Food Heroes: Marco Scolastici e il richiamo alla terra.

Marco Scolastici è tornato sui suoi passi, lasciando la metropoli per occuparsi delle pecore nell’azienda di famiglia sui Monti Sibillini. Nonostante le tante difficoltà, tra cui il sisma del 2016.

Ha 34 anni e fa il pastore uno degli eroi del cibo protagonisti della mostra fotografica e digitale Food Heroes, ideata da Slow Food in occasione della Settimana della cucina italiana nel mondo, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Si chiama Marco Scolastici, è nato a Tarquinia, nel Lazio, ma è nelle Marche che ha messo (anzi, ritrovato) le radici. È qui che, insieme alla rete di Slow Food Marche, il nostro eroe del cibo è diventato un simbolo di resilienza e rinascita di un territorio. La sua era una famiglia di pastori, fin dai tempi del bisnonno; lui, invece, l’altipiano marchigiano aveva deciso di lasciarlo per trasferirsi a Roma.

Marco Scolastici ha lasciato l’università a Roma per occuparsi dell’azienda di famiglia sui Monti Sibillini, nelle Marche. Foto di Daniele Testa

Il richiamo della terra

Primavera del 2016: Marco vive nella Capitale, frequenta l’università, studia per sostenere gli esami della facoltà di economia a cui è iscritto. Un giorno, tra le mani gli capita una foto che ritrae una pianta: è il vecchio acero di Macereto, nel territorio comunale di Visso, in provincia di Macerata. Là dietro c’è il Monte Bove, quelli sono i pascoli amati dal bisnonno Venanzio, che proprio lì era cresciuto. La decisione di tornare è frutto di quel richiamo. Il giovane fa le valigie, lascia Roma e rientra sui Monti Sibillini, dove convergono Marche, Umbria e Abruzzo. Ad aspettarlo, però, non ci sono soltanto i ricordi di famiglia: il 2016, infatti, è anche l’anno del terremoto del centro Italia. Le scosse provocano morti, sofferenza e danni.

«Per la prima volta ho sentito le montagne urlare» ha scritto Marco nel suo libro, intitolato Una yurta sull’Appennino. Già, la yurta: è un’abitazione mobile, tipica del popolo mongolo. Marco, rimasto senza casa dopo il sisma, l’ha montata in mezzo ai suoi prati e ci ha trascorso l’inverno, in compagnia delle sue pecore. «La yurta è arrivata a Macereto subito dopo il terremoto – racconta nel documentario Slow Food Heroes –. La casa era danneggiata e inagibile, quindi avevo bisogno di una struttura che mi permettesse di rimanere qua sul territorio, presente in azienda, vicino agli animali. È diventata un avamposto: il simbolo di resilienza, di voler rimanere, di rinascere, di attaccamento dopo il terremoto».

Una razza in via di estinzione

Nell’azienda agricola di famiglia, Marco Scolastici alleva soprattutto pecore di razza Sopravvisana, frutto dell’incrocio fra la pecora di razza Vissana e arieti Merinos. Sessant’anni fa, i capi erano più di un milione; nel 2013, il censimento ne conteggiava 5699. Con il terremoto del 2016, poi, molti allevamenti della zona hanno chiuso e altri ancora hanno scelto di orientarsi su razze più produttive.

Nello scatto di Daniele Testa, le pecore allevate da Marco Scolastici

Marco Scolastici invece, insieme ad altri tre allevatori, produce il pecorino dei Monti Sibillini del Presidio Slow Food: un formaggio rigorosamente a latte crudo che viene stagionato almeno sessanta giorni. Non solo: insieme agli altri produttori del Presidio, lavora anche le lane. «Erano diventate quasi un rifiuto, uno scarto: nessuno le voleva più e andavano a finire tutte nell’industria, senza avere un’identità propria». Oggi invece vengono valorizzate, rientrano in quella logica di economia circolare che sta alla base del suo lavoro. «Piuttosto che crescere, abbiamo deciso di diminuire il numero degli animali e le quantità di prodotti, di formaggi trasformati in azienda, perché questo ci ha permesso di seguire meglio tutti i processi e aumentare la qualità dei prodotti» spiega Scolastici.

«Il lavoro del pastore è forse uno dei mestieri più antichi del mondo – prosegue il giovane –. Da un lato, quindi, c’è la tradizione, che non richiede di inventarsi niente. Dall’altro, vi è l’opportunità di riscoprire il passato in maniera consapevole. Nel momento in cui ho deciso di farlo attivamente l’ho reinterpretato, ho rivoluzionato anche un po’ i processi di lavorazione nel caseificio, le stagionature». Dalla stalla al laboratorio, fino alla cantina, lui si occupa di tutto: «Ad esempio cerchiamo di stagionare i formaggi grazie all’aria, all’ambiente, all’ossigenazione che c’è in questo posto, nella maniera più naturale possibile. Lo facciamo perché vogliamo dare al nostro pecorino l’autenticità e l’unicità che merita. Tra vent’anni dove sarò? Probabilmente sempre qua: ho un sacco di progetti in mente!».

Qui i video sulle cinque storie degli Eroi del cibo
Qui i servizi fotografici