Noi, rappresentanti della rete di Slow Food e di Terra Madre provenienti da 90 Paesi del mondo Dichiariamo che il mondo intero è la nostra casa e la dimensione del nostro agire è globale. La nostra rete non conosce confini. Rifiutiamo pertanto qualunque esclusione di carattere politico, economico e sociale che renda fuorilegge le persone che migrano in ragione di conflitti, violenze, discriminazioni, sfratti, povertà, calamità naturali.

Tratto dalla dichiarazione di Chengdu, votata dal Congresso Internazionale di Slow Food a Chengdu, in Cina, nel 2017

 

Da sempre la storia del cibo è legata alle migrazioni.

Molti tra i prodotti che oggi consideriamo autoctoni di un determinato luogo sono il frutto dello spostamento di donne e uomini: il movimento dei popoli è infatti un fenomeno che non si è mai arrestato.

Le ragioni che spingono i popoli a spostarsi sono molteplici, accomunate dal desiderio di migliorare o cambiare radicalmente le proprie condizioni di vita. Tra queste, due rivestono un ruolo sempre più importante: il cambiamento climatico e i conflitti per l’accesso alle risorse naturali, come acqua e terra.

Secondo i dati della Banca Mondiale, il numero dei cosiddetti “migranti climatici” potrebbe raggiungere i 140 milioni entro il 2050, di cui 86 milioni dall’Africa sub-sahariana[1].

Il cibo ha dunque una duplice valenza. La progressiva mancanza di acqua e generi alimentari è uno dei fattori che spinge i popoli a migrare e, allo stesso tempo, il cibo rappresenta il bagaglio culturale che i migranti portano con sé in forma di semi, ricette e tradizioni, arricchendo la biodiversità del territorio di destinazione.

Cambiamento climatico

L’aumento medio delle temperature minaccia l’accesso alle risorse e la sussistenza di milioni di persone in tutto il mondo, costrette a compiere lunghi viaggi inter ed extra continentali in cerca di migliori condizioni di vita.

L’equilibrio naturale che garantisce la resilienza degli ecosistemi ha iniziato a spezzarsi qualche secolo fa per mano dell’uomo. La deforestazione massiccia per far spazio a monocolture e allevamenti intensivi, la crescita incontrollata dei centri urbani e l’industrializzazione delle aree rurali hanno contribuito all’aumento della concentrazione di gas nell’atmosfera, al trattenimento del calore in prossimità della Terra e al conseguente aumento delle temperature.

In tale contesto, aggravato altresì da una desertificazione incalzante, le terre fertili e coltivabili si stanno drasticamente riducendo. Secondo uno studio dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services[2] (IPBES) il degrado del suolo, abbinato al cambiamento climatico, sarà una delle principali cause della migrazione di milioni di popoli entro il 2050.

L’altra risorsa a rischio è l’acqua, la più importante fonte di vita al mondo. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sulle acque mondiali[3] 3,6 miliardi di persone sono prive di accesso all’acqua potabile, una cifra che potrebbe raggiungere i 6 miliardi nel 2050.

Se da un lato le acque continentali scarseggiano a causa di un eccessivo sfruttamento delle risorse, il livello di quelle marine sta crescendo a vista d’occhio, rendendo ancora più vulnerabile la sopravvivenza delle popolazioni costiere. A causa del surriscaldamento globale dal 1979 a oggi sono andati perduti oltre 3 milioni di chilometri quadrati di superficie ghiacciata, a fronte di un aumento esponenziale del livello dei mari e degli oceani (entro il 2100[4] l’aumento oscilla tra i 52 e i 98 centimetri).

Conflitti 

Tra le cause antropiche che spingono all’esodo di milioni di persone ci sono anche i conflitti armati legati all’accaparramento delle poche risorse naturali rimaste.

L’accesso e la gestione di terra, acqua e materie prime legate alla produzione di cibo ed energia sono contesi tra chi con tali risorse ha sempre convissuto e chi, invece, intende sfruttarle per interessi economici.

Secondo i dati rivelati dall’Environmental Justice Atlas (EJAtlas)[5], sono più di 600 i conflitti che riguardano l’accaparramento dei suoli, 357 quelli per la produzione di energie rinnovabili, 270 per i progetti estrattivi, 179 per i combustibili fossili e 77 per il controllo della pesca. I dati del Pacific Institute[6] riportano invece 263 crisi riconducibili alla gestione delle risorse idriche dal 2010 ai giorni nostri.

Il sito dell’ECC (Environment, Conflict and Cooperation, www.ecc-platform.org) progettato da Adelphi e finanziato dal governo tedesco, progettato da Adelphi e finanziato dal governo tedesco, raccoglie e aggiorna dati e informazioni su tutti i conflitti al mondo legati al cambiamento climatico.

 

[1] World Bank report “Groundswell – Preparing for Internal Climate Migration” 2018

[2] https://www.ipbes.net/system/tdf/downloads/ipbes-6-15-add.5_spm_ldr_english.pdf?file=1&type=node&id=23015

[3] http://unesdoc.unesco.org/images/0026/002615/261594e.pdf

[4] Rapporto ipcc 2013

[5] https://ejatlas.org/

[6] http://www.worldwater.org/conflict/map/

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