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Gelsi e bachicoltura in Val Bormida

Gelsi e sulla bachicoltura in Val Bormida A cura di Alessandro Marenco*

Gelso e baco da seta sono indissolubili. La bachicoltura pare sia nata in Cina da tempi immemorabili. Fin da subito fu chiaro ai detentori dell’arte serica quanto fosse necessario mantenere il segreto. Anche gli antichi romani conoscevano la seta, ma non ne conoscevano la tecnologia.

Non per niente la via di comunicazione più antica, tra la Cina e l’Europa è detta ancora oggi: “Via della seta”.

Pare che siano stati alcuni monaci a sottrarre qualche baco e portarlo a Costantinopoli, intorno al VI secolo d.c. e da lì poi si sarebbero diffusi, insieme alla tecnologia, per tutto il continente.

Il settentrione d’Italia ha dato i terreni e le condizioni migliori per sviluppare la produzione e il commercio della miglior seta.

Il declino della seta e dunque del gelso, indispensabile per allevare i bachi, inizia tra le due guerre e si conclude con l’arrivo delle fibre sintetiche.

Oggi, con la riscoperta del naturale e del biologico, si è risvegliato un interesse sempre più forte per una produzione che ha grandi potenzialità di sviluppo, senza avere un grave impatto sull’ambiente, portando arricchimento del territorio con la biodiversità e la partecipazione attiva in pratiche colturali e dunque culturali.

L’allevamento del baco ha lasciato alcuni detti che val la pena ricordare. In dialetto: Se i bigatti fan ben, as mariuma l’an chi ven, che vuol dire: “Se i bachi da seta renderanno sufficientemente, l’anno prossimo ci sposiamo”. Quasi come una promessa di matrimonio che il moroso fa alla morosa, o alla sua famiglia, per rassicurare, e dire che se le cose vanno bene si possono intraprendere progetti importanti. Tutto dipende da come andrà quell’investimento, quanto frutteranno i bachi da seta.

Alla fine dell’Ottocento, il celebre agronomo Giuseppe Antonio Ottavi, sosteneva in un suo scritto che un gelso con i bachi valeva quanto una vacca. Consideriamo anche che il gelso, oltre alla foglia per il baco, dona delle ottime more (bianche o nere) e un poco di rami di potatura.

Le nostre nonne erano incaricate di far schiudere i bachi, e dunque di mantenerli in un luogo sicuro e al caldo. Quindi ponevano la bustina con le uova in seno, ben protetti e a temperatura costante.

Si usa dire ad un lavorante sfaccendato: “Dormi della quarta”, o “Dormi della grossa” proprio perché questa è una peculiarità dei bachi da seta, che s’inerpicano sui rami disposti a spalliera sulle lettiere e dormono per ben quattro volte, una per ogni muta, finendo appunto con l’imbozzolamento.

Primo Levi, nel racconto “Idrogeno”, presente in “Il sistema periodico”, riporta una consuetudine dei contadini del Piemonte settentrionale, allevatori di bachi e coltivatori di gelsi: quando il baco era gonfio di seta e pronto a imbozzolarsi, veniva brutalmente spezzato in due. Dai due tronconi così divisi si generava un filo di seta grosso e resistente che veniva utilizzato dai pescatori come ottima lenza.

Questa è più una suggestione, diciamo un argomento da approfondire, un ambito di ricerca…

A Saliceto ci sono gli affreschi di Sant’Agostino, databili intorno alla fine del Quattrocento. In una scena in particolare vediamo un uomo chino sulla Bormida, pescare con la canna.

Niente di strano, se non fosse che nel Quattrocento (e per qualche secolo ancora) non erano ancora apparse quelle fibre sintetiche così appropriate per pescare a canna. Dunque c’è una possibilità che quello di Saliceto sia (oltre a una delle prime rappresentazioni di un pescatore con la sua canna) un coltivatore di bachi che sfrutta la seta come lenza. Ipotesi sostenuta anche dalla presenza, alle sue spalle, di una coltivazione di gelsi.

Chabrol sostiene che la bachicoltura sia giunta in Piemonte nel XII secolo. I gelsi servono da confine tra le proprietà. I più grandi arrivano a produrre 6 q.li di foglie.

Si propaga per talea o da seme. Dopo la raccolta delle foglie la pianta va potata.

150 kg di foglie di gelso forniscono 100 kg di bozzoli (proporzione variabile secondo le annate). Nel circondario di Montenotte (che comprendeva Acqui, Ceva, Savona e Porto Maurizio) si producevano (a fine Settecento, nel momento migliore) circa 500 tonnellate di bozzoli.