Matilde Poggi: la risposta dei Vignaioli Indipendenti all’emergenza Coronavirus

In questi giorni si sente parlare molto di natura e di come essa proceda indisturbata il suo corso. Gli agricoltori continuano a gestire la vita che cresce attorno a loro, fronteggiando numerosi disagi, non ultimo quello di una situazione di insicurezza economica.
È un momento particolarmente difficile per chi ad esempio produce vino. Molti piccole attività produttive non riescono più ad assicurarsi gli utili ricavati dal commercio delle bottiglie, poiché esso si concentra soprattutto nel campo della ristorazione appena ripartita e che difficilmente riprenderà presto i ritmi consueti.

Per capire più da vicino di cosa stiamo parlando, abbiamo posto alcune domande a Matilde Poggi, Presidente della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi) dal 2013, che abbiamo sentito al microfono di Slow Food On Air  lo scorso 7 aprile. Buona lettura!

Come sta reagendo il settore vitivinicolo all’emergenza economica, sanitaria e sociale dovuta alla pandemia?

L’impatto è stato devastante come per gli altri settori. Tuttavia la produzione continua, soprattutto ora che le vigne entrano nel momento vegetativo e hanno bisogno della nostra costante attenzione. Lavoriamo a tempo pieno in campagna e abbiamo deciso di non mandare a casa nessuno. Non a caso il nostro settore è uno dei pochi che continua a offrire posti di lavoro, anche in questo periodo in cui gli incassi si sono azzerati.
La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti è composta da aziende verticali, artigianali e familiari, piccole e piccolissime, i cui principali mercati di sbocco sono vendita diretta e privata. Queste realtà negli anni si sono dotate di punti vendita diretta in azienda, o nella ristorazione e nell’export, mentre altre sono presenti anche nella grande distribuzione, seppur in minima parte.
Al momento le vendite maggiori si riscontrano nei siti di vendita online del vino. Tuttavia, i principali canali di sbocco rimangono chiusi. L’export ha continuato a funzionare per un po’, ma quando hanno cominciato a chiudere anche i ristoranti di Francia, Germania, Usa e Inghilterra, si è fermato anche quello. Già all’inizio del 2020 avevamo vissuto un momento d’incertezza con le minacce dei dazi di Trump, causando lo stop delle vendite verso gli Stati Uniti, e non appena sembravano ripartire, a quel punto è scattata l’emergenza Coronavirus che ha bloccato definitivamente l’export.

Secondo lei quello che si è fatto finora è stato sufficiente per frenare gli effetti devastanti per il vostro settore?

No. Sono stati fatti interventi  pregevoli come ad esempio lo spostamento delle date di scadenza dei piani di conversione viticola e di altri diritti di reimpianto. Ciò è stato molto utile perché altrimenti le aziende non riuscirebbero a completare e rendicontare dei progetti di investimento in un momento in cui non ci sono incassi. Ma non è sufficiente poiché queste aziende hanno bisogno di liquidità e confrontando con quanto è stato stanziato dai Governi di Francia, Germania o Stati Uniti, ci rendiamo conto che in Italia è ancora troppo poco.
In tal senso bisognerebbe aiutare subito quelle aziende che hanno dimostrato di essere in salute, agevolando un iter amministrativo che renda le istruttorie per le banche meno pesanti. Bisogna cercare di evitare che si entri in una spirale negativa per cui i produttori non riescano a pagare più i fornitori che a loro volta non pagano più i loro. Non possiamo pensare, però, che questo lavoro possano farlo solo le banche ma è necessaria anche la garanzia dello Stato.
Una cosa che potrebbe aiutare la ripartenza sarebbe creare una fiscalità di vantaggio, come l’IVA per i settori della ristorazione che si impegnano ad acquistare vino italiano.

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Per scendere ad un livello più tecnico, ci sono zone o vini più penalizzati ora?

Sicuramente sono penalizzate quelle aziende sbilanciate verso il canale Ho.Re.Ca. Ad esempio, chi commercia principalmente nel mercato italiano vini Franciacorta, in questo momento starà soffrendo molto in fatto di vendite. Per i vini più commerciali l’arresto è avvenuto più tardi e hanno potuto godere di qualche settimana in più di vendita. Tuttavia non mi sento di dire che ci sia un vino che soffre di più di un altro poiché in questo momento stiamo soffrendo tutti. Per Figi è ancor più complicato resistere poiché, a differenza delle grandi etichette che lavorano nella grande distribuzione, per il settore vitivinicolo indipendente la maggior parte dei canali di vendita sono attualmente chiusi.

A fronte di questo, qual è stato l’andamento dell’acquisto di vino nei supermercati, c’è stata una crescita percentuale delle vendite?

Nei primi giorni c’era paura per l’approvvigionamento di beni indispensabili, il che ha comportato un maggior acquisto di vini di “primo prezzo”. Ora invece si ricominciano a vendere anche denominazioni importanti e in generale vini con prezzi più alti.
Ora che i nostri movimenti devono essere limitati, l’acquisto del vino nei supermercati è dovuto alla scelta di comprare tutto in un unico posto, mentre prima si prendeva la verdura dal fruttivendolo, la carne dal macellaio e il pane dal panificio. 

Un altro settore in crisi è quello fieristico. Maurizio Danese presidente di VeronaFiere, parla di oltre 200 manifestazioni rimandate o cancellate, con una perdita complessiva che sfiora i 6 miliardi di euro e ben 51.400 posti di lavoro a rischio. A fronte di questa panoramica è stato saggio annullare il Vinitaly?

Assolutamente sì. Vinitaly sarebbe stato a giugno, ma non potevamo pensare di uscire da questa crisi profonda nel giro di due mesi e riaprire tutto, sperando di ricominciare una vita normale.
Vinitaly in questi anni ha investito tanto per fare incoming dall’estero con risultati importantissimi, confermandosi una fiera di primo livello per presenza di operatori esteri. Proprio per questo motivo, era irragionevole pensare che potessero riaprire tutti gli aeroporti e permettere il libero spostamento da un Paese all’altro senza rischio di contagi. É stata una decisione difficile e sofferta ma assolutamente saggia. Vorrà dire che lavoreremo per un grande Vinitaly nel 2021.

Lei è alla guida della cantina “Le Fraghe” che produce Bardolino. Questo conferma che siete vignaioli e non burocrati. Come produttore, cosa chiede al Governo?

Al Governo italiano chiedo di sostenerci. In questo momento queste aziende hanno bisogno di liquidità in tempi brevi. Abbiamo bisogno di continuare a investire e credere nel futuro del vino italiano.
Le aziende dei vignaioli nascono proprio dal vigneto, il quale necessita tre anni di lavoro affinché entri in produzione per poi garantire una resa stabile durante i successivi 30/50 anni. Parliamo perciò di aziende che decidono di fare investimenti a lungo termine: questo ci porta a chiedere allo Stato di rimanerci vicino e di sostenerci dandoci la possibilità di avere quella liquidità che ora ci manca.

Poniamo che l’emergenza finisca e si torni alla normalità: come immagina la situazione del settore vitivinicolo post-Coronavirus?

Credo che tutti noi dovremo cambiare qualcosa, non penso si tornerà al mondo com’era prima.
Quest’emergenza ci ha mostrato in realtà quanto siamo fragili. Queste connessioni, la globalizzazione e questi scambi così veloci hanno messo in luce la nostra vulnerabilità. Cambieranno molte cose, cambierà forse anche la distribuzione del vino con l’incremento delle vendite online che attualmente in Italia riscuote un grande successo, seppure fino a poco tempo fa non era molto considerato. Credo che l’e-commerce del vino diventerà più forte, probabilmente con l’arrivo di nuovi player che si specializzeranno in questo settore.
Bisogna vedere anche quanto tempo resteremo in questa situazione per capire quello che accadrà in futuro, ma dubito che alla fine di aprile potremo tornare alla vita che facevamo prima dell’arrivo del Coronavirus.

di Fabio Vannucci 

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