Lo spreco alimentare? “Mangia” il 30% delle terre

L’entità del problema è sconcertante. Ogni anno, 1,6 miliardi di tonnellate di cibo del valore di circa 1200 miliardi di dollari sono persi o vanno sprecati, un terzo della quantità totale di cibo prodotto nel mondo. Tanto per capirci, stiamo parlando di una quantità che misura dieci volte la massa dell’isola di Manhattan. E il problema è in crescita: entro il 2030 la perdita di cibo e gli sprechi annuali raggiungeranno i 2,1 miliardi di tonnellate, per un valore di 1500 miliardi di dollari.

A chi non è mai capitato di gettare nella spazzatura una banana, un tozzo di pane o un litro di latte perché ormai andati a male? È quasi un gesto automatico, un’abitudine. Ma vi siete mai chiesti cosa ci sia dietro a questa azione? Ve ne sarete fatti un’idea grazie ai numeri iniziali contenuti nel nuovo report del Boston Consulting Group, una multinazionale leader della consulenza strategica.

Secondo il Wwf, se fosse possibile recuperare tutto il cibo che sprechiamo, si potrebbero sfamare quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo. Mentre la Fao ci ricorda che nel 2050 il fabbisogno alimentare potrebbe richiedere un aumento della produzione fino al 70% rispetto a oggi. Se lo spreco di cibo si interrompesse, oltre la metà di tale incremento sarebbe coperto già oggi.

Le ripercussioni economiche sono evidenti, ma quali sono quelle ambientali?

Per produrre tutto il cibo che sprechiamo servono più di 250 miliardi di litri d’acqua. Il 30% delle terre viene sfruttato inutilmente, si immettono nell’atmosfera più di 3 miliardi di tonnellate di CO2 e circa l’8% delle emissioni totali di gas serra.

Il 43% del totale dello spreco alimentare è provocato dal consumatore e le cause sono riconducibili principalmente alle cattive abitudini di spesa, alla scarsa attenzione posta alle modalità di conservazione e alle promozioni commerciali, che spingono ad acquistare più del necessario. Ma il consumatore non è certo l’unico responsabile.

Nella fase produttiva della catena di approvvigionamento, dove le materie prime vengono coltivate, raccolte e trattate, gli sprechi sono causati da scarse competenze nella gestione di terreni e risorse idriche, stoccaggi errati e trasporto.

Nella fase distributiva invece gli sprechi maggiori sono dettati da discutibili strategie di marketing volte ad eliminare tutti quei prodotti che, pur essendo più che soddisfacenti dal punto di vista qualitativo, mostrano difetti a livello estetico. Ogni anno in Europa vengono scartate circa 50 milioni di tonnellate di prodotti per il solo fatto di non essere conformi a determinati standard estetici imposti dai distributori. Quanti di voi hanno lasciato sul banco del supermercato una carota bernoccoluta o una mela ammaccata?

«C’è sicuramente più consapevolezza riguardo agli sprechi alimentari, ma fino ad ora, a livello globale, la reazione è stata inadeguata. È frammentata, limitata e insufficiente in relazione all’entità del problema» ribadisce Shalini Unnikrishnan, amministratore delegato di Boston Consulting Group. Ed è per questo che il report suggerisce la creazione di un marchio di qualità ecologica, sul modello delle campagne del commercio equo e solidale, per distinguere le aziende e favorire l’acquisto di prodotti di aziende impegnate a ridurre i rifiuti.

Slow Food da sempre porta avanti campagne di sensibilizzazione e contrasto allo spreco, organizza eventi e Laboratori per diffondere una cultura dello spreco zero, coniugando le tradizioni della civiltà contadina con gli strumenti di lotta più moderni.

 

Elisa Teppa

e.teppa@slowfood.it

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