L’erbicida dicamba è un disastro, ma Monsanto paga chi lo utilizza

Di scheletri nell’armadio Monsanto ne ha più d’uno, ma qualcuno è certo più ingombrante di altri. Negli Usa, ad esempio, si fa un gran parlare ormai da mesi di uno scandalo di cui a noi non è giunta che un’eco lontana.

Già l’estate scorsa avevamo avuto occasione di concentrarci sui devastanti effetti dell’erbicida dicamba che migliaia di agricoltori americani denunciano di aver subito: si stima che 3,6 milioni di acri di coltivazioni di soia (circa 1,4 milioni di ettari, il 4% dei terreni coltivati a soia negli Usa), nel corso del solo 2017, siano stati danneggiati dall’utilizzo massiccio del prodotto.

Cosa è successo? Partiamo dall’inizio: il dicamba è una sostanza chimica risalente agli anni Sessanta, progettata per eliminare le piante infestanti a foglia larga nei campi di soia Gm.

L’attuale boom del dicamba ricalca quello attraversato negli anni Novanta dal glifosato. Già nel 1999, più della metà delle piantagioni di soia americane erano “Roundup Ready”. Dieci anni più tardi, i semi Gm resistenti agli erbicidi si erano diffusi al 91% delle piantagioni di soia e al 68% dei campi di mais. C’era però un grosso problema “evolutivo”, legato alla progressiva resistenza dei parassiti.

Nel 2016, Monsanto ha messo a punto una varietà di semi chiamata Roundup 2 Xtend e pensata per resistere sia al Roundup che al dicamba. Un successo clamoroso: nell’estate del 2017, 20 milioni di acri di terreni (pari a 8 milioni di ettari), ovvero quasi un quarto della soia americana e oltre il 6% di tutta la terra coltivata negli Usa, erano coperti dalle nuove sementi.

A ottobre i dirigenti della multinazionale informavano gli investitori che con questi ritmi si sarebbe arrivati a breve a conquistare due terzi dei raccolti negli Usa. A tutt’oggi Monsanto prevede di portare a 40 milioni di acri le piantagioni con semi Xtend entro quest’anno e valuta l’affare in 350 milioni di dollari per il prossimo biennio.

Questa volta, però, l’intoppo è emerso con ancor più evidenza: la volatilità della sostanza le consente infatti di diffondersi con particolare rapidità, colpendo anche le coltivazioni non attrezzate per resistere.

Quando l’azienda ha cercato di correre ai ripari, sviluppando una versione in teoria “sicura” e meno volatile dell’erbicida, il guaio era ormai fatto. Ora il gigante dell’agribusiness si trova ad affrontare migliaia di ricorsi degli agricoltori danneggiati, undici cause intentate da quattro diversi Stati e una serie di restrizioni legislative che ne stanno minando la diffusione.

In dicembre, il Missouri ha annunciato che entro il prossimo 15 luglio bandirà l’XtendiMax (ovvero il dicamba di Monsanto) e il FeXapan, un prodotto analogo commercializzato da DowDuPont. Le stesse restrizioni avevano già colpito l’Engenia, erbicida realizzato da Basf.

Il North Dakota ha previsto le stesse misure a partire dal 30 giugno, mentre l’Arkansas (lo Stato più colpito) ha approvato solo pochi giorni fa la proposta di inibirne l’utilizzo tra aprile e ottobre. Anche altri due Stati, il Minnesota e il Tennessee, valutano analoghe misure.

Monsanto, in tutto questo, mostra di non avere alcuna intenzione di indietreggiare. Anzi ha rilanciato poche settimane fa con una misura che a molti è parsa fatta apposta per gettare altra benzina sul fuoco: agli agricoltori che utilizzeranno l’erbicida XtendiMax su coltivazioni con semi Xtend verranno erogati incentivi in denaro per ogni acro trattato.

L’obiettivo è chiaramente quello di aggirare le varie restrizioni che stanno rendendo meno appetibile, in termini economici, il ricorso al dicamba.

Tutto ciò con buona pace degli agricoltori danneggiati e dei sospetti sempre più insistenti delle autorità di controllo. All’inizio di novembre, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa) aveva già avvertito i produttori di erbicidi che avrebbe valutato la revoca dell’autorizzazione all’uso del dicamba su tutto il territorio americano se i danni fossero continuati. Cosa che non ha comunque frenato Monsanto dall’opporsi frontalmente alle misure messe in atto dagli Stati.

Un recente articolo di Tom Philpott su Mother Jones denuncia infine come la multinazionale potrebbe aver cercato di trarre profitti da una crisi scoppiata per sua responsabilità. Se sai che il tuo vicino spruzzerà dicamba, si sono sentiti suggerire dai distributori di sementi alcuni agricoltori, compra i semi resistenti al dicamba: «In altre parole – conclude Philpott – “bella quella piccola coltivazione di soia; sarebbe un peccato se gli capitasse qualcosa di brutto”».

Resta da dire infine che, se l’affaire dicamba è stato finora una questione tutta americana, tra breve potrebbe non essere più così: questa settimana, riporta l’agenzia Reuters, l’unità semi e agrochimica di Monsanto in Brasile ha dichiarato che condurrà test sul campo per il seme Gm Intacta2 Xtend tra il 2019 e il 2020. Il Brasile è il secondo produttore mondiale di soia dietro agli stessi Stati Uniti, reduce da un raccolto record di 114,1 milioni di tonnellate nell’ultima annata agricola. E dopotutto, visti i precedenti, cosa potrebbe andare storto?

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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