L’Europa sconfitta a Lesbo

Dopo cinque anni, il 5 dicembre il Papa tornerà a Lesbo. L’isola greca diventata ormai uno dei simboli della tragica, vergognosa, e ahimè cronica, mancanza di volontà politica nel gestire il fenomeno migratorio a livello europeo.

Da luogo perlopiù di transito, la Grecia è ora una trappola per individui che rimangono nei campi di accoglienza per lunghissimi periodi, vittime di un sistema iper burocratizzato e incapace di garantire il futuro di riscatto da loro auspicato.

Dico questo soprattutto alla luce dei risvolti degli ultimi due mesi, in cui i profughi presenti sul suolo ellenico, vengono legalmente lasciati senza cibo, o senza la possibilità di comprarselo. Insomma, affamati. Due sono le misure che legittimano tutto ciò.

Europa sconfitta a Lesbo
Isola di Lesbo, foto © La Stampa

Una legge disumana

La prima è legata a una legge greca del 2020, resa esecutiva solo ora e che prevede l’esclusione dalla distribuzione di ogni tipo di bene, compresi acqua e cibo. I destinatari di questa disposizione sono tutti coloro che hanno ricevuto da almeno trenta giorni il riconoscimento dello status di protezione internazionale, e quelli a cui è stata rinnegato tale richiesta per la seconda volta. La ratio – disumana – dietro a questa legge è semplice: si tratta di individui che non sono più di competenza del sistema di accoglienza greco.

Anche se non riescono a trovare un lavoro, lasciare il Paese, o non possono venire rimpatriati; a loro non può essere dispensato alcun tipo d’aiuto. Nemmeno se questo prevede la privazione a uomini e donne di ogni età, bambini compresi, di un diritto umano fondamentale, quello senza il quale si muore. Succede allora che queste persone, fanno ritorno, o rimangono nei campi di accoglienza per cercare in ogni modo possibile di accedere – illegalmente – almeno a cibo e acqua.

Dignità negata

Il secondo fattore che ha portato all’inasprimento dell’insicurezza alimentare è legato al passaggio di gestione del cash assistance – il contributo monetario mensile di 75 euro al mese a cui hanno diritto i richiedenti asilo – dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, al governo greco. Quest’ultimo avrebbe dovuto erogarlo dal 1 ottobre, ma a distanza di due mesi tutto risulta essere inspiegabilmente bloccato. Ecco allora che circa 34 mila persone, si ritrovano così private dell’unico strumento che ancora li assicurava una certa indipendenza; una dignità e identità. In questa situazione, l’unica fonte di sussistenza rimane infatti il cibo distribuito da società appaltate dal governo. Un cibo, tra l’altro non sufficiente in termini di quantità e qualità nutrizionale, che obbliga le persone a lunghe attese e le mette in competizione le une con le altre facendole sentire disumane e inermi.

Profughi come numeri

Ma di come si sentano queste persone alle istituzioni pare non importare. D’altronde le migliaia di profughi che giungono disperati sul territorio europeo sono prima un numero, poi uno status giuridico e solo in ultimo – spesso per suscitare quello stato di pietismo che non serve a nulla se non a rimarcare il nostro privilegio occidentale – un volto con un nome; una storia di sofferenze, e un grandissimo desiderio di riscatto. Una concezione che non si limita alla Grecia, ma che pervade l’intero continente – dalla Polonia, alla Francia e alle Canarie – legittimando quello che non può e non deve esserlo in un mondo civile (come la fame, la violenza, e la morte).

Mi chiedo in quale momento questa sia diventata l’Europa. Quando “l’aprirsi al mondo” è diventata un’espressione di appannaggio del commercio e dei mercati con l’obiettivo di incrementare il PIL, e ha smesso di essere una questione etica e morale nei confronti dell’umanità intera. Spero che la visita del Papa a Lesbo ci rammendi che la politica è innanzitutto questo. La capacità di gestione della questione migranti deve essere l’essenza di una politica che sa rispondere ai bisogni del delicato periodo storico che stiamo attraversando. Un percorso obbligato non semplice da affrontare, ma che è l’unico terreno di verifica dell’esistenza di una vera comunità europea.

Carlo Petrini
La Stampa del 2 dicembre 2021