Aggredita e minacciata: tutto il nostro sostegno ad Agitu Ideo

Agitu Ideo è una donna con la schiena dritta, che sa bene come rimboccarsi le maniche e come affrontare anche le difficoltà più grandi. La sua storia è un esempio universale di riscatto, un modello a cui guardare. Ma Agitu è anche una nostra cara amica che ha ricevuto, per il suo impegno, il premio Resistenza Casearia a Cheese 2015, edizione di cui Agitu è stata una delle protagoniste. Volentieri abbiamo raccontato la sua storia e il suo lavoro che vi riproponiamo.

Agitu viene dall’Etiopia e appartiene a una tribù di pastori nomadi. Gli studi la portano a Roma, dove si laurea in Sociologia. Ma questo progetto di vita si interrompe: la sopravvivenza della sua tribù è minacciata dalle multinazionali che fanno razzia nelle terre dei pastori. Agitu non sta stare a guardare, decide quindi di tornare a casa per denunciare le ingiustizie e soprusi di chi si ruba la terra. Una scelta che l’ha costretta a scappare da Addis Abeba con la famiglia e a stabilirsi in Italia. Anche qui non se ne sta certo con le mani in mano: recupera un terreno abbandonato nella Valle dei Mòcheni, in Trentino, e avvia un allevamento di galline ovaiole e capre di  pezzata mochena, una razza autoctona a rischio di estinzione. Nasce la La capra felice, e Agitu continua tranquilla la sua vita tra le montagne trentine.

Tutto è bene quel che finisce bene? No purtroppo. C’è qualcuno in nella Valle dei Mòcheni che mal sopporta la presenza di Agitu e la crescita dell’azienda. E il disappunto è talmente alto da raggiungere la violenza. Come il 18 agosto scorso: «Ero sola – ci racconta al telefono – il ragazzo che mi aiuta era fuori al pascolo, stavo lavando la mungitrice quando mi sono sentita afferrare alle spalle con esortazioni a lasciare la valle». 

“Brutta negra te ne devi andare via” sarebbe il gentile invito di una persona che Agitu conosce (un suo vicino) e che da tempo l’angustia. «I dispetti si susseguono da mesi, questa persona ha persino chiamato il sindaco per rimproverargli il fatto di averci accolto e intimandogli di chiudere l’unica strada comunale che porta alla nostra baita. Io credo che il motivo sia la sua intolleranza: ho attivato tirocini per i rifugiati e ho assunto un rifugiato maliano. Questo signore non gradisce il nostro colore e fa di tutto per metterci in difficoltà».

E a questo si aggiunge lo stress vissuto dagli animali vessati da scorrazzamenti in moto e cani sguinzagliati contro il gregge. Naturalmente Agitu ha paura che le cose possano peggiorare: «Io ho denunciato più volte, con tanto di foto e filmati. Il problema – mi dice – è che per procedere all’arresto immediato, bisogna che ci sia flagranza di reato. Ma questo non è possibile: vivo in una baita in mezzo al bosco, difficile da raggiungere. Una volta chiamate le forze dell’ordine ci mettono un’ora e mezza ad arrivare… capite anche voi che non sarà possibile raggiungere questo risultato».

Se le minacce ad Agitu non sono una novità dell’ultima ora, è pur vero che lei stessa sente la responsabilità del clima pesante e di rifiuto che stiamo vivendo in Italia: «Sono tante le persone con cui ho potuto lavorare. Prima d’ora non ho ricevuto minacce, spero di poter ritornare a lavorare in armonia come ho sempre fatto».

Lo speriamo anche noi, perché non è questa l’Italia che vogliamo. L’odio e le divisioni hanno sempre, e la storia ce lo insegna, portato a grandi catastrofi.

MIchela Marchi
m.marchi@slowfood.it

L’intervista ad Agitu a CHeese 2015

 

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