Liberi semi in libero Uganda

L’ho conosciuto in un mio viaggio in Africa. Feci tappa in un villaggio dell’Uganda per incontrare alcune comunità locali di Terra Madre. Durante un’assemblea prende la parola un giovane che conquista subito la mia attenzione per la sua personalità e capacità divulgativa.

Edie Mukiibi, vicepresidente di Slow Food

Lui è Edie Mukiibi: agronomo trentenne, sorriso timido, voce lenta ma decisa.

Lotta ogni giorno per trovare soluzioni locali, per promuovere la ricchezza del suo paese, per contrastare Ogm e monoculture. Oggi è vice-presidente di Slow Food e responsabile della rete Slow Food in Uganda.

Edie è portavoce di un modo nuovo di parlare di cibo in questo continente. Da agronomo conosce bene i problemi agricoli della sua terra e la sua ricchezza, riesce a trasmettere sensazioni e soluzioni agli interlocutori siano essi bambini o capi villaggio. «In Africa è giunto il momento di promuovere il nostro cibo e la nostra gastronomia. È arrivato il momento di rafforzare i nostri sistemi alimentari tradizionali e le comunità locali e difendere la biodiversità dei nostri prodotti».

Grazie alla sua capacità di aggregazione, Edie ha costruito nel suo Paese una rete di attivisti che hanno sviluppato progetti formidabili: oltre 300 orti agroecologici, 3 Mercati della Terra, 6 Presìdi (dalla vacca ankole alle antiche varietà di miglio e di banane, dal caffè all’igname di foresta) e ha coinvolto una rete di 17 cuochi nell’Alleanza Slow Food.

«In questi anni, in Africa, insieme a Slow Food abbiamo creato una rete importante che cresce e che lavora per cambiare questo continente, per offrire ai nostri figli un futuro di pace e giustizia, per garantire a tutti l’accesso a un cibo buono, pulito e giusto. Gli orti hanno un ruolo fondamentale anche perché proteggono e promuovono l’agro-biodiversità, perché permettono ai giovani di avere un ruolo importante e di recuperare il sapere degli anziani, perché preservano la terra. Per molto tempo i contadini africani hanno alternato diverse coltivazioni e, grazie a questa diversità, hanno sfamato le loro famiglie. Ma poi, le multinazionali, hanno spinto l’agricoltura africana verso le monocolture, verso coltivazioni intensive che richiedono grandi quantità di fertilizzanti chimici. In alcuni Paesi, hanno anche introdotto gli Ogm».

E la campagna contro gli Ogm – insieme a quella contro l’accaparramento delle terre –  è uno degli ultimi impegni che ha visto coinvolto Edie e la rete di Slow Food in Uganda con un risultato importante: quello di aver bloccato una legge per l’introduzione di nuove varietà geneticamente modificate lo scorso dicembre. «È importante continuare a mettere in atto pratiche agroecologiche come uniche soluzioni legittime per contrastare l’attuale sistema alimentare».

Ed Edie lo sa bene perché durante i suoi studi universitari ha capito immediatamente l’urgente necessità di reagire a un sistema agricolo devastante.

«Ho lavorato con l’Università per promuovere una nuova varietà di mais, un ibrido che speravamo potesse garantire agli agricoltori una maggior quantità di cibo e un guadagno migliore. Governo e università hanno spinto gli agricoltori a destinare i loro campi alla coltivazione di questo mais abbandonando, così, le altre coltivazioni. Le condizioni metereologiche in Africa non sono stabili e possono essere tollerate solo da coltivazioni che si sono adattate a questo contesto difficile, grazie a selezione naturale. Nel 2007 la siccità ha colpito molti territori. I contadini hanno perso il raccolto e sono stati costretti a saldare comunque i loro debiti con le aziende semenziere. Dopo quell’episodio ho cambiato la mia visione dell’agricoltura e della gestione delle terre, ho capito che è necessario ritornare a un’agricoltura basata sui semi locali e sulla diversificazione delle colture. Questa è l’unica strada possibile per sfamare l’Africa».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 14 giugno 2018

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