Il racconto di Barbara Nappini, presidente Slow Food a bordo dell’Ocean Viking

«Il ricordo più bello della mia vita è oggi»: diciassettenne guineano salvato dalla Ocean Viking, dopo quattro anni di migrazione tra naufragi e detenzioni, nel giorno del suo sbarco in Sicilia, a marzo 2022.

“You are safe”: questo messaggio accoglie le persone sull’Ocean Viking. La grande nave rossa che salva vite nel Mediterraneo.

Io e Abderrahmane saliamo a bordo a metà settembre, all’imbrunire, durante uno degli intervalli che intercorrono tra una missione e l’altra: in questi periodi l’equipaggio fa formazione, manutenzione, allenamento, e nonostante scopriamo poi che la loro giornata fosse iniziata molte ore prima, cioè alle 5 del mattino, tutti i componenti dell’equipaggio di cui incrociamo gli sguardi, ci sorridono allegri. E ci ringraziano: di aver consegnato loro due (due di sei) forniture da un quintale di riso di Presidio Slow Food del gigante di Vercelli, ma anche di essere andati ad incontrarli, di volerli conoscere, far vedere dove sono, cosa fanno e come lo fanno.

Ocean Viking

Perché quello che non viene raccontato, e visto, semplicemente sembra non esistere.

È quasi buio e l’Ocean Viking ha l’aspetto industriale di tutte le navi: acciaio, tubi verniciati, strumentazione tecnologica, container, colori forti resi ancor più taglienti dai neon e i led che li illuminano. Ma esistono angoli toccanti sulla nave: qualche mano gentile ha disegnato immagini sognanti sulle pareti bianche, una mongolfiera che vola, un grande albero frondoso, balene, e scacchiere dipinte sul legno del ponte, e un origami di carta che ondeggia lieve. «Questa al centro è l’area protetta per donne e bambini, i mariti possono dormire lì: subito fuori da questo spazio»: è l’area della nave dove minore è il beccheggio e può contenere circa quaranta persone; procedendo verso poppa scopriamo uno spazio più grande, attualmente usato come palestra di fortuna, dove di solito soggiornano uomini e ragazzi, fino a 200.

Ma la Ocean Viking ha dovuto trasportare anche tre o quattrocento persone: persone traumatizzate, il cui viaggio migratorio è spesso iniziato mesi o anni prima, che si ritrovano abbandonate in alto mare senza cibo né acqua, che lottano – letteralmente – per restare vive. E in quei casi la nave “si fa più grande”: si utilizzano tutti gli spazi possibili e nessuno viene lasciato indietro.

«L’equilibrio mentale è uno dei problemi più delicati che dobbiamo trattare» ci dice la dottoressa Rebecca, medico di guerra, responsabile dell’equipe medica a bordo: quattro persone formate per fronteggiare le emergenze, capaci di conservare lucidità ed empatia, in grado di essere efficienti e umane. Rebecca è anche ostetrica e in un anno ha già assistito circa venti donne in gravidanza: a volte nascono bambini sulla Ocean Viking.

E allora Rebecca ci apre la porta di una stanzina protetta, singola, dove si trova un bel letto di legno, con lenzuola colorate, un piccolo angolo dove isolarsi dalla moltitudine di persone presente a bordo durante le missioni. Una stanza che viene utilizzata per i parti, ma non solo: lì avvengono anche visite delicate alle vittime di torture, violenze e stupri, donne, ma anche ragazzi e uomini, che talvolta portano segni visibili sul corpo, ma sempre ne nascondono dentro di indelebili.

Qualche volta il salvataggio non riesce a strappare alla morte i naufraghi: in quei casi la nave ospita corpi. Ci viene mostrato l’interno di un container, che in tali circostanze funziona come un frigorifero, dove sono conservati sacchi neri cernierati: lì dentro adagiano le salme di persone sconosciute trovate in mare. Di loro il nome, la storia, rimangono misteriosi e silenti.

Ocean Viking

Ci mostrano poi i depositi dove conservano gli alimenti: il cibo deve poter essere stoccato per lunghi periodi senza frigorifero; deve essere calorico e perfettamente equilibrato dal punto di vista nutrizionale; deve essere standard, perché una minima differenza nel cibo servito tra le persone, in un contesto di estrema paura e incertezza, potrebbe provocare tensioni e risse. Ci mostrano quindi il kit: un sacchetto in plastica sigillato che serve a coprire i bisogni di una persona per un giorno, ne hanno centinaia, tutti uguali. E poi arachidi, biscotti proteici, tè. Il riso, il Gigante di Vercelli che abbiamo fornito, lo riescono a cuocere nei bollitori elettrici in grandissime quantità, e sembra produrre l’effetto di un pasto “vero”: un alimento familiare a molti, un cibo confortante in un contesto tanto difficile. «E voi come vi nutrite? Perché il cibo serve anche a restare allegri»: lo domando ad Alessandro, Presidente di SOS Méditerranée e responsabile dei salvataggi a bordo: anche i loro organismi devono mantenersi efficienti considerato il grande sforzo che il loro lavoro richiede e Alessandro è consapevole che il convivio può essere un elemento fondamentale per garantirsi un buon equilibrio psico-fisico. Ma in nave sono per lo più preclusi tutti i cibi freschi, e i pasti sono comunque consumati in condizioni di continua emergenza, quindi l’allegria devono racimolarla altrove.

Allora saliamo sul ponte più alto, dove avvengono gli avvistamenti: lì, vicino alla cabina di comando, ci sono due postazioni di osservazione: una sorta di mensole, fissate alla balaustra, su cui appoggiarsi coi binocoli a scrutare l’orizzonte. «Per ore» ci spiega Alessandro: ore a fissare la linea continua dell’orizzonte per individuarvi un’irregolarità che ne interrompa il segno e che potrebbe essere una zattera, un gommone. Ci spiega che a volte serve molto tempo per identificarne i contorni esatti. «E quando scoprite che è un’imbarcazione dispersa con dei naufraghi cosa provate?», Alessandro si volta e spalanca un sorriso: «Sorpresa». E si capisce che è una bella sorpresa: significa che coloro che stanno su quel gommone, almeno loro, non moriranno. E si capisce che quello è fonte di allegria, sulla Ocean Viking, dove l’allegria è generata dal salvare vite umane.

Barbara Nappini
b.nappini@slowfood.it

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