Le comunità di Slow Food lo dimostrano: un’altra pesca è possibile

Il 96% dei rifiuti galleggianti in mare è composto da plastica. Sono detriti che non solo inquinano i mari e mettono a repentaglio la fauna marina, ma che per effetto della loro degradazione si frantumano in minuscoli frammenti che entrano nella catena alimentare dei pesci e di conseguenza in quella di chi come noi li mangia. Che un’inversione di rotta sia necessaria è ormai evidente, così come il fatto che perché questa avvenga abbia bisogno del protagonismo di tutti, dal consumatore al pescatore, dai cittadini alle istituzioni.

Ne è esempio concreto la cosiddetta legge “Salva mare” che consente ai pescatori di portare a riva la plastica che rimane nelle loro reti, cosa fino che a poco tempo fa avrebbe significato incorrere nel rischio che gli venisse contestato il reato di traffico illecito dei rifiuti o i costi di smaltimento.

Presidio della tonnarella di Camogli, Liguria

Ma c’è un altro dato che chiama in causa i pescatori e il loro ruolo di potenziali agenti del cambiamento. Il 20% delle plastiche ritrovate in mare sono reti di nylon, attrezzi da pesca abbandonati, casse utilizzate per lo stoccaggio e altri strumenti utilizzati dai pescatori. Anche in questo caso cambiare rotta è possibile. Prima di tutto dando la possibilità ai pescatori di portare a terra gli attrezzi e la rete pescata senza aggravi per lo smaltimento, e poi utilizzando materiali alternativi. Sono molte le comunità che dal 9 al 12 maggio saranno presenti a Slow Fish a Genova per raccontare le loro pratiche di pesca basate sull’utilizzo di materiali naturali e biodegradabili. In alcuni casi si tratta di una tradizione mai variata, come per le nasse di giunco dei pescatori siciliani, o come nel caso della comunità tunisina del Presidio dei metodi tradizionali di pesca delle isole Kerkennah , dove si preserva la charfia, una sorta di labirinto fisso costruito allineando migliaia di foglie di palma, che grazie alle correnti indirizza i pesci verso le camere di cattura.

Metodi tradizionali di pesca delle isole Kerkennah

A Genova sarà possibile conoscere anche le scelte di sostenibilità dei pescatori che hanno abbandonato la plastica a favore delle fibre naturali, come per i mitilicoltori tarantini che utilizzano la canapa coltivata nel parco archeologico di Taranto, o i pescatori di Camogli, che avviano la stagione della pesca tessendo a mano la fibra di cocco che a fine stagione viene abbandonata in mare. Tutti esempi che dimostrano che una pesca diversa è possibile.

Giorgia Canali
Sostiene Slow Food, La Stampa, domenica 5 maggio

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