Da scarto a fertilizzante, la nuova vita della lana

Andava a camminare in montagna e le capitava di vedere «sacchi di lana gettati lungo i sentieri», così ha deciso di trovare un modo per aiutare gli allevatori a gestire la lana di scarto.

Lei è una startupper, si chiama Chiara Spigarelli e dopo il dottorato di ricerca sulla sostenibilità degli allevamenti montani ha lanciato il suo progetto imprenditoriale: Agrivello, che propone di rendere la lana inutilizzata un fertilizzante naturale che nelle prossime settimane completerà il percorso autorizzativo con l’inserimento nel registro nazionale dei fertilizzanti.

lana da scarto a fertilizzante
Chiara Spigarelli, laureata in Nutrizione e benessere animale all’Università di Udine e dottoranda in Scienze e biotecnologie agrarie, startupper e tosatrice, è nata a Perugia nel 1990 ma vive in Friuli-Venezia Giulia dal 2014

Non tutto ciò che è lana fila

La start-up Agrivello permette a tanti piccoli allevatori ovini di continuare a esistere. «Le difficoltà a trovare sbocchi per la lana tosata e i costi di gestione e smaltimento, nel caso non si riesca a trovare un acquirente come purtroppo accade negli ultimi anni, sta minacciando seriamente la filiera ovina, in particolare quella di piccola scala» aggiunge Raffaella Ponzio, responsabile dei progetti biodiversità di Slow Food. I problemi sono molti: «Tutte le pecore devono essere tosate almeno una volta l’anno per il loro benessere, ma non c’è quasi più nessun allevatore che lo faccia direttamente» spiega Spigarelli.

Negli anni, i tosatori di mestiere si sono ridotti di numero a tal punto che, sulle Alpi, oggi si ricorre perlopiù a professionisti neozelandesi che arrivano dall’altra parte del mondo, forti di una tradizione radicata nel loro Paese d’origine, ma che spesso non accettano incarichi per greggi con meno di duecento capi. Chiara Spigarelli conosce molto bene questi problemi: lei stessa a un certo punto ha deciso di imparare a tosare ed è andata a fare un corso per tosatori a Nottingham, nel Regno Unito. In quel paese esistono vari centri di formazione per imparare questo mestiere.

Ma non è soltanto questo il problema. Una volta tosate le pecore, si pone il problema di che cosa fare della lana: «Non tutte le pecore hanno un vello adatto alla filatura. C’è quella morbida e quella che ti fa venire l’orticaria quando la indossi – chiarisce Spigarelli –. In Italia, la maggior parte degli ovini è allevata per il latte o per la carne, perciò non sono lane adatte all’industria tessile». Qualunque uso se ne faccia, la lana va comunque preventivamente lavata: in Italia i centri specializzati sono pochissimi, uno dei quali a Biella, e così chi può la porta all’estero, in Austria ad esempio.

lana da scarto a fertilizzante
Chiara Spigarelli si impegna in prima persona ad aiutare gli allevatori nella tosatura. Dalla primavera inoltrata fino all’estate, si reca nelle piccole aziende per tosare e raccogliere la lana che serve al suo stabilimento. Alcuni allevatori hanno anche cominciato a imparare il mestiere: uno fra i progetti dell’imprenditrice è quello di formare altri tosatori per favorire il ritorno a questo mestiere oltremodo necessario

Se la lana non può essere trasformata in maglioni, cappotti o accessori, deve essere smaltita. Le normative considerano la lana un rifiuto speciale, il cui trattamento è piuttosto oneroso. Alcuni inceneritori, aggiunge Spigarelli, sono restii a ritirarla poiché, essendo pressoché ignifuga, impiega tre o quattro cicli di combustione per essere completamente carbonizzata. In Sardegna, continua l’imprenditrice, la lana viene utilizzata per costruire pannelli isolanti nell’edilizia. «Ma la regione isolana dispone di una quantità di ovini quattrocento volte superiore a quella del Friuli-Venezia Giulia, quindi può soddisfare le esigenze del settore edilizio come nessun altro è in grado di fare».
Così capita che alcuni allevatori, esasperati, abbandonino i sacchi in montagna oppure allunghino i tempi tra una tosatura e l’altra, causando disagio alle pecore che devono sopportare un vello lungo e pesante. «Per continuare a far vivere la montagna, per dare una mano agli allevatori che la abitano, sono convinta che occorra ripensare l’intera filiera della lana» conclude Spigarelli.

La sua soluzione, quella di trasformare la lana in fertilizzante, risponde dunque a un’esigenza degli allevatori e, indirettamente, rappresenta una spinta a salvare l’allevamento artigianale attraverso la creazione di un’economia circolare che parte dal riutilizzo di un materiale di scarto.

Un processo innovativo

«Il principio che mi ha guidato nello sviluppo del progetto è stato far sì che la lana non dovesse essere lavata» racconta Spigarelli. Il vello dal quale si ottiene il pellet fertilizzante, infatti, proviene da lana sporca che viene tritata, macerata e compressa. Da un chilo di lana si ottiene un chilo di prodotto, quindi la trasformazione non genera alcuno scarto di lavorazione. La lana pellettata, posta nel terreno prima della semina, garantisce un apporto di nutrienti e minerali, in particolare di azoto, utile a tutto il ciclo della coltura. Il lento rilascio di queste sostanze permette di ridurre anche la dispersione nel suolo. Il fertilizzante a base di lana quindi è perfetto per sostituire quelli derivanti da prodotti petrolchimici.

lana da scarto a fertilizzante
Solo con la lana non trattata è possibile mantenere le sostanze nutritive necessarie al terreno e creare il pellet fertilizzante, il tutto senza aggiungere addensanti o agglomeranti. Il prodotto è fatto al 100% di lana grezza

Un’economia realmente circolare

«Tante aziende, agriturismi e fattorie sociali sono interessate ad avere il pellet ottenuto dalle lane delle loro stesse pecore – prosegue l’imprenditrice umbra –. Vedere un rifiuto speciale diventare un prodotto utile e sostenibile è motivo di grande soddisfazione. E poi c’è un altro aspetto che mi gratifica in modo particolare: questo progetto ha creato una rete tra gli allevatori locali, i tecnici che hanno sviluppato il prodotto, le istituzioni locali che hanno appoggiato il progetto. Non è un prodotto anonimo, da scaffale, ma è legato a un territorio, a una cultura. Dentro la scatola di pellet c’è il lavoro di tanti, perché da soli non si va da nessuna parte».

 

L’impianto di compostaggio nel quale si produce il fertilizzante ottenuto dalla lana delle pecore si trova presso l’azienda agraria “A.Servadei” dell’Università di Udine, dove si trova anche un piccolo gregge di pecore carsoline la cui lana è stata usata nella fase sperimentale del progetto, il primo anno (ora si lavorano anche lane di pecore di altre razze, secondo la disponibilità). La messa in funzione dell’impianto fa parte del progetto “Agrilana in pellet”, che ha visto la collaborazione tra la startup Agrivello, il Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali e Animali dell’Università di Udine e l’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale, con il sostegno della Fondazione Friuli.

Per il futuro Chiara Spigarelli ha le idee chiare: per garantire una sostenibilità totale al progetto, l’ideale non è la realizzazione di un solo, grande, stabilimento al quale conferire le lane provenienti da più parti d’Italia: non avrebbe molto senso far fare chilometri su ruote a quintali di lana. Si augura, invece, la creazione di tanti piccoli centri di raccolta e trasformazione della lana proprio come quello del capoluogo friulano con i quali entrare in rete e favorire l’impiego della nuova tecnologia.

Per ulteriori informazioni scrivere all’indirizzo startupagrivello@gmail.com

A cura di Jacopo Giavara, j.giavara@slowfood.it


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