Nella giornata della legalità mettiamo al centro il cibo giusto

Quando nel 2005 fu pubblicato Buono, pulito e giusto (Carlo Petrini, Slow Food Editore, Bra) quel titolo diventò uno slogan, una visione del mondo che ha rovesciato gli stereotipi sul cibo, l’ambiente, la natura, l’agricoltura. La richiesta per un cibo buono, pulito e giusto per tutti è diventato la nostra missione, l’obiettivo di un movimento che coinvolge migliaia di comunità in tutto il mondo.

Ma che cosa vogliamo dire con cibo giusto?

Giusto non è una parola che si applica abitualmente al cibo, lo diventa necessaria nella complessità attuale, quando diverse filiere si incrociano e soprattutto sono sempre più gli attori coinvolti. Chi ha prodotto, trasformato e distribuito il cibo che portiamo in tavola? Quante donne, quanti uomini sono stati coinvolti? I loro diritti sono stati rispettati? Non solo quelli economici, ma anche quelli sociali, come il diritto alla salute, all’autodeterminazione, alla casa. Se non si fanno abbastanza domande si rischia che la garanzia di un diritto ne metta a repentaglio un altro.

L’abbiamo ripetute tante volte e non ci stanchiamo di farlo: ridare valore al cibo, non fermarci al prezzo, vuol dire anche riconquistare diritti. Chiediamocelo, quante volte un prezzo basso si costruisce grazie a soprusi sulle persone, a prepotenze commerciali, a mancato rispetto delle norme sul lavoro e alla totale sopraffazione della dignità dei lavoratori.

Una stortura che non si ferma ai campi, ma corre lungo tutta la filiera agro-alimentare. Caporalato e sfruttamento sono i parte integrante di un contesto più ampio, in cui il lavoro agricolo è sottopagato e il cibo è vittima di quel processo di progressiva svalorizzazione di cui Carlo Petrini parlava già nel 2005 ( Il prezzo del cibo) e come ci raccontano bene Stefano Liberti e Fabio Ciconte in una recente inchiesta per la rivista «Internazionale».

Se durante la pandemia i supermercati hanno potuto continuare la loro attività, assicurandosi anche ottimi incassi mentre contadini e artigiani del cibo fanno fatica a rialzarsi 8 (Covid-19 Gdo più ricca e forte che mai, in ginocchio contadini e artigiani agroalimentari) è anche perché il settore agricolo ha continuato a garantire l’approvvigionamento nonostante le oggettive difficoltà.

Purtroppo nemmeno la pandemia è riuscita a correggere un settore regolato dalla logica del profitto che per sopravvivere sfrutta manovalanza a buon mercato spesso importata da altri Paesi.

Secondo uno studio del Crea, dal 1989 a oggi il numero di cittadini italiani impiegati in agricoltura è diminuito di due terzi, mentre quello degli stranieri è aumentato di quindici volte. Le condizioni di lavoro di queste persone le conosciamo tutti, paghe misere e condizioni di vita quanto più lontane dalla dignità. A tutto ciò si è aggiunto il rischio contagio e l’emergenza sanitaria.

Il centro per i lavoratori stagionali a Saluzzo

Grazie anche all’importante mobilitazione lanciata da Terra! e Flai Cgil a cui hanno aderito tante associazioni tra cui Slow Food Italia, che chiedeva la regolarizzazione dei braccianti per proteggerli dal caporalato e dal coronavirus, negli ultimi giorni l’attenzione intorno al tema è aumentata. L’articolo 103 del Decreto Rilancio rappresenta una prima risposta a quella mobilitazione e un importante punto di partenza per il riconoscimento degli uomini e delle donne che per troppo tempo in questo Paese sono stati visibili solo in occasione di eventi tragici.

Aboubakar Soumahoro durante il Congresso Slow Food di Montecatini

Ma si tratta di un punto di partenza, non di arrivo. L’impressione a cui è difficile sottrarsi è che si sia trattato di un provvedimento che guarda più a noi e alle nostre necessità (la frutta e la verdura che rischiano di rimanere in campo e, gli anziani e i malati che rischiano di restare senza assistenza) piuttosto che ai diritti e alla dignità di questi lavoratori e lavoratrici. Per questo siamo vicini ai migranti che giovedì 21 hanno scelto di scioperare accogliendo l’appello di Aboubakar Soumahoro, attivista sindacale che rivendica maggiori diritti per tutti gli esclusi dal decreto cercando di portare al centro del dibattito la giustizia sociale.

Maggiori diritti per tutti i lavoratori impegnati nei campi significa garantire un nuovo modello di relazioni sociali a cominciare dal mondo agricolo ma anche riuscire a rispettare tutte le imprese agricole che, al contrario, si sono sempre impegnate per una giustizia sociale dei propri collaboratori, che in Italia sono comunque tante e che non devono essere travolte da errate generalizzazioni.

Slow Food propone di affrontare il problema in maniera sistemica attraverso un nuovo patto di filiera, in cui possa realizzarsi una distribuzione di valore equa tra i diversi attori che la compongono. Sarà compito della politica guidare questo processo che comincia, ma non può esaurirsi nel parziale riconoscimento previsto dall’articolo 103 del decreto rilancio.

Il cibo giusto, insomma, è un cibo che risponde adeguatamente alle tante domande che dobbiamo imparare a porci sempre più spesso, per essere consumatori, ma soprattutto cittadini responsabili.

Gaia Salvatori
g.salvatori@slowfood.it

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