Land grabbing in Senegal: il caso Senhuile

Farmer Paul Kimani Muchai, on his farm in OL Kalou, Kenya on November 1, 2011.

Torniamo ancora una volta, per la sua drammatica quotidianità, a parlare di land grabbing, il sistema attraverso il quale le terre vengono espropriate agli abitanti a favore di grandi aziende con la complicità di governi compiacenti. Questo fenomeno rende impossibile produrre cibo per la popolazione locale: un vero e proprio nuovo colonialismo, che priva gli Stati africani della sovranità alimentare e contribuisce ad aggravare quel fenomeno così complesso e attuale quale è il flusso migratorio di africani in Europa.

Questa volta la questione ci riguarda più da vicino, perché protagonista è un’azienda italiana: la società in questione è la faentina Tampieri, che, secondo un rapporto pubblicato dal sito Re:Common, si è assicurata i diritti per 45000 ettari sul suolo senegalese causando le proteste delle comunità locali.

Tutto inizia nel 2012, quando diventa operativa la società senegalese Senhuile, finanziata dal gruppo Tampieri. Senhuile ha come obiettivo la produzione agricola, principalmente di arachidi, mais e riso (il progetto originale prevedesse la produzione di biocarburante a partire dalle coltivazioni di patate dolci). I prodotti sono destinati in parte all’esportazione, per la produzione di olio di Tampieri, e in parte al mercato interno, in accordo con il governo senegalese, che mira all’autosufficienza del Paese entro il 2017 e si affida, per questo, all’intervento di multinazionali straniere. Non vogliamo fare un processo alle intenzioni, ma i fatti sino a oggi non ci fanno ben sperare, e l’esperienza ci insegna come progetti simili non abbiano mai riservato alle popolazioni locali quantità di cibo sufficiente per l’autosufficienza nonostante quasi tutti lo prevedessero.

Secondo il rapporto di Re:Common, il progetto ha causato numerose proteste da parte delle comunità locali sin da quando ha preso il via. Inoltre, il contrasto si è ulteriormente inasprito in seguito all’uccisione di due abitanti del villaggio negli scontri e all’annegamento di un giovane pastore nei canali di irrigazione di Senhuile.

Nell’ultimo anno, per riparare questi danni d’immagine, la Senhuile ha cercato di ingraziarsi la popolazione locale con progetti di responsabilità sociale e ambientale la cui portata, però, non può certo sanare i problemi causati alle comunità della zona, che faticano a sopravvivere. Infatti, come riporta l’agenzia Misna, «Al momento in tutte le aree interessate da Senhuile gli agricoltori e i pastori non riescono a svolgere regolarmente le proprie attività, con ovvie conseguenze per la loro sussistenza».

La speranza è che quest’inchiesta, realizzata da giornalisti, attivisti e organizzazioni internazionali (Collectif pour la Défense du Ndiael, Grain, Investigative Reporting Project Italy (IRPI), Sunugal e Walking on the South), possa finalmente portare un po’ di trasparenza sulla questione.

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