La rete si racconta: il Consiglio di Slow Food visto da Jean Marie Koalga, Slow Food Africa Occidentale

I lavori del Consiglio Internazionale comprendono sempre, oltre alle giornate di discussione, anche visite sul campo di realtà produttive. Quest’anno l’area di Chiusi e il famoso paesaggio della campagna senese hanno dato l’opportunità ai Consiglieri di conoscere alcune aziende della rete di Slow Food. Abbiamo seguito uno dei Consiglieri, Jean Marie Koalga, rappresentante di Slow Food in Africa dell’Ovest, per raccogliere le sue impressioni.

«Sono nato in Burkina Faso in un villaggio chiamato Tangin nel 1977, di professione sono un educatore sociale. Mi sono avvicinato a Slow Food e alla questione alimentare e ambientale quando nel 2009 ho fatto uno stage in Canada a seguito del quale ho creato un’associazione chiamata Le bon samaritain pour un developement durable, e al mio ritorno in Africa ho cominciato a lavorare nelle scuole. Nel 2011-12 un amico canadese mi ha parlato di Slow Food, perciò mi sono informato e ho capito, navigando attraverso il vostro sito, che eravate una realtà seria, realmente diffusa a livello internazionale; e ho pensato che dovevo mettermi in contatto con voi.  Questo incontro ci ha portato, insieme, veramente lontano. All’inizio, grazie all’appoggio di Slow Food, ho lavorato nelle scuole per creare orti, in seguito sono diventato coordinatore di tutti gli orti in Burkina, oggi siamo arrivati ad averne 154. A livello nazionale Slow Food in Burkina è conosciuto e rispettato. Nel 2017, in occasione del Congresso mondiale di Chengdu in Cina sono stato nominato Consigliere nazionale per l’Africa dell’Ovest e sto lavorando per sviluppare la rete in quest’area.»

La prima tappa per il gruppo di Consiglieri è il Mulino della Val d’Orcia, un’azienda agricola di 100 ettari, che produce, in biologico, grano e farro da varietà antiche; qui il prodotto dei campi viene macinato in loco con un mulino a pietra e le farine sono utilizzate per produrre pasta. Il giovane Amedeo Grappi spiega le ragioni della sua scelta di dedicarsi ai grani antichi, meno ricchi di glutine e quindi non adatti alla trasformazione industriale, ma più resistenti alle infestanti. I prodotti finali sono quindi più sani – privi di residui chimici e ricchi delle sostanze nutritive benefiche che il trattamento dolce della macinatura a pietra conserva nelle farine.

Jean Marie commenta: «Questo posto mi ha veramente impressionato, Amedeo conduce un’impresa commerciale che deve garantire un guadagno adeguato, ma lo fa mettendo al centro del suo lavoro il benessere del consumatore e la qualità. Avrebbe potuto seguire il metodo convenzionale che gli avrebbe dato alcuni vantaggi ma ha preferito scegliere la strada più difficile del processo naturale. Lui ne è fiero perché sa di preservare la salute dei consumatori. Vorrei che questa mentalità si diffondesse anche in Burkina. Ci sono gli affari ma c’è anche la qualità e la salute dei consumatori che bisogna preservare. Al mio paese non si coltiva il grano, perché non ci sono le condizioni di terreno e climatiche. Tutto il grano e la farina sono importati. Abbiamo riso, miglio, mais, purtroppo in gran parte coltivati utilizzando prodotti chimici. Come Slow Food stiamo facendo un lavoro di sensibilizzazione per cambiare le cose: abbiamo troppi produttori che irrorano i campi con pesticidi ed erbicidi, perché pensano che tutto sia più facile e rapido. Ci sono alcuni che stanno cambiando le cose, nella maggior parte dei villaggi esistono mulini in pietra per i cereali e questo è già un vantaggio, ho capito ascoltando Amedeo quanto sia importante conservare la macinatura a pietra che fa parte anche della nostra tradizione.»

La Comunità Slow Food dell’oliva minuta di Chiusi accoglie i Consiglieri nella tenuta Podere Ricavo. La minuta è una varietà di olivo autoctona, che ha rischiato di scomparire per la bassa resa, che non teme il gelo e resiste bene alla siccità e agli attacchi dei parassiti; offre un frutto piccolo e rotondo, poco più grande di un grano di pepe. L’olio che se ne ricava è eccezionalmente ricco di polifenoli, sostanze benefiche per la salute che determinano anche caratteristiche organolettiche molto positive.

“La pianta di oliva minuta era abbandonata e questa comunità ha cercato invece di salvarla”, constata Jean Marie. «Vedere il percorso dalla coltivazione sulle piante al frantoio, e poi la degustazione dell’olio mi ha entusiasmato. Sono stato veramente contento di conoscere meglio questo prodotto, perché nel mio paese non c’è, ma fa parte della mia cultura, essendo io cristiano ed essendo l’olivo una pianta sacra per la Chiesa. La Comunità che lavora qui è davvero un esempio di come dovremo lavorare da domani stesso per consentire che ne nascano molte il tutto il mondo. In Africa occidentale si usano altri oli e grassi, spesso di cattiva qualità. Ho pensato al karité, al nostro burro di karité che è tradizionale per noi, la cui trasformazione sta però diventando industriale anche in Burkina, vorrei adesso dedicarmi ad accompagnare chi produce burro di karité in modo da arrivare a un prodotto di qualità.»

A fine giornata, Jean Marie conclude: «Personalmente esco dall’esperienza di questa giornata rafforzato, più determinato, incoraggiato a continuare nel mio lavoro per Slow Food, perché vedo che tanti altri lo fanno, in altri luoghi nel mondo, dunque è qualcosa che si diffonde e può cambiare realmente le cose».

A cura di Paola Nano
p.nano@slowfood.it

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