L’emergenza Xylella è tutt’altro che superata

L’emergenza Xylella è tutt’altro che superata, soprattutto sul piano delle scelte da compiere e sulle visioni antitetiche tra tolleranti e interventisti, tra chi vuol fare ogni singolo sforzo per salvare ulivi e per trovare un modo per convivere con la malattia e chi non vede alternative al taglio di qualsiasi albero riveli la presenza della malattia ancorché asintomatici.

Terra di agricoltura straordinaria, grano, legumi, ciliegie, mandorle, ortaggi, ma soprattutto olivi. Una storia millenaria che pone questo territorio, il Salento, nel mezzo di una direttrice che collega le più remote isole greche al sud della Spagna, segnando nel Mediterraneo un filo rosso culturale di interesse straordinario.

Territorio tanto straordinario quanto martoriato, ormai da oltre un lustro. Della Xylella fastidiosa sentiamo parlare dal 2013, ha mosso i suoi passi dalla parte più meridionale della Puglia e mentre scienza, magistratura e politica sono stati a discutere sul chi e sul perché, è inesorabilmente arrivata fin più su, nell’Alto Salento appunto e, con segnalazioni degli ultimi giorni, ancora più su.

L’emergenza Xylella è tutt’altro che superata

È molto strano parlare di un’emergenza fitosanitaria nel bel mezzo di una pandemia che non ha risparmiato centinaia di migliaia di donne e uomini in tutto il pianeta. Ma l’emergenza Xylella è tutt’altro che superata, soprattutto sul piano delle scelte da compiere e sulle visioni antitetiche tra tolleranti e interventisti, tra chi vuol fare ogni singolo sforzo per salvare ulivi e per trovare un modo per convivere con la malattia e chi non vede alternative al taglio di qualsiasi albero riveli la presenza della malattia ancorché asintomatici. Due estremi che non potranno probabilmente incontrarsi mai.

In questa forte dialettica si è inserito il cosiddetto metodo ‘Scortichini’, un protocollo di trattamento delle piante con prodotti ammessi in agricoltura biologica che, a leggere la sempre più copiosa letteratura scientifica, appare in grado di garantire il contenimento attraverso una possibile convivenza tra ospite e batterio, unica strada davvero percorribile che ad oggi si intravvede. Le cultivar resistenti sono state forse sovrastimate, dotate probabilmente più di una tolleranza che di una vera e propria resistenza. Anche alcuni reinnesti su piante adulte infette non hanno dato sempre risultati incoraggianti, coinvolgendo anche il famoso olivo millenario di Piazza sant’Oronzo a Lecce.

Il mondo agricolo pugliese, oggi in particolare quello dell’olivicoltura ultrasecolare dell’Alto Salento, non si è tuttavia mai rassegnato a veder venire giù gli alberi che hanno accompagnato generazioni e generazioni di agricoltori. Non si rassegna a pensare che quel paesaggio agrario tradizionale, che in buona parte è anche contenuto nei confini della Riserva di Torre Guaceto, possa in qualche modo cedere il passo alle colture alternative che non più troppo timidamente vengono da più parti proposte, in barba a qualsiasi vocazionalità ambientale che non è solo adattamento di una specie ad un determinato ambiente ma anche rispetto delle tradizioni e dei paesaggi che per millenni hanno caratterizzato un territorio.

Nelle ultime settimane la protesta degli olivicoltori si è fatta più forte.

Da quando l’emergenza fitosanitaria è esplosa, infatti, tutta l’area olivicola coinvolta è stata suddivisa in zone ben delimitate in funzione della diffusione e della necessità di contenimento della malattia. La zona infetta, più a sud, quella considerata ormai perduta con ampia percentuale di piante sintomatiche e spesso morte, è l’area in cui non c’è più alcun obbligo per gli agricoltori. Ed è l’area in cui vediamo più diffusa l’esperienza con il protocollo ‘Scortichini’ con numerose decine di ettari di oliveti ammalati ma resistenti, impianti ritornati alla produzione di olive e di olio. La zona di contenimento è, invece, quella in cui si continua a praticare un assiduo monitoraggio, ci sono regole rigide per il mantenimento degli oliveti e nel caso in cui vengano individuate piante infette bisogna seguire protocolli specifici per eradicare quelle piante più altre ancora nel raggio di una determinata distanza. Questa è la zona che separa l’area infetta da quella cuscinetto che è un’ulteriore fascia di controllo e monitoraggio che rassicura ad oggi buona parte dell’olivicoltura della provincia di Bari e più a nord.

La Regione Puglia ha recentemente emanato un nuovo dispositivo che razionalizza tutte le delimitazioni sanando in qualche modo una stranezza che ha tenuto in forte allarme moltissimi olivicoltori. Una buona fetta dell’Alto Salento, infatti, è stata definita per lungo tempo area ‘ex-contenimento’, una delimitazione mai riconosciuta valida dalle norme europee e non contemplata se non da disposizioni regionali. In quest’area, che a rigore invece sarebbe ricaduta nella parte infetta, sono state applicate le norme del contenimento, quindi imposte tutte le azioni agronomiche a carico del suolo e il taglio di piante sintomatiche o, comunque, ammalate. Questa autonoma decisione della Regione Puglia ha finito per lasciare inermi gli agricoltori di fronte a interventi di ruspe che hanno eseguito ordini di abbattimento di alberi vivi, ammalati si, ma vivi e produttivi, alberi che hanno assistito al mutare delle generazioni, che hanno visto passare guerre mondiali e che hanno resistito a inverni rigidi, a estati calde, alla crisi climatica che sta imperversando nel nostro pianeta. Ma che non hanno resistito agli interventi risoluti dell’uomo che, tuttavia, dopo innumerevoli anni non sembra essere riuscito a contenere così efficacemente la diffusione del batterio.

Se da un lato bisogna sostenere in modo forte l’attività di ricerca delle resistenze soprattutto nell’ambito della biodiversità regionale, la convivenza appare al momento l’unica strada, attraverso un misto di protocolli di contenimento e di tecniche agroecologiche che non trascurino tutto ciò che può farsi per il controllo della sputacchina, il vettore che porta in giro il batterio. Tutti devono remare nella stessa direzione, soprattutto le istituzioni di ogni ambito.

E gli agricoltori, che hanno chiesto un impegno alla Regione, allo Stato e all’Europa, devono impegnarsi anche loro con ogni sforzo per sostenere la battaglia affinché si possa tramandare alle future generazioni questo spaccato di olivicoltura ultrasecolare, un misto di fascino antico che ha regalato al nostro Paese paesaggi densi di storia, di agricoltura, di turismo, di ricchezza culturale.

Francesco Sottile
f.sottile@slowfood.it

Una versione più sintetica di questo articolo è stata pubblicata su il manifesto

 

 

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