Il latte, sottoprodotto della m…

Domani alle 15 allo Slow Food Theater parleremo di un caso limite delle logiche di produzione attuali. Ad Amiens esiste una vera e propria fabbrica di letame, una fattoria con 1000 e più capi, che più che produrre latte è diventata paradosso di un produttivismo senza senso. Un modello agroalimentare senza futuro, che ha scatenato una grande mobilitazione sul territorio. La società civile – inclusa la rete di Slow Food in Francia – ha deciso di prendere posizione e schierarsi con la Confederation Paysanne per porre fine a questo fenomeno.

Il titolo è volontariamente provocatorio, ma la realtà della fattoria-fabbrica delle 1000 vacche di Amiens non se ne discosta di molto. Il modulo economico di questo progetto lanciato nove mesi fa nel Nord della Francia si basa su due attività strettamente correlate: la produzione di latte e la metanizzazione del letame.

cow_factoryIl prezzo molto competitivo del latte (270€ per tonnellata contro i 350€ di un allevamento tradizionale) è ottenuto grazie alle sovvenzioni e agli introiti derivanti dalla metanizzazione. Quest’ultima è sostenuta dalle politiche governative, sia per l’investimento d’istallazione (all’altezza del 30%) sia nella produzione corrente, acquistando l’energia prodotta al doppio del prezzo del mercato. E se non bastasse, l’acquisto e il prezzo sono garantiti per i prossimi 15 anni.

Ottimo montaggio finanziario, a cui va aggiunto il sostegno degli aiuti diretti della Pac per i 3000 ettari sui quali sarà sparso il digestato, residuo della metanizzazione, (circa 350€ l’ettaro nella regione in questione). A fronte di un investimento importante (la potenza del metanizzatore è pari al 30% della produzione francese), l’equilibro economico è possibile solo con una grossa mandria. La fine delle quote latte, il 1° aprile scorso è dunque caduta a fagiolo.

Ad ascoltare Xavier Beulin, presidente dell’Fnsea, il sindacato agricolo maggioritario si tratterebbe di «un esempio di economia circolare». Una filiera cerealicola alimenta il bestiame che, oltre a produrre latte e carne, produce il letame da trasformare in energia; il residuo di questa produzione, il digestato, fertilizza i campi di cereali. Il cerchio è chiuso.

Un discorso semplicista e rassicurante ma, se guardiamo le cose con maggior attenzione, i termini dell’equazione sono un po’ differenti. A quel prezzo questa fabbrica del latte farà concorrenza – sleale perché dopata dalle sovvenzioni – alla produzione delle fattorie tradizionali. In più, una ricaduta occupazione a saldo negativo, perché la fabbrica delle 1000 vacche creerà 18 posti di lavoro, quando in media nell’allevamento tradizionale si contano due addetti ogni 50 animali. Quindi ben 40 posti di lavoro per lo stesso quantitativo di animali.

Con i contadini, spariranno saperi e savoir-faire, gli operai della fabbrica delle 1000 vacche avranno da svolgere perlopiù mansioni ripetitive e senza valore aggiunto e sono pagati il minimo salariale e pure maltrattati, secondo la testimonianza di un ex dipendente. Uomini e animali diventano un semplice fattore produttivo da adattare alla domanda del mercato.

petition-fermes-usinesCosa dire poi del benessere animale? Mille vacche su una superficie di 8500 metri quadrati, ai quali vanno sottratti i corridoi di passaggio e l’alloggiamento dei macchinari: alla fine il loro spazio vitale si riduce a ben poca cosa. Impossibile poi immaginare, visto il numero di capi, che le vacche vedano l’erba di un pascolo durante la loro vita di operaie del latte. Una tale concentrazione rende poi indispensabili i trattamenti antibiotici preventivi.

Dal punto di vista ambientale ci sarebbe da interrogarsi sulla provenienza delle oleeaginose e proteaginose e anche del mais, che insieme costituiranno l’alimentazione della mandria. Probabilmente arriveranno dall’altra parte del mondo, coltivati a colpi di deforestazione, semenze Ogm e trattamenti fitosanitari aggressivi. Altrimenti dalla Francia stessa, sotto forma di residui dell’industria degli agrocarburanti, che utilizza terre che potrebbero essere destinate all’alimentazione umana e la cui efficacia energetica è discutibile.

Tutto questo per un latte di scarsa qualità. Un criterio non anodino, quando parliamo di cibo. Ma di questo non si fa menzione. D’altronde, con tutta probabilità la produzione di questa fabbrica non sarà inclusa nelle campagne di promozione dell’eccellenza gastronomica francese all’estero.

Altri progetti similari a quello di Amiens sono in gestazione in Francia. La Confédération Paysanne, sindacato contadino che aderisce al movimento internazionale Via Campesina, motore della mobilitazione contro fattoria-fabbrica, ne ha disegnato la mappa. Se ne contano una trentina, degni dell’immaginazione di George Orwell: un centro di riproduzione suino con 900 scrofe, per produrre 23.000 maialini l’anno in Vandea, un allevamento misto di 2200 capi in Touraine, o un allevamento avicolo da 250.000 galline ovaiole.

Questi progetti s’iscrivono in una logica d’industrializzazione dell’agricoltura nata con la rivoluzione verde. Il prezzo del cibo così prodotto è artificialmente tenuto basso perché i costi ambientali e sociali di questo modello produttivo sono esternalizzati e ricadono sulla società nel suo complesso. Le sovvenzioni potrebbero essere versate invece agli agricoltori che rendano dei servizi ecologici alla comunità (protezione dell’ambiente, della biodiversità, della vitalità del suolo e della salubrità delle acque…) seguendo la logica sostenuta da Slow Food.

L’agricoltura industriale si giustifica in nome della competitività sul mercato industriale. In realtà, oggi, una riduzione significativa degli sprechi alimentari, un’alimentazione meno ricca in proteine animali nei paesi ricchi, l’utilizzo delle terre arabili sopratutto per l’alimentazione umana e politiche ridistributive efficaci permetterebbero di cibare i 7 miliardi di abitanti del pianeta.

Una visione dell’agricoltura, secondo cui «chi ha due ettari di terreno, tre capre e due pecore non è un agricoltore» – come dichiara sempre Xavier Beulin – non è certo una buona base sulla quale progettare il superamento dell’agricoltura attuale, e immaginare quella del futuro. Sosteniamo piuttosto un’agricoltura contadina, con le radici piantate nel territorio di cui è figlia, e quindi rispettosa della vitalità del suolo, delle comunità che nutre e delle acque di cui si disseta, non solo per una questione di buon gusto del cibo ma anche del suo senso e valore. L’agricoltura è la cartina tornasole della nostro modo di abitare il pianeta, di cui siamo solo affittavoli. Se continuiamo ad applicare una logica di sfruttamento selvaggio, senza prenderci cura del bene affidatoci ci porterà a subire lo sfratto.

Ieri, ad Amiens, gli agricoltori hanno manifestato il proprio dissenso contro la fattoria-fabbrica delle 1000 vacche.

di Pascale Brevet ed Eugenio Mailler

 

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