei negozi di vicinato, tendenzialmente piccoli e con un livello di servizio molto elevato. Chi vende prodotti per l’alimentazione, chi vende biologico non deve essere semplicemente un negoziante che fa commercio, deve affiancare e accompagnare un percorso, perché mangiare bene è un grande aiuto per la salute dell’uomo e dell’ambiente».

NaturaSì e Slow Food Italia

Dal vostro osservatorio quali sono stati i cambiamenti nelle abitudini alimentari in questo periodo? «La situazione del lockdown, nell’ambito della sua profonda negatività, ha dato alla luce alcuni impulsi prospettici positivi. Se guardo i consumi dei cibi biologici e biodinamici, abbiamo registrato un aumento medio dell’11-12%, con alcuni picchi del 35% nelle grandi città legati alla presenza delle botteghe di prossimità. Chi ha sofferto sono stati gli abitanti dei piccoli centri che non potendo uscire dal proprio comune hanno dovuto rinunciare all’acquisto dei prodotti bio, perché non presenti nei punti vendita del paese. Questa situazione ha colpito anche molti nostri clienti abituali che raggiungevano punti vendita NaturaSì dai comuni vicini. Un altro aspetto positivo, oltre l’incremento della vendita, è stato l’aumento di sensibilità nei confronti dei prodotti di origine italiana e da filiera corta. Nella paura, la scelta più immediata è stata l’acquisto di prodotti locali. Noi stimiamo una crescita del 22%. Un altro aspetto da sottolineare è l’incremento del 50% per i prodotti legati ai benefici sulla salute: verdura e frutta fresca ad esempio. Se il driver di scelta prima era legato al prezzo e al gusto, ora si pensa a mangiare cose sane prodotte nei dintorni».

Il primo passo, se non conosciamo contadini vicino a noi, per mangiare cose sane, simbolo della nostra penisola che fanno bene all’ambiente è quello di recarsi nei punti vendita NaturaSì e cercare, tra gli altri prodotti, i Presìdi Slow Food.

A cura di Valter Musso
v.musso@slowfood.it

 

Potete leggere la prima parte dell’intervista a Fausto Iori, ad di NaturaSì qui

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