Le donne indigene del Nicaragua unite per l’indipendenza e la sovranità alimentare

Da sempre il Nicaragua è considerato un Paese estremamente esposto a numerosi rischi ambientali e socio-economici con conseguenze dirette sui sistemi alimentari. Secondo il Report mondiale sulle crisi alimentari del 2020 (Global Report on Food Crises 2020) pubblicato dal Food Security Information Network (FSIN), 13 nicaraguensi ogni mille soffrono a causa di disturbi e disagi legati alla sicurezza alimentare. Per non parlare dei territori indigeni: i più colpiti dagli eventi climatici a causa della loro posizione geografica nelle zone costiere o di confine, dell’invasione dei loro territori, dei fiumi e di innumerevoli altri fattori. Le loro variabili condizioni di vita hanno un impatto non indifferente sui loro sistemi alimentari.

Non è difficile prevedere che, con l’arrivo del Covid-19 in Nicaragua, sorgeranno nuove sfide per la produzione alimentare, che avranno un impatto diretto sulla fame e la povertà della popolazione. La scelta di limitare la mobilità come misura sanitaria per fronteggiare la pandemia minaccia di mettere a rischio i mezzi di sussistenza, le attività produttive e il reddito delle popolazioni indigene.

Le donne indigene organizzate di Kisalaya per l’emancipazione femminile

Il gruppo delle donne indigene organizzate della comunità Kisalaya è stato fondato nel 1997 da un piccolo nucleo, che si è poi ampliato nel tempo. A oggi questo gruppo di donne indigene è rappresentato negli otto territori del comune di Waspam, da più di 80 donne organizzate, con l’obiettivo di discutere e confrontarsi sul loro stile di vita, mettere fine alla violenza domestica subita, lavorare nella medicina tradizionale (guarigione spirituale). Inoltre, il gruppo è impegnato nel difendere i diritti delle donne in quanto individui e collettività, l’ambiente, la loro indipendenza economica, e in tante altre attività.

Il coinvolgimento delle comunità indigene – in particolare delle donne – ha permesso, infatti, lo sviluppo dell’emancipazione economica con un conseguente miglioramento del loro tenore di vita. Le donne hanno visto riaffermarsi i loro diritti, sia individualmente che collettivamente, anche grazie allo scambio di conoscenze locali nella produzione del loro cibo, in particolare di ortaggi, all’assistenza tecnica, e alla commercializzazione dei loro prodotti. D’altra parte, il progetto risponde alla necessità di combinare la creazione di reddito per la totale emancipazione delle donne con l’incremento delle capacità di trasformazione dei prodotti tradizionali generati attraverso la raccolta, la semina e la produzione tradizionale, oltre al recupero dei sistemi alimentari tradizionali.

La Comunità Slow Food Laman Laka per lo sviluppo delle tecniche agricole

La Comunità Slow Food Laman Laka ha l’obiettivo di promuovere la partecipazione di donne e uomini indigeni dediti alla produzione di cibo sano e legato alle radici culturali del luogo.

La Comunità opera principalmente nei territori indigeni di Karata, Tasba Pri e Wangki Awala Kupia situati nei comuni di Puerto Cabeza e Waspam, nei Caraibi settentrionali del Nicaragua. Attraverso lo sviluppo di conoscenze teoriche e pratiche relative all’agricoltura agroecologica e biologica, al cambiamento climatico, alla sicurezza alimentare e nutrizionale, alla produzione di fertilizzanti organici, al controllo naturale e biologico di parassiti e malattie, e altro ancora, la Comunità lavora per garantire lo sviluppo economico e la sicurezza alimentare alla popolazione. Grazie alla Comunità Slow Food Laman Laka, le donne e gli uomini di queste aree dei Caraibi settentrionali, si confrontano e si sostengono per migliorare i propri appezzamenti familiari, innovando i processi alimentari finalizzati alla trasformazione e alla commercializzazione.

Le buone pratiche di Albertina

In questo contesto, vogliamo presentarvi la storia della leader indigena Albertina Reyes Solis. Originaria della comunità indigena di Kisalaya, nel comune di Waspam, Albertina è membro della Comunità Slow Food, produttrice indigena di Miskitu, e coordinatrice del gruppo di donne indigene organizzate Wangki Tangni.

Albertina si dedica all’attività di produzione di ortaggi autoctoni – come ayote (varietà locale di zucca), pomodoro, anguria, cavolo, chiltoma (varietà locale di peperone), pipián (semi di zucca), agrumi, nancite (frutto locale), cocco, banane, fagioli, tra gli altri – per la commercializzazione e l’autoconsumo della sua famiglia, diversificando la dieta locale grazie ad alcuni appezzamenti adiacenti alla sua comunità. In questo modo Albertina ha realizzato il primo obiettivo della Comunità Slow Food Laman Laka di potenziare e promuovere la sostenibilità di alimenti sani che abbiano un legame culturale con il territorio.

Tempo di Covid-19 e coordinamento istituzionale

Come dicevamo, la produzione di ortaggi autoctoni è essenziale per le donne indigene organizzate di Kisalaya che hanno così raggiunto una buona indipendenza economica. Il lavoro di produzione alimentare, infatti, è migliorato generando un aumento del reddito. Stiamo parlando di circa 80 donne di 115 comunità impegnate nel progetto; donne indigene che continuano a sviluppare i loro mezzi di sussistenza ancestrali in modo organizzato. Ecco perché il salvataggio e la promozione delle loro coltivazioni sulle rive del fiume Coco (Wangki) sono essenziali anche in tempi di Coronavirus.

Grazie al sostegno della Comunità Slow Food, del Centro per l’autonomia e lo sviluppo dei popoli indigeni (CADPI) e del Centro interculturale per l’innovazione tecnologica (CIIT), sono emerse buone pratiche nel coordinamento istituzionale a livello locale con il Comune di Waspam e l’Organizzazione delle donne indigene Wangki Tangni; così come anche con il Governo regionale della costa nord caraibica e il Ministero dell’economia familiare, comunitaria, cooperativa e associativa (MEFCCA). Questa collaborazione tra le istituzioni ha permesso di dare un valore aggiunto e una spinta ecologica alla produzione delle popolazioni indigene, formandole su temi come la produzione biologica e la trasformazione di alimenti autoctoni.

Lo sviluppo della gastronomia indigena e le pratiche culturali tradizionali rappresentano un forte motore di orgoglio e di identità culturale per i produttori indigeni organizzati di Kisalaya. L’impiego dei propri ortaggi nel commercio locale (comunità indigene, mercati locali, ristoranti, fritangas, negozi di alimentari, fiere e turismo locale) è sempre più diffuso. Questa attenzione alla gastronomia può giocare un ruolo chiave nello sviluppo sostenibile, in quanto promuove la sicurezza alimentare, la produzione agricola sostenibile e la conservazione della biodiversità.

Durante il periodo di quarantena, i problemi principali si concentrano intorno al sistema di mercato locale. Sarà fondamentale riuscire a mantenere i sistemi di produzione indigena per continuare ad assicurare a queste popolazioni la sicurezza alimentare che gli è sempre mancata.

Scritto da
Christian Lam Oliveros (referente della Comunità Slow Food)
Ana Lucia Aleman (direttore esecutivo del CADPI)
Yadder Murrillo (direttore del CIIT)